Il dondolio della barca era quasi ipnotico, il mezzo di trasporto oscillava dolcemente, quasi fosse cullato dalle irruente onde del mare in tempesta. Un costante ciclo di violenza, come se la natura volesse rappresentare concretamente tutto ciò che di male c'era nel mondo. Il vento ululava crudele sollevando la schiuma delle onde, le quali andavano inevitabilmente ad infrangersi sui fianchi dell'imbarcazione. Spruzzi d'acqua salata giungevano a decine di metri d'altezza, sparendo alla vista nel cielo colmo di nuvole temporalesche. Uno scenario alquanto regolare, non fosse stato per l'aggiunta di pioggia e nebbia sottile, che nell'insieme fornivano un qualcosa di sinistro al tutto. Nubi tempestose sovrastavano il mare, dividendolo dalla volta celeste puntellata di stelle, troppo calma per quel mondo che di malvagità non ne aveva mai abbastanza. La nave, però, navigava tranquilla, a dimostrazione di come soldi e conoscenze giuste fossero capaci di dominare addirittura il creato divino. Pareva che l'acqua non fosse minimamente capace di intaccare il mezzo, che i fulmini stessi temessero di poterlo colpire, poiché avrebbe potuto sfruttare la loro energia per velocizzare il viaggio. Probabilmente sarebbe stato davvero così. Tuttavia, come l'uomo è in grado di distruggere ciò che ha attorno, così è capace di distruggere se stesso. Un esempio pratico era il ragazzo seduto alla scrivania della stanza principale di quella nave. Esattamente sopra la sala motori, tra due corridoi di stanze, sotto la sala pasti, a sua volta sotto il ponte fradicio, scivoloso e calpestato dagli innumerevoli piedi degli innumerevoli operai intenti a tenere su il traghetto. Il mezzo di sicuro non sarebbe affondato, ma se il capo avesse riscontrato dei disturbi dovuti al mal di mare o ad un eccessivo dondolio, o a qualsiasi altra cosa, sarebbero stati guai. D'altronde, era lui quello con i soldi, quello che permetteva loro di campare, di perseguire nel misterioso cammino della vita. In quella vita, infatti, i ruoli erano due. Predatore o preda, datore di lavoro o schiavo, ricco o povero, in base all'interpretazione che si voleva dare. E in tale modo si andava avanti, in tale modo il mondo si era gettato nell'oblio. La fame di potere, il desiderio, la vera e propria brama di poter dominare l'uno sugli altri. La guerra era scoppiata per questi motivi. E i ricchi, nel costante tentativo di assoggettarsi l'un l'altro, avevano creato delle armi. Armi potenti. Una di queste, e si ritorna sempre a lui, era il ragazzo seduto alla scrivania della stanza del capo, dell'uomo pieno di soldi intento a trasportare non indifferenti quantità di sostanze radioattive, materiali da guerra e Dio solo sapeva cos'altro. Uomo che proprio in quel momento si stava appropinquando al suo studio, al fine di poter mettere la parola fine a quell'affare che andava avanti ormai da due mesi. Troppi per un aristocratico impegnato come lui. Il passo dell'uomo risultava rumoroso nonostante il tappeto di feltro, ma veniva lo stesso soffocato dalle onde e dalla tempesta che imperversavano fuori. Un passo pesante, distratto, di qualcuno troppo occupato ad estrarre da una scatola delle dimensioni di un taschino una compressa. Faceva ciò che faceva tutto per quelle compresse. Una sorta di evoluzione della droga, più forte e inebriante, meno nociva. L'uomo d'affari schiacciò tra i molari la capsula, lasciando che il liquido all'interno fluisse in tutta la sua cavità orale, guidato un minimo dai moti della lingua. Inspirò forte, proprio davanti alla porta del suo studio, emise un debole gemito di piacere, si aggiustò il colletto della camicia, i polsini, si stropicciò gli occhi ed entrò. La stanza era in penombra, una sola lampadina al centro