INASPETTATO capitolo 1 e 2

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                                                                                       Capitolo 1

                                                                                       Alexandra

‹‹Sì, certo che mangio, non devi preoccuparti e poi non mi sembra che ti sei lamentata l'ultima volta che ci siamo viste››. Parlo al telefono con Martina, la mia mamma adottiva, che ha sempre cercato di compensare l'abbandono che ho subito, con super coccole e mille attenzioni. Ero ancora in fasce quando mi ha portata a casa, uno di quei casi di neonati venuti al mondo in un bagno pubblico.

‹‹Certo, erano più di tre mesi che non tornavi a casa e non ci pensavo proprio a trascorrere i pochi giorni che restavi qui, litigando››.

‹‹Sto bene mamma... dico sul serio››. Sospira e con tono sconfitto dice, ‹‹ok, anche perché l'unica cosa che posso fare con un intero oceano che ci separa, è quella di crederti››. Lei, mio padre Marco e mia sorella maggiore, Roberta, vivono in Italia, precisamente a Reggio di Calabria, una splendida cittadina del sud della penisola.

E' lì, che sono cresciuta.

‹‹E dai mamma...››, sono già pronta a subirmi una delle sue ramanzine, quando qualcuno bussa alla porta.

‹‹Scusa un attimo...››, le mormoro.

‹‹Avanti››, dalla porta, sbuca una massa di capelli biondi ricci, che incorniciano un visino a forma di cuore. E' Mary Lang, la mia capo infermiera tutto fare. Una ragazza graziosa, dall'aspetto minuto ma con un caratterino, che riesce a tenere a bada chiunque nel reparto. E' soprannominata "PITBULL".

‹‹Dottoressa Capua, è il momento››.

‹‹Grazie Mary, arrivo subito››, gira su se stessa e si chiude la porta alle spalle.

‹‹Mamma, ti devo lasciare, ci sentiamo domani... Salutami tutti e dai un bacione a papà››.

‹‹Sì, va bene, a domani. Ti voglio bene››, piagnucola.

‹‹Anch'io ti voglio bene, ciao››, e riaggancio. Le telefonate con lei non sono mai facili, finiamo sempre col piangere. Mi soffio il naso, indosso il camice ed esco dallo studio per andare in reparto.

Quando sono di turno, cioè quasi ogni giorno, è mia abitudine passare a trovare i pazienti, circa ogni quattro ore, sempre se non c'è un'emergenza a trattenermi. L'ospedale, per tutti, è un luogo che fa paura. Se ci vai, è perché non puoi farne a meno. Quindi, il mio intento, è di rendere la loro degenza il più soft possibile, affinché ne abbiano un ricordo meno sgradevole.

La struttura ospedaliera di Madison non è molto grande, ma ben organizzata e molto efficiente. Il reparto di chirurgia si trova al primo piano, sopra il pronto soccorso. Al centro, c'è la sala d'aspetto dalla quale si accede a quattro blocchi, ognuno su un lato. Il primo, il blocco A, ospita le stanze del personale medico del reparto, gli spogliatoi, i bagni e una stanza relax; il secondo, il blocco B, ospita la corsia femminile e quella maschile; il terzo, il blocco C, ospita i bagni pubblici, un angolo ristoro, la mensa sia per il personale dell'ospedale che per le famiglie dei pazienti è una cappella; mentre il quarto, il blocco D, ospita le stanze per i casi postoperatori. All'ingresso di ogni blocco c'è l'accettazione, ad eccezione del blocco A, lì, il personale non autorizzato, non può accedervi.

Inizio il mio giro dal blocco B. La donna dietro al banco dell'accettazione alza gli occhi e mi saluta.

«Ehilà, dottoressa Capua. E' venuta a vedere come stanno i suoi pazienti?»

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