una nube di silenzio (parte 1)

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Il primo giorno in cui sentii al telegiornale il primo caso di covid 19 non sapevo che pensare, mi sentivo normale come una ragazza di 14 anni, compiuti da pochi mesi, che pensava come ogni adolescente nella nuova generazione,ai problemi di scuola, di amicizia e di amore. Mai avrei immaginato che quel problema che mi sembrava così piccolo avesse portato via ogni mia speranza nel futuro. Sentivo che qualcosa turbava i miei genitori e i miei professori, all’inizio pensavo che era un semplice grattacapo che sarebbe passato da un giorno all’altro. Il mio unico rammarico è stato non riconoscere il vero valore di ogni giorno in cui ero ancora libera di andare a scuola, di parlare faccia a faccia con i miei amici, di poter respirare l’aria intorno a me.                                       Il covid si avvicinava sempre di più, ogni programma in TV parlava di persone morte, malate gravemente e di gente che pregava di essere risparmiato. Guardando quella gente con mascherine, guanti e occhi lucidi increduli della terribile realtà nel mondo, mi sentivo spaesata, provavo tutte le sensazioni della gente, come se uno di quei medici mi avesse raccontato tutto quello che avrebbe provato ancora prima che succedesse; tuttavia non pensavo sarebbe toccata anche a noi quella orrenda sorte.                                                                                                                                    Passarono tante giornate e non c’era giorno in cui il telegiornale non desse brutte notizie, la gente continuava a morire lasciando nei propri cari un terribile senso di colpa perché magari conoscendo il futuro avrebbero diminuito i contagi, avrebbero fatto qualsiasi cosa per sfuggire al loro destino. Non credo che “destino” sia la parola giusta per descrivere la loro sorte, come può il destino essere d’accordo con una nuova morte improvvisa e inaspettata? Questa domanda mi mandava completamente in confusione, volevo risposte alle domande che nascevano una dopo l’altra nella mia mente, volevo sapere il futuro di quella gente, volevo sapere come avrebbero raccontato ai loro figli piccoli della morte dei familiari, se avessero dato la colpa al virus, al destino o avessero inventato scuse per nasconderli la verità. Il mio cuore era ricoperto da una nube di silenzio, non sapevo che pensare, le mie stesse parole mi si rivoltarono contro, ogni certezza che la TV mi dava su questa situazione veniva smentita dalle mie riflessioni. Sapevo che dietro queste morti si nascondeva qualcosa di molto più oscuro e la paura che in quei giorni non mi aveva mai sfiorato, improvvisamente aveva preso il pieno controllo sulla mia vita.                                                                 Nonostante la paura mi comportavo normalmente sia a scuola sia per strada, speravo di sbagliarmi, speravo nell’arrivo di una soluzione concreta che avesse spazzato via le mie insicurezze.
QUANDO TUTTO EBBE INIZIO
Non ho mai dimenticato il giorno in cui si realizzò uno dei peggiori incubi. Il covid era arrivato in Italia, non precisamente nel mio paese ma sentivo la sua presenza nell’aria, nella gente che incontravo e nella pioggia che sfiorava le nostre case dolcemente come una piuma in volo.  Sapevo che era questione di tempo prima che arrivasse a toccare noi così cercavo di rendere ogni giorno speciale, cercavo di uscire il più possibile e di scambiare qualche chiacchiera più volentieri con i miei compagni di scuola. Avevo paura che il covid fosse già presente e volava tra la gente in cerca di essere scoperto e annunciato; questo pensiero sembrava sfiorare solo me, non vedevo la gente preoccupata piuttosto si comportava così naturalmente da farmi pensare che era tutto un incubo che non si sarebbe mai avverato.
La scuola fu la cosa che mi seccò di più… ero talmente entusiasta di iniziare le superiori, conoscere nuova gente e concentrarmi sul liceo dove avevo sempre sognato di andare. Non volevo rinunciare alle corse per prendere la circolare, ai commenti sui professori, alle risate dell’intervallo e al disegno che è sempre stata la mia forma di verità. Immaginavo che se avessero chiuso anche le nostre scuole sarebbero passati mesi, forse anni e iniziando il terzo superiore con la scelta di indirizzo non avrei potuto avere neanche il tempo di salutare i miei compagni con una risata, con una corsa nel corridoio, con una festa o semplicemente con un abbraccio. Non tutte le amicizie durano per sempre, alcune sono destinate a svanire col tempo per colpa di un virus o di una semplice litigata. Ed ecco di nuovo la parola DESTINO, compare in ogni frase, in ogni pensiero e in ogni dubbio. E se fosse davvero colpa del destino?
