Il Tredici

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Erano le sei e quaranta e "It's Time" degli Imagine Dragons suonava a tutto volume dal telefono appoggiato in carica sul comodino di Sara. Lei si alzò dal letto con un brivido di freddo che le fece venir voglia di tornare sotto le sue amate coperte. I suoi genitori erano già svegli e la caffettiera borbotta in una strana lingua che il caffè era pronto. Suo padre corse dal bagno in cucina per spegnere il fornello prima di combinare qualche guaio e farsi così sgridare dalla moglie. Era una giornata fredda come tutte le giornate di gennaio inoltrato. Sara decise di prendere uno dei suoi tanti maglioni e infilarselo abbinandolo a dei jeans chiari. Andò in bagno e si sciacquò la faccia con dell'acqua gelida. Provò anche a pettinare la massa di capelli che aveva in testa e, fortunatamente, erano lisci. Quel giorno si piaceva, non c'era nessuno a cui doveva piacere, ma voleva piacersi. Si diresse in cucina e nella stanza si era diffuso un piacevole odore di caffè caldo che le inebriò i sensi. Ne versò circa quattro dita sul fondo di una tazza e ci aggiunse dell'acqua calda: il caffè lo preferiva lungo, all'americana. Intenso ma delicato allo stesso tempo. Mescolò il cucchiaino di zucchero che aveva usato per addolcire la bevanda e prese due biscotti al cioccolato da un sacchetto aperti sul tavolo, si sedette e guardò fuori dalla finestra situata proprio alla destra del tavolo e si accorse che stava nevicando, il che migliorò un po' la prospettiva della giornata. Alla prima ora doveva sostenere il compito di matematica, materia che non amava particolarmente, e non amava particolarmente nemmeno l'insegnante: il "professorSergioNicola" ,così insisteva per essere chiamato, il che ti lasciava senza fiato e, prima di aver finito di pronunciare l'ultima "esse" la lezione era terminata. In qualsiasi modo, ogni ritardo era inammissibile nelle sue ore, perciò si infilò le scarpe, indossò la giacca e la sciarpa, prese il suo zaino e uscì dalla porta di casa biascicando un "ciao mamma io esco" tutto di fretta. La sua famiglia ogni mattina era presa da una frenesia particolare che quasi tutti avevano perso l'uso della parola. Fortunatamente la fermata del tram era proprio sotto il suo palazzo. Non abitava molto lontano dal Gioberti ma nonostante questo in quel lasso di tempo di sicuro non sarebbe riuscita ad arrivare in orario. O forse sì. Il Tredici di solito la mattina non era pienissimo e spesso riusciva a sedersi. Passarono all'incirca quindici minuti e del tram non c'era ombra. Le si erano incastrati dei fiocchi di neve tra i capelli che lentamente si scioglievano. Ad un certo punto una scatola arancione e cigolante apparve. Sara guardò il cellulare: le sette e cinquanta. Dubitava di farcela ad arrivare in tempo e cominciò a pentirsi di non aver fatto quel tratto di strada a piedi. Salì velocemente quando le porte si aprirono. Si accomodò su un posto vicino al finestrino e si infilò gli auricolari. La canzone "Ed ero contentissimo" di Tiziano Ferro suonò in riproduzione casuale. Per tutta la durata del tragitto la ragazza guardò fuori dal finestrino e maledisse quel dannato tram per non essere mai in orario. Arrivò che erano le otto e sette davanti alla scuola e salì i grandini il più velocemente possibile quando una voce da dietro la chiamò. «Non ti fanno più entrare. Io sono arrivato due minuti fa. Il bidello ha detto che le lezioni iniziano alle otto e cinque, e di certo le otto e sei non sono le otto e cinque. Che stronzo. » Non conosceva quella voce, non conosceva quel ragazzo. Si girò sbuffando. « Ma come? Sono le otto e otto. Le otto e otto. Non è possibile. Ne sei sicuro? » Il ragazzo con un gesto plateale indicò la porta e le fece segno di procedere. « Prova se vuoi. » E lei fece così. Entrò e puntualmente il bidello la fermò. Era un uomo vecchio, stempiato e con i capelli bianchi. « Ragazzina, dove credi di andare? Le lezioni iniziano alle otto e cinque, e di certo le otto e otto non sono le otto e cinque. » Lei lo guardò. « La prego, ho il compito di matematica, mi faccia entrare. » Lui la squadrò da capo a piedi e per un momento Sara si persuase dell'idea che l'avrebbe fatta entrare. « E questi dovrebbero essere problemi miei? » E se ne andò nel "gabbiotto dell'inserviente" a fare la settimana enigmistica. Lei si chiese se c'era un motivo per cui tutti i bidelli erano così antipatici e con aria rassegnata uscì dalla scuola. Il ragazzo era ancora lì davanti e aveva acceso una sigaretta. Era bello pensò. Quando la vide rise. « Non c'è niente di divertente. Avevo la verifica di matematica. » disse lei. Lui la fissò per un momento e poi fece uscire una nuvoletta di fumo dalla sua bocca. « Può darsi. O può darsi di no. In qualsiasi modo io ho freddo e voglio una brioche. Al cioccolato. E un caffè. » si portò la sigaretta alla bocca. « Vuoi venire? Non farti pregiudizi. » Disse indicando la sigaretta e mentre parlava delle piccole scie di fumo si dileguavano verso il cielo. « Il fumo è un vizio, non un avvertimento. » Lei sorrise. Lui anche. « Mettono buona musica in questo bar? » Chiese Sara. Lui gettò la sigaretta per terra e la calpestò con il piede. « Che musica ti piace? » Lei alzò le spalle. « Un po' di tutto. I miei preferiti sono i Coldplay. » Lui sorrise. « Allora in questo bar mettono i Coldplay. »

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