Era notte inoltrata quando accadde tutto. L'imbarcazione, proprio vicino alla costa, era rimasta vittima di una violenta tempesta che non era stata prevista. Il timoniere aveva perso il controllo della nave, che aveva iniziato a inclinarsi pericolosamente: alcuni passeggeri erano caduti dalla balaustra e affogati in mare. Si era sentito un rumore sordo, poi alcuni marinai avevano gridato "Acqua nella stiva! Acqua nella stiva!"
Si era diffuso il panico: c'era chi urlava, chi pregava, chi si gettava istericamente in mare.
La situazione era grave, e il capitano ordinò di slegare le scialuppe, anche se con quella tempesta, di notte, sarebbero servite a poco.
Kara era riuscita a salire su una di esse per pura fortuna: i passeggeri della nave, molti dei quali clandestini, erano troppi per l'effettivo carico delle scialuppe. Le persone avevano iniziato così a fare risse per accaparrarsi un posto per la salvezza, e nella foga alcune scialuppe erano cadute in mare senza ospiti. Qualcuno si era gettato dalla nave, nel vano tentativo di atterrare sopra una di esse, ma nessuno riuscì: le onde erano troppo vigorose.
Kara si era trovata in una scialuppa stretta con altre trenta persone, cinque delle quali caddero in acqua alla prima onda che le colse, vito il sovraffollamento.
Kara si era aggrappata alla scialuppa con tutte le sue forze: non voleva morire, non quel giorno, non in mare. Lei voleva vivere. Voleva vivere. Le onde travolgevano la scialuppa, selvagge, malvagie, senza pietà. Kara aveva chiuso gli occhi per non vedere le altre persone che morivano trascinate via dalla corrente, per non vedere le grandi onde che avrebbero potuto divorarla.
Poi accadde: un'onda grande, schiumosa, gelida, vinse la sua resistenza e la trascinò via.
Kara si era ritrovata in un vortice d'acqua che la sballottava ovunque e la portava giù, sempre più giù. I polmoni le si gonfiavano sempre di più, il sangue le pulsava.
Stava annegando.
Tutto attorno a lei era vortice di sabbia e acqua.
Pensò di essere morta, finché la corrente non la trascinò con forza su qualcosa di sassoso, che le sgraffiò il corpo e le mani.
Kara era rotolata sulla spiaggia, semicosciente.
Si riprese solo dopo aver ricordato tutto questo, tossicchiò per un tempo che parve ore. Attorno a lei, altre persone si erano salvate. Erano quasi tutte semincoscienti, ma alcune erano già presenti a se stesse.
"Che sollievo... alcuni di noi sono sopravvissuti... prego per le altre anime che erano su quella nave", sussurrò Kara, mentre cercava di mettersi in ginocchio.
Ma non sapeva che il peggio doveva ancora arrivare.
La luna piena era alta nel cielo, e illuminava il mare, le onde, e all'orizzonte quel poco che rimaneva della loro nave.
I sopravvissuti si riunirono.
"Dobbiamo cercare un insediamento. Ci sarà un villaggio di pescatori, da qualche parte!", esclamò Charles, un pastore che aveva deciso di recarsi in Giappone per continuare la sua opera di conversione. "Il Nostro Signore non ci abbandonerà!"
Tutti chinarono il capo, e ognuno sussurrò una preghiera.
"Voglio vivere. Voglio vivere, voglio vivere...", sussurrò Kara. "Voglio che tutti noi viviamo..."
Erano ancora troppo deboli per mettersi in cammino, ma era necessario trovare un rifugio per la notte. Era freddo, e loro erano bagnati fradici.
Ma accadde qualcosa che rese inutile quel pensiero.
Udirono un rumore di passi.
Erano passi leggeri, quasi inudibili, e Kara pensò subito che fossero di qualcuno che si voleva far sentire.
"Ecco un salvatore!", gridò una donna, che teneva stretta a sé una bambina.
La nave su cui avevano navigato era un mercantile, ma aveva ospitato anche persone decise a vivere in Giappone, per quanto fosse difficile. Il Capitano aveva fatto soldi con quel businness, ma adesso la pecunia non gli serviva più a nulla, ed era annegata insieme a lui.
"Signore, grazie al cielo vi abbiamo incontrato! Siamo appena naufragati, abbiamo bisogno di riparo, abbiamo dei bambini!", disse Edward, il loro traduttore.
Si era offerto, sotto pagamento, di aiutarli per un po' in Giappone con la lingua. Era l'unico insieme a Kara a conoscerla.
I compagni esultavano, ma Kara era troppo impegnata ad osservare gli occhi di quel tipo che si presentava come un individuo fuori dal comune. Al di là dell'abbigliamento inusuale e dei lunghi capelli biondi che non avrebbe mai immaginato essere di un giapponese, quello che più lasciava una traccia di inquietudine nel cuore di Kara erano appunto gli occhi dell'uomo: due occhi color arcobaleno. Le iridi non avevano un solo colore, ma erano cangianti, e andavano dall'azzurro al giallo all'arancione, e Kara era sicura che non fosse uno scherzo della luna.
Quegli occhi non potevano appartenere a un umano. Ma i mostri non esistono, e nemmeno i vampiri, i demoni, gli yokai o altre leggende simili...
Quel pensiero la tenne occupata per un lasso di tempo forse troppo lungo, sospesa tra realtà e fantasia, in un mondo che non capiva.
Forse mi sbaglio, ne ho passate coì tante...
