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By ifenjiesistono005

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capitolo uno pt.1

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By ifenjiesistono005

Nel tardo inverno dei miei sedici anni mia madre ha deciso che ero depressa ,presumibilmente perché non uscivo molto di casa, passavo un sacco di tempo a letto, rileggevo infinite volte lo stesso libro, mangiavo molto poco e dedicavo parecchio del mio abbondante tempo libero a pensare alla morte.
Sugli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire.
(Anche il cancro è un effetto collaterale del morire.Quasi tutto lo è, a dire il vero) Mia madre però si era convinta che avevo bisogno di nuove cure, così mi ha portato dal dottor Jim, il mio medico di base, il quale ha confermato che stavo sguazzando in una paralizzante e certo clinica di depressione, e che perciò i miei farmaci dovevano essere rivisti e dovevo anche frequentare un gruppo di sostengo.
Il mio gruppo di supporto era composto da un cast mobile di personaggi in vari stadi di malessere indotto dal tumore. Perché il cast era mobile? Un effetto collaterale del morire.
Il gruppo di supporto, nemmeno a dirlo, era deprimente al massimo. Ci si incontrava ogni mercoledì nel seminterrato di una chiesa episcopale in muratura a forma di croce. Ci sedevamo tutti in cerchio proprio sul centro della croce, dove i due bracci si incrociavano,
nel punto in cui si trovava il cuore di Gesù. L avevo notato perché Patrick, il capogruppo, nonché l unico della stanza ad avere più di diciotto anni, parlava del cuore di Gesù a ogni singolo assurdo incontro, dicendo che noi, giovani sopravvissuti al cancro, ci trovavamo proprio nel sacro cuore di Gesù, e così via.
Nel cuore di Dio le cose andavano così: i sei o sette o dieci che eravamo entravano in piedi/in carrozzina, brucavano una decrepita selezione di biscotti e limonata, si sedevano nel Cerchio della Fiducia e ascoltavano Patrick raccontare per la millesima volta la sua miserevole, deprimente storia di vita: di come avesse contratto il cancro alle palle e tutti lo dessero per spacciato, e invece non era morto, e adesso eccolo lì, un adulto fatto e finito nel seminterrato di una chiesa nella 137esima città più bella d America, divorziato, videogamedipendente, praticamente senza amici, che sbarcava il lunario sfruttando il suo passato canceroso e intanto faceva lenti progressi verso il conseguimento di un master che non avrebbe migliorato le sue prospettive di carriera, in attesa, come tutti noi, della spada di Damocle che gli avrebbe dato il sollievo, a cui si, era davvero sfuggito quel tot di anni prima, quando il cancro gli aveva risparmiato quella che solo l animo più generoso avrebbe potuto chiamare vita.
E ANCHE VOI POTRESTE ESSERE COSÌ FORTUNATI!
Poi noi ci presentavamo, Nome.Età.Diagnosi, E come stavamo quel giorno.Sedici anni.In origine tiroide, ma con una solida e nutrita colonia satellite nei polmoni.Sto così così.
Finite le presentazioni,Patrick, gli va dato questo merito, ci lasciava parlare anche di morire. Ma la stragrande maggioranza di loro non stava morendo. Sarebbero sopravvissuti è diventati adulti, proprio come Patrick.
(Il che significava che c'era un bel pò di competitività al riguardo: ognuno voleva sconfiggere non solo il cancro, ma anche gli altri presenti nella stanza.Mi rendo conto che è irrazionale, ma quando ti dicono che hai il 20 per cento di possibilità di vivere per altri cinque anni scatta una specie di gara e ti rendi conto che vuol dire uno su cinque. Quindi tu ti guardi intorno e pensi, come farebbero ogni persona sana: devo sopravvivere s quattro di questi bastardi)
L'unico aspetto positivo del gruppo di supporto era Isaac, un tipo con la faccia allungata, magrissimo, i capelli biondi lisci che gli ricadevano apposta sopra un occhio.
E il suo problema erano proprio gli occhi. Aveva un cancro straordinariamente improbabile agli occhi. Uno gli era stato tolto da piccolo, e ora portava le lenti spesse che gli facevano sembrare gli occhi ( sia quello vero che quello di vetro) enormi in un modo innaturale, come se la sua intera testa si riducesse semplicemente a questi due occhi, quello finto e quello vero, che ti fissavano.

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