CAP.1

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Chissà dove ho messo le chiavi di casa!  Dopo una dura giornata di lavoro ci mancava solo che le avessi smarrite, ed ora come faccio Frugai nella borsa, ero rimasta la solita disordinata, certe cose sono difficili da cambiare forse impossibili.

Tra i biglietti della metro di qualche giorno fa, gli scontrini inutili del bar dove ero solita andare ogni mattina ed i pacchetti di sigarette ormai finiti da tempo, nel fondo della mia borsa cerano le chiavi. 

Tirai un sospiro di sollievo. 

Entrai in casa e la prima cosa che feci fu preparare la cena, amavo cucinare e anche se ero sola mi piaceva cimentarmi in nuovi piatti. Piccole porzioni ma ben curate. 

Come ogni mercoledì sera andava in onda il mio programma preferito I campioni del tempo è una serie TV che mi aveva fatto compagnia per tutto lultimo anno, non avevo mai saltato un episodio potevo essere sfinita ma trovavo sempre un po' di forza per restare sveglia, una volta avevo persino rimandato un appuntamento con il ragazzo che mi aveva fatto perdere la testa. 

Per me era una questione di stato, era legge, racconta di una coppia che aveva smesso di invecchiare a 25 anni, avevano vissuto negli anni 50-70-80 e 2000 erano i giovani di ogni generazione, era piacevole ed interessante vedere come erano cambiate le cose nel corso degli anni e come loro erano rimasti immuni a questi cambiamenti, continuavano ad amarsi come se fosse sempre il primo giorno, non avevano mai smesso neanche per un secondo.

Custodivano un segreto che li aveva uniti per sempre.

Mancava ancora unora perciò avrei fatto in tempo a cucinare il pollo allarancia, farmi la doccia ed essere in tempo per la serie. Tutto andava secondo i miei piani. 

Preparai la vasca piena fino al bordo, accesi la nuova cassa Bluetooth e poiché quella era una serata speciale usai anche una di quelle saponette che coloravano lacqua acquistate lestate passata in Irlanda in un mercatino di paese, erano profumate e mi rilassavano molto. 

Questa sera rose? Domandai a me stessa quando già lacqua aveva un bellissimo color rosato con qualche sfumatura gialla. Era tutto perfetto, era magico!  

Mezzora di doccia e dieci minuti per vestirmi erano il giusto tempo di cottura della cena, da poco ero diventata fiscale con gli orari e non permettevo a nessuno di alterare le mie abitudini, tutto aveva una sua ora e una sua durata  e questo mi permetteva di organizzarmi le giornate e di fare tutto ciò che non ero riuscita a fare perché non ho tempo era diventata una frase bandita dal mio vocabolario, con organizzazione e precisione sarei riuscita a fare tutto. 

Mancavano dieci minuti allinizio dellepisodio ed era tutto pronto, quando sentii il cellulare squillare. 

Numero sconosciuto! esclamai. 

Non volevo rispondere ma visto che non avevo niente da fare ed ero impaziente per linizio dellepisodio risposi. 

Pronto Lea 

Quella voce mi era familiare ma non ne ero sicura, forse era uno scherzo telefonico. 

Pronto chi è che parla? 

Sono la mamma se ancora ti ricordi di me mi rispose con una voce tremolante, non la ricordavo così. 

Erano passati cinque anni dallultima volta che la sentii e per un attimo non capii più nulla, la mia mente era in conflitto tra milioni di pensieri, perché mia madre mi ha chiamata?, cosa vuole?, perché oggi?, le avevo detto di non farlo, per me è passato, ho una madre? Ma rimasi in silenzio. 

Ho cercato il tuo numero per due giorni è stato difficile, mi sei mancata non passa un giorno che non penso a te e 

Cosa vuoi? le risposi bruscamente e non le feci finire la frase. 