del soffitto emetteva una flebile illuminazione. Fu probabilmente per questo che il signore non si accorse del ragazzo prima che la porta si chiudesse alle sue spalle. In un istante mutò espressione, si rese conto che era in pericolo. Nuovo a quel sentimento di terrore, non poté fare altro che rimanere pietrificato a guardare mentre il suo ospite chiudeva un fascicolo giallino, si toglieva i tondi occhiali da vista adagiandoli delicatamente sul tavolo di mogano (legno prezioso e difficile da reperire in un mondo vastato come quello), e si portava un dito guantato alla bocca. Nella penombra, l'indice coperto di tessuto bordeaux quasi si mimetizzava tra quelle labbra livide, sottili, strette, sormontate da un naso aquilino e da due occhi scuri. Scuri scuri, difficile distinguere dove terminasse la pupilla e iniziasse l'iride, soprattutto per quella poca illuminazione. L'uomo rimase fermo dov'era, a metà tra la paura e la curiosità. L'intruso pigiò con i polpastrelli contro la scrivania, spingendo indietro con il bacino. Senza emettere suono, o forse emettendo un suono che venne soffocato dalla tempesta, la sedia su cui era seduto si fece da parte. Vestiva un nero cappotto, lungo fino alle caviglie, con ricami grigi in prossimità delle giunture, spalle, gomiti e anche. Solamente tre bottoni, o meglio, fibbie, disposte strategicamente dal petto al bacino, cosicché il resto non impedisse alle gambe di muoversi liberamente. Il ragazzo si passò una mano tra i neri capelli ondulati, tirando un lungo sospiro e schioccando la lingua con disapprovazione. -C'è del materiale compromettente qui, non va bene- la voce era bassa ma ancora adolescenziale, tagliente come un rasoio, tanto che l'aristocratico si portò una mano alla gola, come temendo che gliela potesse tagliare. L'intruso si portò vicino a lui, così da potergli sussurrare all'orecchio flebili parole intimidatorie. -Non si preoccupi- il suo respiro era gelido. Se i cadaveri avessero potuto respirare l'avrebbero fatto in quella maniera, aria fredda e gola rauca -Penso io ad insabbiare tutto-La sua mano scattò, penetrò tessuto e carne come fossero semplici gelatine. Le sue dita si strinsero attorno allo stomaco dell'uomo ricco, che cominciò a rantolare in maniera a dir poco deplorevole. Questo è quello che ti meriti, pensò il ragazzo, quello che ti meriti in qualità di schiavista e contrabbandiere. Accompagnò il proprietario di quella nave nella sua discesa verso il suolo, mentre sputacchiava fiotti di sangue denso e scuro. Una volta che fu disteso, l'intruso si assicurò di avere una salda presa sull'organo e tirò. In men che non si dica cominciò a riversarsi tutto il cruore sul pavimento di legno, creando una pozza cremisi che andava via via ad allargarsi. Lo stomaco restava attaccato al corpo tramite qualche vaso sanguigno di poco conto, il buco nella pancia del signore aveva la forma della mano del suo assassino. Quest'ultimo quasi non badava al moribondo che giaceva ai suoi piedi, bensì scrutava con attenzione i diversi tubicini che impedivano all'organo che teneva stretto nella destra di muoversi liberamente. Uno sguardo attento, ispezionava tutto con minuziosità. Portò la sinistra, in qualche modo non macchiata, sotto il cappotto e, come fosse un prestigiatore, ne tirò fuori una piuma. Era una piuma nera come la pece, rigida, con un particolare stelo molto allungato. Il ragazzo la sventolò con dolcezza, quasi ad incoraggiarla, e quella si sviluppò in lunghezza, assumendo bordi sempre più taglienti, fino a terminare con una lucente punta di pura oscurità. L'infiltrato, con la leggiadra di un chirurgo, rimosse ogni vena, capillare che fosse servendosi del nuovo coltello. Una volta che ebbe terminato e si fosse accertato