Estate a Charleston

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Era giunta una nuova estate.

Kiara lo sentiva fin dal primo mattino: quella non sarebbe stata un'estate come le altre. Certo, gli ingredienti sembravano gli stessi di sempre - il caldo umido, l'odore di sale che saliva dall'oceano, le cicale che non smettevano di cantare nemmeno all'ora di pranzo - eppure c'era qualcosa nell'aria che le diceva che quei mesi avrebbero lasciato un segno diverso.

Dopo anni di assenza, la sua famiglia era tornata a Charleston, la cittadina del South Carolina dove Kiara, da bambina, trascorreva ogni singola estate. Erano arrivati da due giorni, il tempo sufficiente per riabituarsi al ritmo lento della città e al profumo di gelsomino che si mescolava a quello del mare.
Quella mattina suo padre, Tony, era partito presto per l'aeroporto, da dove le amiche di Kiara sarebbero arrivate per raggiungere l'amica. Il piano era semplice: accompagnarle durante il lungo viaggio di ritorno verso Charleston e portarle dritte a casa.

Era ormai pomeriggio inoltrato quando l'auto percorreva le ultime miglia di strada costiera. Tony, guardando le ragazze dallo specchietto retrovisore, si accorse che il viaggio le aveva sfinite: gli occhi pesanti, i capelli spettinati, il silenzio di chi ha passato troppe ore tra aeroporti e sedili stretti. Decise di rompere quella stanchezza con una domanda.

«Allora, vi piace il posto?»

«Sì, sembra un paradiso terrestre» rispose Rossella, con lo sguardo incollato al finestrino, mentre scrutava le palme e le insegne di legno che scorrevano fuori.

Rossella - che tutte chiamavano semplicemente Ros - era una ragazza di corporatura media, con una massa di capelli mossi di un castano scuro che le incorniciava il viso. Era la più sveglia del gruppo, quella con la battuta pronta e la risposta giusta al momento giusto, ma sotto quell'intelligenza brillante nascondeva un animo gentile, capace di mettere a proprio agio chiunque le stesse accanto.

«Bene» continuò Tony con un sorriso complice nello specchietto. «Spero abbiate portato anche qualche vestito da sera, perché da queste parti, soprattutto a luglio, le feste non mancano mai. C'è quella di mezza estate, la più grande, e poi tante altre più piccole organizzate un po' dai pogue, un po' dai kook.»

Le ragazze si scambiarono un'occhiata perplessa.

«I pogue sono i ragazzi che vivono nella parte sud dell'isola» spiegò Tony. «Surfisti, per lo più figli di pescatori e lavoratori del posto. I kook, invece, stanno a nord: famiglie ricche, proprietà enormi, soldi vecchi di generazioni.»

Il gruppo si guardò di nuovo, questa volta con uno sguardo misto tra stupore e curiosità. Fu Rebecca a rompere il silenzio.

«Ci sono molti ragazzi alla nostra età, qui?»

Rebecca era la più grande del gruppo, e anche quella che, nonostante l'età - o forse proprio per quella - ne combinava sempre una. Aveva un modo di fare diretto, senza troppi giri di parole, e una curiosità che la portava dritta al punto.

«Certo» rispose Tony ridendo. «Ragazzi e ragazze della vostra età ce ne sono ovunque, in questo periodo. E poi ci sono anche parecchi amici di Kiara.»

Le ragazze si scambiarono un'ultima occhiata, questa volta carica di speranza. Non serviva dirlo ad alta voce: stavano tutte pensando alla stessa cosa.

Dopo un'ora di viaggio arrivarono finalmente davanti alla casa. Dai racconti sentiti in macchina, le ragazze avevano già intuito che la famiglia di Kiara non poteva certo essere annoverata tra i pogue : il portico bianco, le colonne, il giardino curato fino all'ultimo filo d'erba parlavano chiaro.

Fu proprio Kiara ad aprire la porta d'ingresso, il viso illuminato da un sorriso che non riusciva a contenere. Abbracciò ognuna delle amiche con lo stesso entusiasmo, come se non le vedesse da un'eternità, poi le guidò su per le scale, verso le camere del piano superiore.

«Dormirete qui» disse, con un filo di orgoglio nella voce, mostrando le due stanze. «C'è un letto matrimoniale e due singoli, sistematevi come preferite.»

«Che casa bellissima!» esclamò Sofia, girando lo sguardo intorno a sé, incantata.

Sofia era la più piccola del gruppo: capelli biondi, occhi azzurri, e una bellezza che non passava certo inosservata, anche se lei stessa sembrava non farci troppo caso.

«Grazie» rispose Kiara sorridendo. «Questo pomeriggio andiamo al campo da golf, quindi riposatevi un po' e sistemate le valigie: partiamo tra due ore.»

Detto questo, uscì dalla stanza, lasciando le amiche a disfare i bagagli tra risate e commenti sulla casa.

Due ore più tardi, le ragazze erano già al campo da golf. Buca dopo buca, tra una mazzata e l'altra, la conversazione scorreva leggera, punteggiata di risate.

«Kiara, perché non ci avevi detto niente di queste feste?» si lamentò Rebecca, appoggiandosi alla mazza. «Non ho nemmeno portato delle scarpe adatte.»

«E io non ho un intimo decente da mettere» aggiunse Mac, facendo scoppiare a ridere tutte le altre.

Mac - la più sfortunata del gruppo, come la chiamavano scherzosamente le amiche - era alta, con i capelli castano chiaro raccolti in una coda sciolta, e un fisico atletico forgiato da anni di pallavolo.

«Siete proprio delle disastrate» le prese in giro Kiara, scuotendo la testa divertita. «Comunque, se vi serve qualcosa ve lo presto io.» Poi si girò verso Mac, con un sorriso malizioso. «Anche se non credo avrai occasione di sfoggiare il tuo intimo con gli unicorni.»

Lo scoppio di risate che seguì fu interrotto all'improvviso dal rombo di alcune moto, che si fermarono proprio all'estremità opposta del campo. Il rumore attirò l'attenzione di tutti, non solo delle ragazze.

Kiara non ci mise molto a capire di chi si trattasse. Senza dire una parola, tornò a concentrarsi sulla propria buca, ignorando volutamente i ragazzi appena arrivati. Ma alle sue amiche era passata ogni voglia di giocare: gli occhi ormai fissi su quel gruppo in lontananza, non esitarono a tempestarla di domande, tutte insieme, per sapere chi fossero.

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⏰ Last updated: Jul 24 ⏰

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