"Dannazione"

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I bisbigli dei commensali, lo sbattere dei cucchiai di peltro nelle poche ciotole e il vento che soffiava dall'esterno creavano un'atmosfera spettrale quella notte nella taverna, Il Pugnale Spezzato non era mai stato così vuoto.

Erano pochi gli stanchi e vecchi avventori che a quell'ora ciondolavano ancora nella grande stanza, illuminata solo dalla brace quasi spenta dell'enorme camino e dalle due candele che dal bancone Hamed usava per illuminare la cucina.

Fu per quello che l'uomo trovò strano quando il giovane cameriere, con la zuppa che aveva ordinato tra le mani, si sedette al suo tavolo e iniziò a fissarlo con insistenza. Quei suoi occhietti giovani da topolino furbo non lo colsero alla sprovvista e la velocità con cui fece sparire la moneta di ferro che mise sul tavolo per pagare gli fece sollevare solo un angolo della bocca nascosta dai baffi grigi.

- Rischi grosso, Hamed non apprezza i topolini ficcanaso.- Il ragazzo non si mosse e restò seduto davanti a lui.

- Mi manda lui. – e mentre lo diceva, con un gesto gli indicò il proprietario panciuto che fingeva di rassettare, mentre non perdeva né un movimento, né un sussurro della sala.

I due uomini incrociarono i loro sguardi nascosti dalle ombre scure di quella gelida notte d'inverno, Hamed passava lo straccio sul ripiano del bancone e finse di non vedere; il topolino sorrideva trionfante e a lui non restava che mangiare la minestra fumante.

Si slacciò la cinta con il fodero per la spada e mise il pugnale sul tavolo, accanto alla sua cena, prima di aprire il bavero alto che lo aveva protetto dal vento fino a quel momento.

- Io so chi sei!- Squittì il ragazzino, con i capelli sporchi che gli ricadevano lunghi sulla fronte e i pantaloni così logori che persino le toppe sulle ginocchia erano consumate.

- Non voglio topolini ficcanaso, voglio solo cenare e scaldarmi le ossa- ma il topolino non ascoltò e si limitò ad appoggiare i gomiti sul tavolo.

- Mi annoio, non c'è nessuno di interessante e Hamed non vuole più raccontarmi le sue storie.- Il primo cucchiaio di minestra gli scaldò la gola e le viscere, dandogli quel tanto di piacevole tepore da sopportare il tono supplicante del ragazzino.

- Quanti anni hai, che vuoi ancora che ti si raccontino storie?

Lo schernì, sperando che punzecchiarlo a dovere lo avrebbe fatto innervosire e allontanare da lui una buona volta, ma la zazzera ribelle era più cocciuta che un mulo.

- Ho già sette anni, ma adoro ascoltare le storie di quando...-

Il cucchiaio di peltro lo colpì sulla nuca zittendolo prima che la sua lunga lingua dicesse qualcosa di più.

- Oh! Piccolo pelandrone, muovi quel culo ossuto e vai a strigliare i cavalli della stalla prima che mi arrabbi e ti rispedisca da quella buona donna di tua madre.- Hamed non permetteva proteste, la sua parola era legge al Pugnale Pezzato e il piccolo topolino con gli occhi lucidi di lacrime e una mano sulla nuca che doleva, si alzò dal tavolo e uscì, scomparendo tra le ombre della taverna.

Finalmente poteva godersi la cena in tranquillità, immergere il cucchiaio nella zuppa fumante e perdersi ad osservare il movimento roteante dei tocchi di verdura che galleggiavano nel brodo bollente insieme alla poca carne rimasta.

Il cucchiaio che aveva colpito il ragazzino giaceva ancora in terra, nessuno lo avrebbe raccolto per non incorrere nell'ira di Hamed che lo aveva usato come arma.

Tutti conoscevano l'abilità del vecchio locandiere, in gioventù le sue gesta come assassino mercenario erano scivolate su tante di quelle labbra che nemmeno gli oltre due decenni trascorsi dalla sua ultima missione ne avevano cancellato la fama. Agli occhi di un ragazzino di sette anni potevano essere storie avventurose perfette per trascorrere un giorno di pioggia o per aspettare che la tormenta di neve cessasse; ma per lui era il suo passato.

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