Capitolo 1 (v1.0)

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Stavo a guardare le stelle, immaginando quanto tempo avrei impiegato a percorrere la distanza da dove mi trovavo io alla più vicina, e poi da quella alla più brillante. Quella se ne stava nello spazio e mi sorrideva. Non avevo nuvole da guardare, o come si chiamavano quelle forme di gas nell'aria che il mio tutore anziano e saggio, descriveva spesso. Avrei voluto vederle. Diceva che prendevano la forma dei pensieri.
Stavo sulla duna più alta all'interno della roccaforte abbandonata sul mio pianeta. Un posto freddo, triste, ma che con la mia fantasia riuscivo a rendere il posto più bello dell'universo. Lo sentivo mio. Mi sentivo il Re a camminare tra le mura sui pavimenti diroccati e pericolanti, cosa che facevo abitualmente. Non c'era nessuno che rappresentasse le minacce di cui tanto sentivo parlare, nessun animale pericoloso; solo tanto silenzio e posti incredibili. Chi abitava lì dentro doveva essere proprio ricco.
Passavo così le mie giornate, a cercare reliquie, tesoretti, nascondere e scambiare le più belle cose trovate con gli altri bambini. Ci inventavamo dei giochi ma lo sapevo che i più grandi baravano, per impossessarsi di ciò che trovavamo noi più piccoli. Ma non faceva nulla. Non mi importava. Come dice l'anziano tutore saggio, chi ruba ha poco spirito, e prima o poi decade, e diventa polvere di spirito che aspetta di essere raccolto da spiriti più grandi, e benevoli. Secondo lui il bene prevaleva sempre. In tutte le storie che mi raccontava. E io avevo modo, con tutto quel silenzio e quel tempo che sembrava impossibile da misurare, di narrarmi tutte le sue fiabe nella mia testa, di continuo, per non annoiarmi mai.
Avrei voluto possedere un taccuino, per scrivere, e raccontare le mie idee. Ma chi le avrebbe lette? L'anziano saggio che ne sapeva una più del diavolo? Mia sorella che rideva per tutto quello che dicevo?
La sua non era una risatina malvagia, ma solo di scherno. Come se trovasse buffo tutto ciò che dicessi. Lo sapevo in fondo che mi voleva bene.
L'aria a quelle altezze era rarefatta, ma lo spettacolo era bellissimo. La notte si mischiava al giorno con una transizione di colori sorprendenti. In nessun altro luogo potevo vedere tanta bellezza.
Passavo le ore assieme a mia sorella, che in quel momento era nel castello perché diceva di aver sentito un rumore nel proprio spettrometro (un marchingegno rotto trovato tra alcuni detriti). Non l'avevo seguita nel castello quel giorno, perché tanto non succedeva mai niente e lei sentiva rumori in continuazione. Avevo preferito stare a guardare il cielo e mi sentivo il ragazzo più felice del pianeta.
All'orizzonte potevo vedere quel famoso mondo blu con terre verdi, una piccola pallina nello spazio. Quando avevo chiesto la prima volta che pianeta fosse, e chi ci abitasse, il mio tutore (che mi credeva avanti rispetto a tutti gli altri bambini) mi rispose che era il pianeta perfetto, dove un giorno sarei andato. Ma prima avrei dovuto finire il programma di addestramento che tutti i ragazzi avrebbero cominciato ad una certa età. In poche parole non era ancora arrivato il mio momento. Per lui dovevo solo godermi la vita e cercare di non finire nei guai fino ad allora.
Quel pianeta blu mi ispirava. Era una bella aspettativa. Doveva ospitare la società perfetta, senza bulli, senza cattivi, dove le persone lavoravano e si godevano la propria vita. Sicuramente, diceva il mio tutore saggio con un'aria stranamente triste, sarei andato là e mi sarei dimenticato di lui. Probabilmente non ci saremmo più rivisti, ma lui credeva nella mente collettiva e sapeva che in me avrei conservato una parte saggia di lui, che avrebbe saputo stare al passo col futuro e con quello che mi aspettava.
Gli avevo chiesto come mai lui e tutti gli altri anziani non era lì sul pianeta. Insomma, se ogni adulto finiva su quel pianeta blu, e lui era un adulto, perché si trovava sulla luna con me?
E quella non era nemmeno l'unica domanda che mi ronzava in testa! Troppe cose non mi facevano senso.
Aveva risposto che doveva badare a me, come ogni tutore era tenuto a fare.
Ovviamente c'erano cose che non voleva dirmi, e diceva di non sapere niente dei miei genitori poiché non era mio nonno. Sapeva solo che sicuramente gli mancavo. Ma se loro erano sul pianeta blu in quel momento, e gli mancavo, perché non mi potevano tenere con loro? Il mio tutore diceva che nessun bambino resta con i propri genitori fino a che essi non hanno raggiunto l'età adulta. La società era fatta in quel modo per garantire la società perfetta. I bambini andavano formati altrove, come sulla Luna, con i saggi tutori che si prendevano cura di loro.
E a me tutto pareva un mistero. E puzzava come storia. Era contronatura. Ma il tutore scrollava le spalle e diceva "capirai", "ogni cosa a suo tempo".

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⏰ Last updated: Sep 07, 2023 ⏰

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