Il tempo passava e quel tempo che speravo di avere ancora a disposizione era finito…
RINCHIUSA
Era febbraio, non ricordo il giorno né il canale che l’ho annunciò. Ricordo che la strada era vuota. Non riuscivo a riconoscere le emozioni sul viso della gente, le poche persone per strada erano donne diventate supereroine, indossavano maschere di ogni colore per coprirsi metà volto e guanti bianchi. Le loro braccia sollevavano buste di ogni dimensione, riuscivo a sentire il loro peso. Tra quelle donne c’era mia madre intenta in una lotta molto più pericolosa di quelle nei film; pane, farina, acqua e ogni tipo di alimento indispensabile erano il loro bottino, pensare di poter morire andando a fare la spesa era un concetto difficile ma non impossibile.                                                                                                     I casi aumentavano sempre di più e ben presto mi ritrovai rinchiusa nella mia stanza, tra quelle quattro pareti che sembravano restringersi sempre di più. Smisi di uscire, di sognare, di sentire l’erba toccare i miei piedi, persino i miei disegni non riuscivano a darmi alcuna verità, più i colori si univano sul foglio più mi sembrava vuoto.
L’unico momento di svago era la scuola, in un certo senso riusciva a farmi dimenticare ciò che accadeva fuori;ma quella finestra impossibile da evitare nel muro della mia classe mi spingeva a vederci attraverso e improvvisamente tornavano i miei dubbi e le mie paure.                                                                                                                        In classe nessuno sembrava avere paura come me, avrei voluto essere come loro, spensierati e senza nessun timore.                       Le mascherine non tutti le portavano correttamente e questo mi permetteva di leggere i loro volti nella speranza di trovare risposte alle mie tante perplessità. La guerra era giunta da noi ma la domanda era “L’avremmo vinta?”
Non molto tempo dopo i casi positivi al virus cominciarono a essere presenti nelle scuole, nelle classi, nelle aziende e nei negozi. Si crearono tre zone distinte da colori diversi. La zona rossa rappresentava il fuoco, non si poteva uscire se non per motivi di necessità come il cibo o il lavoro, chi usciva per una di queste mansioni non era immune al fuoco e rischiava di essere bruciato ma era una scottatura necessaria per tutto il mondo.        La zona arancione era una zona dedicata interamente al rischio, si poteva uscire normalmente ma chi lo faceva era consapevole del rischio e poteva scegliere se farlo o meno.                                             La zona gialla per me simboleggiava una collina, era la zona più sicura ma nel mondo in cui viviamo neanche una collina può essere sicura, si può trovare qualsiasi cosa buttata e basta un semplice sasso per cadere e trovarsi in pericolo. La zona gialla era la più amata ma era anche la più rara, veniva sottovalutata, la gente si comportava normalmente e la regione diventava arancione o addirittura rossa.
“COME STATE? “
Il tempo sembrava non passare mai, le quattro mura in cui eravamo costretti a vivere si restringevano sempre di più. Sentivo il freddo della parete sulla mia pelle e ogni volta che guardavo fuori dalla finestra non riuscivo a vedere emozioni diverse dalla tristezza e dalla malinconia. Tutto mi sembrava così diverso, il cielo sembrava essersi fermato e non trasmetteva più alcuna trasparenza. Le strade erano sempre più vuote e noi sempre più soli.                                                                                                       Stare in casa per la maggior parte del tempo mi fece capire molte cose, ad esempio che tutto quello che fino a qualche mese prima mi era del tutto indifferente cominciava a essere di estrema importanza. Mi accorsi infatti, che fuori dallo schermo del telefono o della televisione c’era un mondo meraviglioso che aspettava solo di essere guardato, che una parola era più significativa di un messaggio, che la tecnologia aveva sostituito la purezza di una generazione dove i ragazzi correvano chilometri per abbracciare un amico o dichiararsi alla propria metà, che da un messaggio non si può percepire l’interesse del destinatario e che le nostre indispensabili emoji non possono sostituire le risate o le lacrime concrete. Non ci avevo mai pensato, mi sono adeguata alla mia generazione senza provare a restare nella vecchia.                     Chiunque stia leggendo questo libro provi a farlo e se come me siete contrari alla mancanza di sincerità in tutto ciò che scriviamo per messaggio, correte dal vostro lui/lei, cercate il modo per dimostrare i vostri sentimenti perché la vita vi metterà davanti mille sfide, quel parlare vi mancherà tantissimo ma la voce rimbalzerà nel mondo e nessuno la dimenticherà...

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