che l'aristocratico avesse smesso di respirare e il suo sangue di gorgogliare nella sua gola, si mosse verso la scrivania. Reggeva lo stomaco con il braccio disteso, in quanto ancora gocciolava di rosso, ma ormai già cominciava ad appassire, per così dire. Aggrinzirsi. La manica del cappotto si era sporcata, mentre il guanto non aveva quasi per niente mutato colore. Afferrò i fascicoli che gli interessavano, i quali erano stati attentamente letti poco prima, e se li infilò in qualche scompartimento interno della scura veste. Gli occhiali li ripose in una tasca dei pantaloni grigi. Con solennità poggiò il braccio sulla scrivania, prese un bel respiro e, con l'espressione di un bambino che si diverte con un nuovo gioco, rovesciò tutto ciò che vi si trovava sopra. Sostituendolo con lo stomaco. Batté le mani a simboleggiare di aver terminato il lavoro. Avrebbe preferito il cuore, ma non si era trovato nelle condizioni ottimali. Ovvero, si era ritrovato ad essere più svogliato del solito ed aveva colpito dove capitava. Fece un giro su se stesso, lanciò un'occhiata alle librerie che tappezzavano le mura della stanza e fece per girare il pomello della porta, quando la nave oscillò violentemente, quasi facendogli perdere l'equilibrio. -Pare che senta già la mancanza del suo paparino- sussurrò tra sé -Che cosa dolce, non crede?- aggiunse poi rivolto al morto. Con un'espressione delusa -Giusto, non può più parlare. Un peccato che la sua lingua non possa più essere usata per i suoi loschi impegni- Alzò le spalle e cominciò a scrostarsi dal palmo guantato un po' di sangue raffermo -Mi sono permesso di fare un giro della sua nave, prima. Come dice? Certo, mi sono divertito, è stato piacevole. Davvero un bel mezzo- Sbuffò e aprì la porta. -Ostenta troppo lusso per i miei gusti. Umiltà, si ricordi, le potrebbe servire all'altro mondo. Non tutti hanno tre pasti al giorno come lei- Il suo cappotto sfiorava il pavimento rivestito dal velluto, il suo colletto alto passò di fianco a numerose porte, senza calcolarle. Aveva svolto il suo lavoro ed aveva anche trovato qualcosa che stuzzicava la sua curiosità. Quei dossier non li avrebbe dati a Nier, per niente al mondo. Erano privati. Quasi intimi. Proseguiva a passo spedito, lo sguardo in avanti, la lingua che di tanto in tanto passava rapida per umidificare le labbra sottili. Eppure, teneva tutto sotto controllo, la sua vista periferica gli permetteva di osservare tutto ciò che lo circondava. Aveva ogni cosa, ogni persona, in pugno. E il suo potere di sicuro lo supportava. Percepiva chiaramente i battiti cardiaci di tutte le persone ancora vive su quella nave, i loro respiri, con difficoltà riusciva anche a rendersi conto che stavano utilizzando le corde vocali, come se avvertisse le loro vibrazioni. Purtroppo, il suo udito non si spingeva oltre quello. Sarebbe stato fin troppo comodo poter sentire le conversazioni altrui anche con pareti e tempeste a fare da ostacoli. Giunse alla fine del corridoio, poggiò il piede sul primo gradino e sollevò lo sguardo, incrociando un cappello di lana azzurra. Il mozzo o operaio che fosse rimase un attimo imbambolato ad osservarlo, giusto il tempo di razionalizzare che non si trattava di uno degli ospiti, ma quel tanto che bastò all'intruso di recidergli la giugulare. Un taglio netto, preciso, rapido. Lo spostamento del braccio, della piuma, della lama, furono quasi invisibili, tanto furono veloci. L'uomo cadde per le scale ruzzolando, batté la testa e la gola si squarciò ancora di più, mettendo in evidenza un pezzetto di quella che poteva essere la laringe. Il ragazzo proseguì nella sua avanzata senza battere ciglio. Nonostante non dimostrasse più di diciannove anni, le sue movenze e espressioni impassibili