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Echi dal Passato

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Il silenzio che avvolgeva il Numero 12 di Grimmauld Place era denso e rassicurante, spezzato solo dal respiro regolare di chi vi dormiva. Era una tipica notte del 2007 e Harry Potter, ormai ventisettenne e Capo dell'Ufficio Auror, stava finalmente godendo di un sonno profondo.
All'improvviso, un boato sordo e un rumore di mobili rovesciati fecero tremare il pavimento del piano di sotto.
Harry scattò a sedere nel letto, il cuore che gli martellava nel petto e i riflessi da Auror già all'erta.
«Gin, sveglia!» sussurrò urlando, scuotendo leggermente la spalla della moglie.
Ginny si girò verso di lui, sbattendo le palpebre e ancora mezza addormentata. I suoi capelli rossi erano scompigliati sul cuscino. «Harry... che succede?» mormorò, la voce impastata dal sonno.
Un altro tonfo, seguito da un gemito soffocato, risuonò dal salotto.
L'uomo non rispose subito: si era già alzato e stava cercando freneticamente la sua bacchetta sul comodino. Le sue dita si strinsero attorno al legno di agrifoglio.
«C'è qualcuno di sotto,» disse, la voce ridotta a un sibilo teso. «Gin, va' dai bambini. Chiuditi dentro e non uscire finché non ti chiamo io.»
La donna non se lo fece ripetere due volte. Il sonno era svanito all'istante, sostituito da un'espressione fiera e determinata. Afferrò la sua bacchetta e sgattaiolò fuori dalla stanza per raggiungere le camere dei figli, mentre Harry si avviava verso le scale.
Scese i gradini di legno senza fare il minimo rumore, un incantesimo di disillusione già pronto sulla punta della lingua. Arrivato davanti alla porta del salotto, la spalancò con un colpo secco della mano sinistra, la bacchetta alzata e la luce di un *Lumos* pronta ad accecare gli intrusi.
«Fermi dove siete!» intimò, la voce ferma e autoritaria.
Ma la scena che si trovò davanti spense ogni sua singola certezza, facendogli mancare il respiro.
Il salotto era immerso nella penombra, ma alla luce argentea della luna che filtrava dalle finestre, Harry vide un gruppo di persone che si stavano faticosamente rialzando dal pavimento. Non erano ladri. Non erano Mangiamorte.
«Ma si può sapere su chi diavolo sono caduto?» si lamentò una voce che Harry avrebbe riconosciuto tra mille.
«Su di me, Felpato. Spostati, pesi come un troll,» ribatté un'altra voce maschile, seguita da una risata cristallina e dal rimprovero dolce di una donna.
Harry sentì le ginocchia cedere. La bacchetta gli tremò tra le dita. «Chi... chi siete?» riuscì a balbettare, indietreggiando di un passo.
Un uomo alto, dai lunghi capelli scuri e dagli occhi grigi e magnetici, si spolverò i vestiti e si fece avanti. Accanto a lui, una donna dai capelli biondi e lo sguardo fiero – Marlene – gli teneva una mano appoggiata sul braccio.
«Harry?» chiese l'uomo, aggrottando la fronte. Lo guardò dalla testa ai piedi, notando quanto fosse cresciuto, le spalle larghe, il viso da adulto. «Ma che succede? Non ti ricordi di noi?»
Harry, completamente sconvolto, faceva scorrere lo sguardo su ogni singola persona presente nella stanza, sentendo il respiro mozzarsi. C'erano Sirius e Marlene. C'erano Remus e Tonks, le mani intrecciate. C'era Fred Weasley, che si massaggiava una spalla con una smorfia. E poi, c'erano loro. James e Lily Potter.
«È un trucco,» mormorò Harry, alzando di nuovo la bacchetta, sebbene la sua mano tremasse senza controllo. «Voi... voi siete tutti morti. È impossibile. Chi vi manda? È una Polisucco?»
Sirius lo guardò con aria sinceramente interrogativa, scambiando un'occhiata confusa con James. «Morti? Harry, sei sicuro di stare bene? Noi, morti?»
«Sirius, tu sei morto nel Dipartimento dei Misteri. Nel 1996,» disse Harry, la voce incrinata, le lacrime che minacciavano di pungergli gli occhi. «E la battaglia di Hogwarts... Fred, Remus, Tonks... mamma, papà...»
Lily fece un passo avanti, le mani portate alla bocca, gli occhi verdi – così identici a quelli del figlio – spalancati dallo shock. «Nel 1996?» sussurrò.
«Per le mutande di Merlino,» esclamò Sirius, impallidendo. «Harry... in che anno siamo?»
Harry lo guardò con sguardo serio, abbassando lentamente la bacchetta di fronte all'evidenza dei loro sguardi smarriti e autentici. «È il 2007.»
Un silenzio di tomba calò nel salotto di Grimmauld Place. Nessuno osava fiatare, finché James non si avvicinò lentamente a Harry. I due si guardarono: l'uomo che era morto a ventun anni stava fissando suo figlio che ne aveva ventisette.
«Harry...» sussurrò James, la voce rotta.
Harry non resistette più. Buttò la bacchetta sul divano e corse verso i suoi genitori. "Mamma! Papà!"
Si scontrarono in un abbraccio spaccaossa, disperato, uno di quelli che aveva sognato per tutta la sua vita. Lily piangeva apertamente, affondando il viso nel collo di quel figlio diventato uomo, mentre James li stringeva entrambi con una forza incredibile, baciando la testa di Harry.
