I - Quel lontano 26 maggio...

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...era una giornata nuvolosa e grigia, ma senza pioggia, una di quelle che proprio non mi piacciono. Ma non potevo lamentarmi, ero io che avevo scelto di andare a vivere a Londra, avrei potuto starmene nella bella, calda e soleggiata California da dove provengo, invece no, dovevo per forza cacciarmi in quel buco di Inghilterra dove il tempo era grigio fin troppo spesso.

Dato che ero di malumore a causa dello schifo di vita che vivevo, senza uno scopo o uno straccio di persona che ci tenesse a me, entrai in un bar e ordinai qualcosa da bere. Mi arrivò qualcosa di forte, non mi ricordo nemmeno cosa fosse, so solo che lo tracannai in un sorso e ne ordinai un altro. Lo so, lo so che avevo solo vent'anni e tutta la vita davanti, ma quando a niente e nessuno frega di te, ti sembra di non avere nessuna ragione di vivere decentemente, e allora perché privarsi di quei meravigliosi, per quanto effimeri, piccoli piaceri che il mondo offre? Ad ogni modo, me ne stavo seduta al bancone tutta sola, con tanti shot vuoti appoggiati davanti a me, e un tale di una bellezza sopraffina mi si avvicinò dicendomi: «I tuoi amici ti hanno dato buca? O è solo stata una brutta giornata al lavoro?» io alzai lo sguardo dal vuoto che stavo fissando, e lo posai su quegli occhi castani profondi ma al contempo spiritosi. «No, aspetta... ci sono. Mi dispiace molto per la morte di tuo zio George» finì per dire lo sconosciuto.

«Ehm... non ho amici,» cominciai a contare sulle dita le risposte che dovevo dargli «mi hanno licenziata una settimana fa, i miei due zii sono vivi e vegeti e nessuno si chiama George. Mi dispiace che non ci hai azzeccato, sembravi così convinto», dissi io con aria scherzosamente afflitta. Lui sorrise e mi chiese: «Allora che ci fai qui a bere tutta sola? Alle tre del pomeriggio, per giunta.»

«Come ho detto, non ho amici, quindi nessuno mi può rimproverare perché godo di certi piaceri discutibili.» gli risposi io «Tu, invece? Vieni qui a rimproverarmi e io non so nemmeno il tuo nome. E poi non mi sembri così innocente e bravo ragazzo da poter dare consigli di vita a me.»

«Egan Kyrios, al suo servizio.» così dicendo si inchinò, facendomi ridacchiare. «E riguardo alla parte sulla mia innocenza, dissento in modo totale dalla sua affermazione. Io ho tutto il diritto di giudicarla perché, come vede, io non sto bevendo e io non sono triste in modo irreversibile. Ma ho solo cercato di tirarle su il morale, signorina depressa.»

A colpirmi immediatamente fu quel suo modo di fare, così arrogante ma non sgarbato, quell'aria da "io sono perfetto, e con la mia perfezione sono in grado di contagiare tutti gli altri". Forse è proprio perché era così affascinante che gli avevo chiesto se fosse occupato, e, quando mi aveva risposto «Se questo vorrebbe dire che non potrei stare con lei, allora no, ho tutto il tempo del mondo», gli ho proposto di andare a fare un giro...

Andammo a vedere il Tower Bridge. L'aveva proposto lui, io vivevo a Londra da solamente tre mesi, non conoscevo ancora la città. Quando arrivammo sulle rive del Tamigi ci mettemmo ad ammirare il ponte ed io chiesi se potevamo salirci. Eravamo sul punto di mettere piede sulla parte centrale, quando cominciò a sollevarsi all'improvviso. In effetti, non c'erano macchine e nemmeno pedoni. Ci accorgemmo un po' tardi che il ponte era chiuso perché dovevano sollevarlo per far passare una barca. Non sapevamo che fare, ci mettemmo a correre per scendervi e io risi. Era da tempo che non ridevo così, di cuore, veramente felice. Riuscimmo a scendere dal ponte ed Egan mi guardò. Mi osservò con i suoi bellissimi occhi castano scuro, e io mi sentii al centro del suo mondo, così importante e così desiderata. Tanto per fare conversazione, perché secondo me il silenzio è bello solo fino ad un certo punto, io dissi: «Egan.. bel nome. Che origini ha?»

«Greche. Vuol dire "fuoco", indica una personalità impetuosa e irruente». Mentre lo diceva mi fece l'occhiolino e sorrise con quel suo fascino così misterioso e così attraente.

«Allora mi sembra il nome più adatto», risposi io, ammiccando. Facevo un po' la civetta, lo ammetto, ma vedendo quello sguardo mi veniva voglia di sciogliermi ai suoi piedi; vi sembrerà sciocco, in effetti lo conoscevo solo da un'ora, ma mi sentivo già innamorata e così maledettamente felice.

«E tu, invece? Non mi hai ancora detto come ti chiami.»

«Heather Nancy Gabers»

«Mmh, Heather... non mi sembra un nome molto diffuso in Inghilterra» sorrise. Sorrideva sempre.

«No, infatti. Sono americana, di Los Angeles. Mi sono trasferita qui tre mesi fa.»

«Come mai? Stufa dell'oceano e del surf? Voglia di un po' di nebbia londinese?»

«Molto divertente. No, cercavo lavoro... e poi in California c'erano solo i miei genitori che mi parlavano, non sono mai stata molto brava a fare amicizia. Speravo che cambiando paese – e continente – sarebbe cambiata anche la mia vita, ma mi sbagliavo. Se l'avessi saputo, sarei rimasta al sole», conclusi con un sorriso triste.

Lui cercò di consolarmi dicendomi che anche se ad un certo punto della vita ci sembra tutto triste e buio, poi la luce torna sempre. Apprezzai il tentativo, ma sapevo come avrebbe continuato ad essere la mia vita da single triste, senza amici e disoccupata. Anche se mi sembrava di poter avere qualche chance con il greco... però, se a quel tempo avessi saputo ciò che so adesso, non avrei mai e poi mai pensato di iniziare un'avventura del genere. Ma, ovviamente, non lo sapevo, altrimenti non starei nemmeno scrivendo questa storia.

La mia sfortuna è nota: cominciò a piovere. Non fraintendetemi, amo la pioggia, ma non se questa inizia a precipitare nel momento meno opportuno del mondo, ovvero quando due quasi sconosciuti che hanno passato a malapena due ore insieme sono talmente vicini da essere sul punto di baciarsi. Ecco, se inizia in quel momento, odio la pioggia. Ma per fortuna lì vicino c'era una tettoia, così saremmo riusciti a coprirci e a fare quello che entrambi desideravamo ardentemente; sennonché, ovviamente, una bicicletta doveva passare proprio in quel preciso momento e quasi investirmi! Per fortuna Egan mi prese e mi salvò. Però, gli squillò il telefono! Non poteva squillare in qualunque altro istante della giornata, o della sua vita, no! Lui dovette rispondere e, dicendo che si trattava di un'emergenza, gli dispiaceva tantissimo ma purtroppo doveva andare, sparì. Ed io rimasi sola sotto il diluvio. Come avevo potuto anche solo sperare che quella volta sarebbe stato diverso, che avevo qualche speranza? Scema, Heather. Mai illudersi, mai! Ma non imparerò mai la lezione, non cambierò mai: sono troppo testarda e narcisista per immaginare di migliorarmi.

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