erano tipicamente quelle di un esperto. Quelle di chi con la morte ha avuto a che fare per tanto tempo. Tanto tempo che, per forza di cose, l'idea della morte come qualcosa di brutto, imprevedibile, era passata in secondo piano, divenuta superflua, inutile. Se potevi uccidere qualcuno, un altro qualcuno avrebbe potuto uccidere te con la stessa facilità. Un ragionamento alquanto basilare. Una specie di meccanismo di auto difesa del cervello, insomma. Se non sei il predatore sei una preda, fine della questione. Per questo era importante rimanere predatore e non rischiare di mettere in mostra punti deboli, debolezze, qualcosa che potesse farti passare dall'altra parte. Quando uscì sul ponte il vento lo investì con brutalità, sollevando i lembi del cappotto e facendogli appiccicare il colletto alla pelle. Subito la pioggia gli infradiciò vesti e capelli. La tempesta era notevolmente peggiorata, con le scure acque che sballottavano la nave a destra e a manca. Nave ormai quasi incapace di tenersi dritta. Forse era davvero scossa per la scomparsa del suo proprietario. Schiuma si infrangeva sul ponte, talora portandosi via qualcheduno che passava di lì. I presenti urlavano, si sbracciavano cercando di inviare messaggi ad altri compagni, correndo sottocoperta per controllare falle e motori, sopraccoperta per verificare che nella sala comandi fosse tutto in ordine, ripararsi dal temporale e prendere un attimo di respiro. L'infiltrato camminava senza problemi, senza scivolare. Nemmeno un accenno all'instabilità. Sarebbe stato sconvolgente ad occhi esterni, ma se ci si fosse soffermati a guardare meglio, si sarebbero notati dei sottili tentacoli di puro buio che tenevano i suoi piedi saldamente ancorati al suolo. Lasciava piccoli buchi ad ogni passo. Un paio di uomini gli passarono di fianco senza notarlo o ignorandolo proprio. Perché badare ad uno come lui quando si rischiava di affondare? L'oscurità filtrò dai pori della sua pelle, passò attraverso il tessuto della maglia termica e del cappotto, si estese e prese la forma di due nere, spettrali ma angeliche ali. Queste si distesero, qualche piuma aguzza venne trasportata via dal vento e dalla pioggia. Due lampi squarciarono il cielo, illuminando per un momento la sua sinistra figura. Di quella occasione approfittarono gli occhi di uomo sulla sessantina, barba incolta e guance scavate, ma di sguardo vispo. Pareva molto fuori luogo, vestito di un camice bianco. Portava al collo una catenina d'argento a cui era attaccato un ciondolo nascosto sotto il colletto della camicia. Le sue mani grinzose cominciarono ad essere prese dagli spasmi. Nonostante i tuoni rombassero con violenza e invadessero i timpani senza remore, divenendo l'unica cosa udibile nel raggio di chilometri, le parole del vecchio gli giunsero quasi chiare. -Hyaku? Sei proprio tu, numero cento?- Il ragazzo voltò solo la testa, corrucciato. Non capiva perché lo chiamasse in quel modo, dubitava del suo udito, per quanto in lui si fosse acceso qualcosa. Quella nomenclatura gli era familiare. E l'aveva letta anche nei fascicoli che aveva appena rubato. Fu tentato di lanciare una delle sue piume, trasformandola in lama nel tragitto. L'idea che fosse in vita un qualcuno che potesse potenzialmente avere informazioni su di lui lo turbava. Tuttavia, alla fine, decise di lasciarlo stare. Mise un piede dopo l'altro, arrivò fino alla punta della prua e si lanciò.
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Tenshi
HorrorLa guerra ha devastato il mondo, il quale, ormai ridotto a deserti e desolazione, ospita esseri mostruosi, i mutati. L'umanità, incapace di trovare un punto d'accordo, continua imperterrita a combattere, sfruttando senzienti armi biologiche di distr...
