Il campanello dell'Accademia risuonò nell'atrio, un suono che pareva vibrarsi nell'aria, un po' acuto e inaspettato.
Il mio primo giorno qui, eppure sembrava che il tempo si fosse fermato.
Mentre cercavo di fare spazio tra la folla di studenti, tutti sembravano avere un posto, una direzione, un motivo per essere lì, tranne me.
Con il mio zaino sulle spalle, sentivo la pressione dei libri e delle tele dentro, un peso che non faceva che amplificare il nervosismo che già mi scuoteva. E se non fossi all'altezza? La domanda mi ronzava in testa, ma cercavo di ignorarla mentre entravo nell'aula.
La stanza era un turbine di voci, risate e sguardi rapidi, come se tutti si conoscessero già. Mi sentivo un po' fuori posto, cercando di non farmi notare troppo. Mi sedetti in un angolo, sperando di non sembrare troppo impacciata.
Fu allora che sentii una voce dietro di me, calda e amichevole, che interruppe il mio turbinio di pensieri.
«Ehi, posso sedermi qui?»
Mi girai, sorpresa, e davanti a me c'era un ragazzo dal sorriso largo, che sembrava il tipo che non aveva mai paura di iniziare una conversazione. Evan. Un nome che mi sembrava di non aver mai sentito prima, ma che all'improvviso mi suonava familiare, come se fosse esattamente il tipo di persona che avrei voluto incontrare.
«Certo,» risposi, cercando di sembrare più tranquilla di quanto mi sentissi in realtà.
«Io sono Evan,» disse, allungando la mano verso di me con un gesto disinvolto. «Sei nuova, vero?» La sua voce era vivace, quasi impetuosa, come se avesse deciso che sarebbe stato suo compito farmi sentire a mio agio.
«Si,io sono Ivy» risposi.
Il suo sorriso era aperto, sincero, e mi colpì subito. Non sembrava intimidito da nulla, neppure dal mio evidente nervosismo.
Evan aveva un'energia che difficilmente passava inosservata. Era alto, con un fisico snodato e atletico, che sembrava il risultato di un mix di sport e vita all'aria aperta. I suoi capelli erano castani, corti e leggermente spettinati, come se non avesse mai fatto troppo caso al modo in cui li portava. Il suo viso era aperto, con lineamenti decisi e una pelle leggermente abbronzata, segno che probabilmente trascorreva molto tempo all'aperto. Evan non aveva paura di essere al centro dell'attenzione, ma la cosa sorprendente era che non sembrava volerlo nemmeno. Sembrava un ragazzo che stava sempre a suo agio con se stesso, e il suo modo di parlare, disinvolto e spensierato, faceva sembrare tutto più facile.
Mentre iniziavamo a parlare, mi accorsi che non solo Evan sembrava a suo agio, ma anche tutti quelli che lo circondavano. C'era una naturalezza nella sua presenza che mi faceva sentire come se ci conoscessimo da sempre, e il suo sorriso mi rassicurava, come se non fossi mai stata davvero sola. E così, quando la campanella suonò e la lezione finì, Evan mi fece segno di seguirlo. «Dai Ivy, vieni con noi a pranzo. Ti faccio conoscere Grace e gli altri. Vedrai, ti troverai subito bene.»
Mi sentivo ancora un po' titubante, ma decisi di seguirlo. Non avevo nulla da perdere.
La mensa era affollata, e l'odore del cibo riempiva l'aria, ma Evan sembrava non accorgersene nemmeno. Con il suo passo veloce e sicuro, mi condusse verso un tavolo dove c'erano già alcuni ragazzi. Evan indicò una ragazza che stava parlando tranquillamente con un ragazzo che non avevo ancora visto.
«Ecco, questa è Grace,» disse Evan, con un sorriso più tranquillo questa volta, come se la stesse osservando con affetto. «Lei è un po' più introversa, ma sempre con una battuta pronta quando ne ha voglia.»