Quando finalmente si staccarono, seppur riluttanti, Harry si asciugò le lacrime con il dorso della mano. Notò allora una testa rossa che lo osservava con un misto di affetto, incredulità e profonda nostalgia.
«Fred,» disse Harry, sorridendo tra le lacrime.
Il gemito sospirò, grattandosi la nuca con quel suo tipico gesto imbarazzato ma spavaldo. «Ehi, Harry. Mi sei cresciuto bene, eh? Senti...» la voce di Fred tremò per un istante, perdendo tutta la sua solita ironia. «Come stanno? George, mamma, papà... E Sol? Dimmi che Sol sta bene.»
Harry scoppiò in una risata umida, scuotendo la testa. «Non mi vedi da anni, risorgi letteralmente dai morti nel cuore della notte, e la prima cosa che mi chiedi è come stanno? Sei sempre il solito, Fred.» Harry fece una pausa, il sorriso che gli illuminava il viso. «Stanno bene. Tutti quanti. George manda avanti il Tiri Vispi magnificamente. E la tua amata Sol... sta bene anche lei. I tuoi nipoti sono praticamente la vostra fotocopia, un disastro continuo.»
Fred chiuse gli occhi, rilasciando un sospiro di puro sollievo, mentre Sirius stringeva la vita di Marlene, visibilmente commosso al pensiero di sua figlia Sol.
«Ascoltate,» riprese Harry, guardando l'ora all'orologio magico appeso alla parete. «Siete tornati. Non so come sia possibile, e dovremo capirlo. Ma è notte fonda, siete scossi e io sto per avere un infarto. Forza, andiamo a dormire. Ci sono abbastanza camere libere per tutti. Parleremo meglio domani mattina, a mente lucida. E mi raccomando: *non fate rumore*. Ho dei bambini piccoli che dormono di sopra.»
Dopo averli sistemati nelle varie stanze della casa – un'impresa surreale di per sé – Harry non riuscì a tornare a letto. Si rintanò per un quarto d'ora nel suo studio. Prese pergamena e calamaio e scrisse due lettere veloci ma urgenti. Una per sua sorella Mary – sapeva che Tom, con il sonno leggero che si ritrovava, l'avrebbe letta per primo – e un'altra per i figli dei Black: Sol e Chris. Le affidò al suo gufo, con istruzioni di consegnarle alle prime luci dell'alba.
Tornando finalmente al piano di sopra, si fermò sulla soglia della camera dei bambini. Vide Ginny rannicchiata sulla poltrona accanto al lettino, che dormiva tranquillamente, con la bacchetta ancora in grembo. I figli riposavano sereni. Guardando quella scena pacifica, Harry decise che avrebbe aspettato il mattino seguente per spiegare a sua moglie che metà dell'Ordine della Fenice originale era appena resuscitato nel loro salotto.
La mattina successiva, il sole faceva capolino tra le tende polverose di Grimmauld Place. Il gruppo dei "ritornati", ancora confuso ma pieno di un'energia febbrile, scese in cucina.
Si bloccarono sulla soglia.
Ai fornelli, immersa nel profumo di uova strapazzate e bacon, c'era una donna dai lunghi capelli rosso fuoco, di spalle, che canticchiava a mezza voce una vecchia canzone di Celestina Warbeck.
James Potter, incuriosito e sempre incline a prendere l'iniziativa, fece un passo in avanti. «E tu chi sei?» chiese, incrociando le braccia.
La donna si voltò di scatto, la spatola a mezz'aria. Quando i suoi occhi marroni misero a fuoco il gruppo di estranei – o meglio, i volti leggendari che aveva visto solo in vecchie fotografie consumate – si pietrificò per una frazione di secondo. Poi, il proverbiale temperamento Weasley prese il sopravvento.
«Dovrei chiederlo io a te, scusa tanto, visto che ti trovi in *casa mia*!» sbottò Ginny, piantandosi le mani sui fianchi, per nulla intimorita.
Sirius sgranò gli occhi, colpito nell'orgoglio. Fece un passo avanti, mettendosi davanti a James, e con uno scatto fluido del polso estrasse la bacchetta, puntandola in direzione della ragazza.
«Questa, ragazzina, per quanto mi faccia schifo ammetterlo, è casa *mia*. La Nobile e Antichissima Casata dei Black. Quindi vedi di abbassare la crest—»
«*Expelliarmus*.»
La bacchetta di Sirius volò via, finendo dritta nella mano tesa di Harry, appena entrato in cucina. Aveva i capelli sparati in tutte le direzioni, addosso un paio di pantaloni del pigiama sdruciti, ma lo sguardo da Auror non ammetteva repliche.
«Sirius,» disse Harry con calma glaciale, avvicinandosi per restituirgli il pezzo di legno, «gradirei vivamente che non puntassi mai più la bacchetta contro mia moglie.»
Il silenzio in cucina divenne così denso che lo si sarebbe potuto tagliare col coltello. Tutti i presenti – da Remus a Marlene, fino a Lily – spostarono lo sguardo da Harry, a Ginny, e di nuovo a Harry.
Fu James a rompere il ghiaccio, la mascella praticamente a terra, ricalcando l'espressione di puro shock di Sirius.
«...*Moglie?!*» esclamò James, la voce che salì di un'ottava.

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