I pensieri si susseguivano veloci, l'uno il contrario dell'altro, finché l'uomo, o quello che era, non decise di fare la sua mossa.
Si mosse lentamente, con indolenza, con un sorrisino sarcastico dipinto sul volto, in direzione della donna con la bambina, poi si leccò le labbra.
"Sapete che il sangue delle donne è dannatamente più buono e più nutriente?"
Solo Edward e Kara poterono capire le sue parole, la donna si limitò a sussurrare che non poteva comprenderlo.
"E poi non ho mai bevuto il sangue di stranieri... chissà se è buono..."
Nonostante Kara avesse capito tutto, o comunque compreso il significato generale del messaggio, rimase impassibile, sdraiata prona come era rimasta da quando era naufragata.
Il suo cervello era attivo, ma non riusciva a elaborare la situazione. Si sentiva come se lei non si trovasse veramente lì, e come se la situazione riguardasse qualcun altro, non lei.
"Sangue? Di cosa sta parlando?", gridò Edward.
L'uomo gli sorrise. Ma era un sorriso spaventoso.
Poi si gettò di colpo sulla bambina, o meglio, sul collo della bambina, azzannandolo come si fa con una coscia di pollo.
Il sangue della piccola schizzò ovunque: sul volto della mamma, su quell'uomo (che evidentemente uomo non era, ma al tempo Kara non sapeva quale altra definizione dargli), sui compagni, per terra.
L'uomo sollevò la testa, il sangue e le carni che uscivano dalla sua bocca.
Si leccò le labbra.
"oh! è davvero inebriante!"
La mamma della bambina gridò solo allora, come se si fosse resa conto solo in quel momento di cosa fosse accaduto.
Ma fu un urlo breve, perché anche lei venne azzannata con fervore, le sue carni strappate in più punti.
Le persone cercarono di fuggire: alcuni sui loro piedi, altri strisciando, ma l'uomo, con velocità inaudita riusciva a prenderli tutti. Ne uccideva uno ad uno, prediligendo le femmine, martoriando tutti i corpi.
In tutto ciò, Kara era rimasta immobile a osservare la scena, senza battere ciglio. L'assassino non si era rivolto ancora a lei, forse perché essendo l'unica immobile attirava meno la sua attenzione, rivolta a riacciuffare i fuggitivi.
Inoltre, Kara si trovava proprio dietro alcune frasche, difficile da vedere. Qualcosa le disse che ciò era inutile, e che quell'essere probabilmente riusciva a percepirla anche senza vederla, ma con una strana tranquillità si mise in ginocchio e si avviò lentamente, a carponi, verso la selvaggina.
Le piante erano cespugliose, ma alte, e se aveva fortuna se ne sarebbe andata senza farsi notare.
Gattonò apparentemente tranquilla, ma la verità era che la sua testa era sgombra, incapace di pensare, il cuore come raffreddato. Non si era ancora resa completamente conto di quella situazione innaturale, per lei tutto ciò che stava accadendo era come un sogno, ed era come se né lei né gli altri, né l'uomo malvagio esistessero realmente.
Nonostante ciò, qualcosa la portava a cercare di salvarsi.
In futuro avrebbe vissuto costantemente coi sensi di colpa per non aver tentato di aiutare gli altri e per non aver provato alcuna minima emozione.
Mentre strisciava come un serpente tra le ampie foglie delle piante, qualcuno si avvicinò zoppicando a lei.
Riconobbe il volto rubicondo e benevolo di padre Charles.
Stava zoppicando, il sangue al polpaccio.
"Kara... sei qui..."
"Padre Charles!", sussurrò lei.
"Fuggi, piccola. Il mostro è dietro di me, da qualche parte. Gli andrò incontro per distrarlo, tu fuggi. Sono sicuro che lui non ti abbia notata"
"Ma padre..."
"Io sono solo un uomo vecchio e acciaccato. Tu sei una ragazza nel fiore dell'età, e sono sicuro che il tuo ruolo in questo mondo non sia terminato qui. Vado io incontro alla morte, tu vivi, Kara."
Detto questo, l'anziano pastore zoppicò dall'altra parte.
Kara rimase immobile, poi sgattaiolò via, gattonando il più veloce possibile tra piante, frasche, radici e alberi.
In futuro avrebbe vissuto col senso di colpa di non aver fatto nulla per evitare che padre Charles si sacrificasse per lei.
Ma in quel momento strisciava, gattonava e arrancava per la sua vita, finché qualcosa non la spinse pancia a terra.
Un piede stava premendo sulla sua schiena.
Udì il suono di una lingua che umetta le labbra.
"E così pensavi di sfuggirmi, piccola peste eh?"
Kara chiuse gli occhi.
Padre Charles si era sbagliato: lei non aveva più un ruolo in quel mondo. Anzi, non ne aveva mai avuto uno.
L'uomo si accucciò, scrutandola da capo a piedi, traendo piacere nella paura della ragazza.
Poi esclamò un "oh! Sono rimasto troppo tempo a divertirmi. Che disdetta!"
Kara rimase immobile ad attendere la sua ora, ma non succedeva niente.
Restò con gli occhi chiusi per molto tempo, ma quando li aprì il sole era alto nel cielo e quell'uomo non c'era più.
KAMU SEDANG MEMBACA
Sotto una luna di sangue
Fiksi PenggemarKara è una ragazza che ha deciso di trasferirsi in giappone per avere una vita diversa. Purtroppo, la sua imbarcazione affonda proprio vicino alla costa del giappone e solo lei e pochi altri superstiti sopravvivono. Ma la sventura non è ancora finit...