Grace aveva un aspetto sereno e calmo, i suoi capelli castani scendevano morbidi sulle spalle, con una leggera onda naturale. La pelle chiara, quasi diafana, contrastava con il suo sguardo profondo, che sembrava percepire ogni cosa senza mai sforzarsi di farlo. Il suo volto era delicato, ma con una forza interiore che traspariva dalla sua postura e dai suoi occhi. Non era il tipo che parlava molto, ma ogni parola che diceva sembrava avere peso, e il suo silenzio era sempre significativo. Mi sorrideva senza giudicare, ed era come se capisse subito che avevo bisogno di un po' di tempo per adattarmi.
Accanto a lei c'era Claus, il ragazzo che sembrava silenzioso, ma in realtà aveva una presenza che non passava inosservata. «Lui è Claus,» disse Evan, facendo un cenno con la testa. «Non parla molto, ma ha sempre qualcosa di interessante da dire quando decide di farlo.»
Claus era un ragazzo dai capelli corti ma non troppo, rossastri, e una leggera barba che gli dava un'aria più matura di quanto non fosse. Il suo viso era serio, ma non distante, e i suoi occhi scuri sembravano nascondere pensieri profondi. Non era il tipo che rideva a voce alta, ma quando sorrideva, sembrava che avesse detto tutto ciò che c'era da dire. Non sembrava mai forzare la propria presenza, eppure c'era qualcosa di rassicurante nel suo silenzio.
Poi, una ragazza si avvicinò al nostro tavolo, un po' più alta di me, con una coda alta e capelli biondo platino che brillavano alla luce del sole. Era Ava, una di quelle ragazze che non passano inosservate, con un sorriso pronto a disarmare chiunque. «Ciao, io sono Ava,» disse, sedendosi con una certa grazia. «Grace è la calma, io sono quella che fa un po' più di chiasso.» Ava indossava una giacca di pelle nera che le stava benissimo, e il suo stile sembrava un perfetto equilibrio tra eleganza e praticità. La sua personalità era vivace, e c'era qualcosa di contagioso nel modo in cui parlava. Non riuscivo a non sorridere quando era nel gruppo.
Il nostro tavolo sembrava una piccola isola di sicurezza in un mare di volti sconosciuti, e mentre parlavamo e ridevamo, mi sentivo sempre più a mio agio. Ma qualcosa, o meglio, qualcuno, catturò la mia attenzione.
La porta della mensa si aprì, e un'ondata di chiacchiere e risate venne accompagnata dalla figura di un ragazzo che non potevo non notare. Ares. Alto, con un fisico scolpito e tatuaggi che decoravano entrambe le sue braccia, Ares aveva l'aria di chi non passava mai inosservato. I suoi capelli erano neri,abbastanza lunghi ma ben curati e il suo sorriso sembrava sempre un po' misterioso, come se sapesse esattamente cosa stava facendo. La sua pelle abbronzata risaltava contro i tatuaggi intricati che si snodavano lungo le sue braccia, e c'era qualcosa di magnetico in lui, che attirava inevitabilmente gli sguardi degli altri.
Evan fece un cenno con la testa verso di lui, quasi con affetto. «Lui è Ares,» disse. «Un po' il ragazzo più popolare del campus. Non lascia mai indifferenti, ma sotto quella facciata da duro c'è più di quello che si vede.»
Ares si avvicinò al nostro tavolo con un sorriso che sembrava inevitabile. La sua presenza riempiva la stanza, e il fatto che tutti gli amici che erano con lui sembravano seguirlo con un rispetto quasi reverenziale lo rendeva ancora più affascinante. Non aveva bisogno di parlare per farsi notare, eppure quando lo faceva, la sua voce profonda e rilassata sembrava lasciare un segno. C'era una naturalezza nella sua presenza che, paradossalmente, rendeva ogni movimento quasi ipnotico.
In qualche modo, quella sensazione che fosse destinato a far parte della mia storia qui mi sfiorava, come un'ombra leggera che non riuscivo a ignorare. E mentre lo osservavo, mi chiesi se, forse, avrei scoperto qualcosa di più su di lui, ma soprattutto su me stessa, nel corso di quest'anno che mi aspettava.
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Sotto il cielo di Novembre
RomanceIvy è una ragazza che, dopo un'infanzia difficile, si trasferisce in una nuova città per frequentare l'Accademia Delle Belle Arti. Al suo primo giorno, conosce Evan, un ragazzo solare che la aiuta a integrarsi nel suo nuovo ambiente. Con Evan e i su...
