Simone era distrutto.
Era appena tornato dagli allenamenti di rugby e a malapena si reggeva sulle gambe; allenamenti ai quali, per forza di cose, non aveva partecipato per quasi sei mesi, tra incidente, recupero e vacanze estive. Inutile dire quanto la sua forma fisica fosse peggiorata, e adesso, dopo il primo allenamento della stagione, si sentiva un catorcio.
Gli facevano male muscoli che nemmeno sapeva di avere.
Si sfilò piano la maglietta e recuperò dal suo comodino il barattolino di Arnica che gli aveva portato nonna Virginia prima di uscire, sperando in qualche modo di alleviare il dolore.
Ne recuperò una manciata e cominciò a spargerla su un fianco provando a massaggiarselo; gli faceva male e la posizione non era delle più comode, in piedi davanti allo specchio, con il busto mezzo girato per riuscire a guardarsi meglio la schiena cosparsa di arrossamenti.
Sport duro il rugby.
<<Aò che stai a fa?>>
Gli prese un mezzo infarto quando sentì una voce, anzi quella voce, provenire dall'uscio della porta di camera sua.
Quando si girò vide Manuel appoggiato con la spalla allo stipite della porta, il casco della moto che gli pendeva dal braccio, che lo guardava con la fronte aggrottata.
Simone smise immediatamente di massaggiarsi guardandolo imbarazzato.
Nonostante il loro rapporto fosse tornato alla normalità, per quanto si potesse parlare di 'normalità' quando si trattava di loro, non sapeva mai bene come comportarsi quando si ritrovavano in situazioni più intime.
<<Niente>> disse semplicemente dandosi una veloce occhiata allo specchio per controllare le condizioni della sua schiena e per distogliere lo sguardo dal riccio che nel frattempo era entrato nella stanza buttandosi a sedere sgraziatamente sul letto. <<Che ci fai qui piuttosto?>>
<<Sò venuto dopo gli allenamenti tuoi, anche pe vedè che fossi tutto intero – ridacchiò prendendolo in giro – ma se te scoccia me ne vado>> disse poggiando il casco per terra, accanto al comodino, perché ovviamente a Simone non scocciava averlo per casa, e lui lo sapeva.
Infatti l'altro lo guardò sorridendo, scuotendo un po' la testa.
Manuel in quei mesi non l'aveva lasciato solo un attimo, e non l'avrebbe fatto nemmeno sotto tortura.
Da quando Simone era stato dimesso dall'ospedale, anche durante il suo ricovero a dirla tutta, il riccio si era trasformato nella sua ombra. All'inizio aveva pensato, con un po' di rammarico, che lo facesse principalmente per placare i suoi sensi di colpa a causa di tutto quello che era successo tra di loro, ma poi, parlandone velatamente anche con lui, aveva capito quanto Manuel avesse avuto paura di perderlo e quanta ancora ne avesse, tanto da non riuscire a staccarsi da lui per più di qualche ora. Non poteva negare a sé stesso quanto tutte quelle attenzioni lo facessero gongolare.
<<Non mi serve la baby-sitter, ne abbiamo già parlato.>> Non era un rimprovero, ma una semplice constatazione.
Manuel lo guardò storto. <<Ma quale baby-sitter, non posso semplicemente voler passare del tempo con il migliore amico mio?>>
Migliore amico. Quello faceva sempre un po' male, ma doveva abituarcisi.
Simone sbuffò fingendosi esasperato da lui, ma non riuscì a nascondere un sorriso. Dopo tutto sapere di essere importante per l'altro ragazzo gli scaldava comunque il cuore, e ora ne aveva la certezza.
<<Tutto il tuo tempo?>>
<<Si, tutto il mio tempo.>> Un sorriso angelico, uno sguardo di sfida. Che ci provasse a contraddirlo.
<<Allora, come sono andati gli allenamenti?>> Chiese incrociando le gambe sul letto.
Simone emise un mugolio affranto passandosi una mano sul viso. <<'Na merda. Mi hanno distrutto, mi fa male qualsiasi cosa.>>
<<Che pippa>> disse Manuel scoppiandogli a ridere in faccia. Inutile dire che contagiò anche Simone al quale scappò un sorriso.
<<Te serve una mano?>> Chiese indicando il barattolino di arnica che il ragazzo teneva ancora in mano.