Scusa se ti ho chiamata volevo solamente dirti che tua sorella Alisa ha avuto unincidente la settimana scorsa e ormai non cè più niente da fare domani i medici staccheranno le macchine e anche lei se ne andrà, sai che non ti avrei più chiamata se non per qualcosa di veramente importate 

Volevo risponderle ma avevo perso la capacità di parlare,  non conoscevo lingua era come se il mondo si spento in un solo istante tutto era diventato freddo e muto. Un deserto di emozioni avevano invaso il mio corpo, non riuscivo più a pensare, ero morta anchio nellistante in cui aveva pronunciato quelle parole. Volevo gridare ma mi sentivo soffocare, volevo che ci fosse qualcuno lì vicino a me ma ero sola, volevo non aver mai ricevuto quella chiamata volevo morire, sarebbe stato più facile avrebbe placato un dolore che le parole non riescono a descrivere che se non vissuto immaginabile, un dolore più brutto della morte stessa, che nessun uomo riesce a sopportare ed accettare, neanche il più forte, un dolore che neanche il tempo stesso sarebbe riuscito ad attenuare.  

Mi gettai sulla poltrona in sala, era ormai notte e rimasi seduta a fissare il vuoto, in quella stanza che non sentivo mia, le pareti erano una tela bianca che non ero mai riuscita a colorare, tutto mi sembrava estraneo, sconosciuto come la prima volta che entrai in quellappartamento, effettivamente non era cambiato molto, non potevo identificarmi in niente, tutto era muto, niente parlava di me. 

Cercavo qualcosa che mi facesse sentire a casa, qualcosa che mi riempisse il cuore, un cuore troppo piccolo che non poteva sostenere un peso cosi grande, ma non cera niente, non cera nessuno. 

Ero sola in quella anonima stanza seduta su quella poltrona, ormai consumata la quale non era la prima volta che ospitava i pensieri più profondi di gente comune, la quale si era consumata insieme alle speranze svanite di gente illusa, la quale aveva perso la sua bellezza assorbita da gente debole. Ma era ancora lì, sotto quella grande finestra come a dire che nessun peso è impossibile da sostenere. 

Quando mi resi conto che era passata quasi unora decisi di accendermi una sigaretta sapendo che non sarebbe stata lultima, perché non tutte le notti sono fatte per dormire. 

La pioggia scendeva fitta, non era una cosa insolita qui ma ne rimasi affascinata, sembrava che quella notte il cielo volesse piangere con me. Le strade illuminate dalla luce dei pochi lampioni funzionanti erano le mie guance e le lacrime gli scivolavano addosso sfiorandole delicatamente come una sorta di carezza impercettibile e solo i tombini potevano assaporare laspro di quelle lacrime che avevano percorso ogni curva delle mie labbra che non sorridevano da tanto tempo. 

Il cielo era più nero del solito come se il sole si fosse stancato di illuminare la luna e tutte le stelle per solitudine si fossero spente lasciando così un vuoto cupo e infinito, una tavola nera abbandonata a sé stessa, inutile perché impossibile da dipingere. 

Potevo ascoltare ogni singola goccia cadere a terra con la forza di uno tsunami in grado di spazzare via tutto e quella notte aveva portato con sé ogni mia certezza. 

Vedevo scivolare via ogni attimo della mia sofferta vita, ogni mio successo era diventato un accumulo di rovine, realizzai che tutto quello che avevo fatto era inutile e che avevo fallito. 

Ero un fallimento irrimediabile e nessuno avrebbe potuto salvarmi questa volta, mi resi conto che avevo sempre sbagliato, avevo una strana inclinazione al male tanto da diventarne io stessa. Ogni scelta che avevo preso, non era quella giusta o forse ero io quella sbagliata e non importava cosa facessi, cosa mi rendesse felice, era comunque un errore, tutto ciò che incontrava il mio sguardo come per maledizione appassiva. 

Cercavo tra le tante una goccia dolce qualcosa che mi facesse sentire fiera di me stessa, ma quella notte era tutto cosi aspro ed io ero così sola, i miei pensieri erano come lame e ogni attimo che passava una parte di me veniva tagliata via. 

Potevo ascoltare le grida di disperazione grida che non avrebbero smesso di tormentarmi se non quando avrebbero trovato una via di fuga. Volevo farle smettere stavo impazzando, non potevo più controllare la mia mente, quella notte ero vittima di me stessa e avrei subito ogni colpo senza ribellarmi era una lotta con la parte più cupa di me, una lotta che avrei combattuto inerme e avrei perso ancor prima di iniziare. 

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⏰ Última actualización: Dec 10, 2021 ⏰

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