Ciao, ho preso questa frase dal libro di Paolo di Paolo che mi ispirava particolarmente, l'ho inserita in un piccolo racconto che spero possa essere buono!
"Se sei uno portato a immaginare o, quantomeno, a farsi un po' i fatti degli altri, in una giornata qualunque, in un momento di noia, può capitarti di chiederti a cosa stia pensando lo sconosciuto o la sconosciuta che ti passa accanto".
Paolo Di Paolo, i sogni fanno rumore.
Non ero mai morto. Probabilmente non lo ero nemmeno ora. Però, le luci blu e scarlatte che percepivo dietro le mie palpebre non erano un buon segno. Nemmeno il fatto che fossi steso a terra sul ciglio della strada lo era, credo.
Suonò la sveglia. Tastai alla cieca sul cellulare, sperando di aver schiacciato "interrompi". Mi strofinai le palpebre e con un rumoroso sbadiglio, scesi dal letto e appoggiai i piedi per terra. Sotto i pantaloncini dell'Adidas stropicciati riuscii a sentire la pelle d'oca, e un brivido di piacere mi percorse la schiena.
Guardai fuori dalla finestra. La luce del Sole illuminava le tegole del paese, mentre un gatto nero scendeva da una grondaia; travolse un cameriere che preparava le tavole per la colazione, e corse dietro a un camioncino diretto verso la spiaggia. Mi scostai dalla finestra. Afferrai le cuffiette, e le indossai.
"Ehi Siri, metti la mia playlist".
Sulle parole di "Angels" di LP mi sfilai la maglietta e i pantaloncini. Cercai nell'armadio qualcosa di decente.
- I've been looking for answers -
Felpa celeste.
- I've been looking for change -
Jeans cargo neri.
- I've been looking for dancers -
Calzini bianchi e Nike Air.
Mi avviai verso il bagno mimando le parole.
Mia sorella non si era ancora svegliata, e non avevo intenzione di farlo io. Non volevo veder correre uno gnomo con sembianze femminili con un' andatura da ubriaca lungo il corridoio che cercava di arrivare al bagno prima di me.
Sputai nel lavandino il dentifricio blu, e scesi le scale. Arrivai in cucina: c'era mia madre intenta a preparare del pane tostato con della Nutella. L'occhio mi cadde sull'orologio. Imprecai sottovoce, erano già le sette e mezzo. Misi il panino tra i denti e cercai di salutare, ma dalla bocca mi uscì un "puona sornata"; uscii sbattendo la porta. Ripartì "Angels". Affrettai il passo lungo la strada costeggiata da negozi e case colorate: anche da lì riuscivo a sentire il mare che svettava sopra gli scogli. Raggiunsi la fermata e salii sull'autobus: non c'era più posto, così mi appoggiai a una maniglia che pendeva dal tetto basso. Mi persi un po' troppo a osservare i suoi capelli biondi disordinati dal vento e dalla salsedine che entrava dal finestrino aperto. Se sei uno portato a immaginare o, quantomeno, a farsi un po' i fatti degli altri, in una giornata qualunque, in un momento di noia, può capitarti di chiederti a cosa stia pensando lo sconosciuto o la sconosciuta che ti passa accanto. Mi domandai se conoscevo davvero a chi appartenevano quegli occhi scuri. Magari proprio ora in tasca aveva una pistola carica, o della benzina e un accendino, o un biglietto di compleanno. Quand'era il suo compleanno? Non me lo ricordavo.
Si girò:
- But i feel angels –
Occhi nocciola,
- over me -
Capelli scompigliati color miele e un velo di acne.
- I hear 'em sing -
Arrossii. Mi aveva notato, credo. Cercai con lo sguardo un appiglio, un alibi per giustificare il mio sguardo sul suo viso. Guardai fuori dal finestrino: Il cielo azzurro era come una finestra su qualcosa di più grande, qualcosa che i miei occhi non vedevano... Ma il mio cuore si sciolse un pochettino lo stesso... Il bus si fermò di fronte a scuola e varcai il cancello, mentre le foglie dei faggi verde menta risplendevano al Sole che ancora sorgeva. Riposi le cuffiette nella custodia e spensi la musica.
