Capitolo II

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Era dai tempi delle superiori che Clarke non usciva a quegli orari. Quando viveva a Washington, prima della morte di suo padre le piaceva andare a ballare con alcune amiche, dopo aver guardato le partite di football insieme a Wells, il suo amico di infanzia. Il padre, il signor Telonius Jaha, collega di suo padre, non lo faceva andare in giro di notte, così Clarke, per non farlo restare solo il sabato sera, lo faceva cenare con lei e guardavano un match mentre mangiavano la pizza.
Lui era un tipo piuttosto ingenuo e non era sicura si fosse reso conto che restava a casa per tirarlo su di morale, anzi, era più che certa che lui avesse frainteso la faccenda. Ma era meglio non pensarci, visto come erano andate le cose.
« A cosa stai pensando? È da un secolo che guardi l'armadio senza provarti nessun vestito. Non dirmi che non hai niente da metterti!»
Harper interruppe definitivamente quel tuffo nei ricordi e fece ritornare Clarke al presente.
Doveva uscire e non sapeva cosa mettersi proprio perché non era abituata ad andare da qualche parte.
La sua coinquilina stava rovistando tra i vestiti cercando qualcosa che “le risaltasse i suoi begli occhi azzurri” e stava disfacendo quel meraviglioso ordine che Clarke aveva ultimato poche ore prima. Dannazione, ora non avrebbe più trovato niente visto che nulla era al suo posto, però non voleva offendere Harper che si stava così impegnando per farla sembrare carina davanti ai suoi amici.
« Ecco, con questo sarai bellissima!» disse trionfante la ragazza ad un certo punto, prendendo in mano un abito blu oltremare senza maniche che arrivava fino a metà coscia.

Santo cielo, non quello.

Clarke non si capacitò di come quel vestito fosse finito nei bagagli. Per quale assurdo motivo avrebbe dovuto portarselo dietro, non ne aveva la più pallida idea.
Lo aveva messo solo una volta. E di certo non era una bella occasione.
Già, il secondo matrimonio di sua madre non era di certo una notizia che fece impazzire dalla gioia sua figlia. Non era passato nemmeno un anno, da quando era morto Jake.
Eppure, Abigail Griffin, costrinse Clarke a comprarsi un nuovo vestito, perché i suoi non erano abbastanza eleganti o nuovi per un'occasione del genere. Doveva essere tutto perfetto.
Funzionava così, tale madre, tale figlia.
Se devi fare qualcosa, o la fai alla perfezione o non la inizi proprio.
Ma quella volta, Clarke non riuscì proprio a perdonare sua madre, per essere stata così egocentrica e orgogliosa.
« Sì, uhm, quello va bene. Grazie.»
Meglio lasciar perdere, se volevano arrivare in orario al pub.
Con un nodo alla gola pensando a sua madre e al suo nuovo marito, felici nella loro casa estiva in California, la ragazza indossò il vestito e mise un paio di ballerine bianche. Non aveva nessuna voglia di truccarsi, e nemmeno di mettersi i tacchi.
Voleva solo rilassarsi un po' e staccare la spina. Non le interessava ubriacarsi o farsi notare ad uno stupido pub e pomiciare con qualche ragazzo più sbronzo di lei. Si sarebbe divertita lo stesso.
Dopo circa mezz'ora di attesa a causa di Harper e del dubbio amletico che la perseguitava, ovvero quale giacca portarsi dietro, i tre ragazzi presero la macchina della proprietaria di casa e guidarono per circa venti minuti, prima di raggiungere il posto.
Clarke sperò con tutto il cuore di non dover fare la terza incomoda per tutta la serata, perciò si sarebbe accollata a qualsiasi loro amico che si fosse dimostrato simpatico.
« Benvenuta ad Arkadia, Clarke! Il miglior posto per avere una sbronza coi fiocchi e rimorchiare persino con un procione!» urlò Monty, per farsi sentire al di sopra della musica « E no, quella del procione non era una battuta. Brutta storia, povero Jasper...»
Clarke smise di sorridere e immaginò se stessa flirtare con un procione o una pantegana. Confermò a sé stessa l'idea di non bere nulla che le venisse offerto.

Il locale all'interno era molto carino. C'erano tavoli apparecchiati con tovagliette colorate e la luce soffusa proveniva da deliziose lanterne di carta sopra le loro teste. La pista per ballare era più in fondo, più ampia e spaziosa e con il karaoke incluso.
Una decina di ragazzi li stava aspettando davanti la saletta da ballo, e molti di loro avevano già un drink in mano.
Una ragazza bellissima, dai capelli neri e lisci come la seta e dagli occhi azzurrissimi venne incontro ad Harper e l'abbracciò affettuosamente.
« Ehi Octavia! È bello vederti, ci sono tutti stasera? Sai, abbiamo una persona da presentare!» disse Harper in preda all'euforia. Clarke si chiese se non avesse già bevuto.
Santo cielo, più la ragazza si avvicinava più le ricordava una modella per quanto era bella. Indossava un succinto vestito pailletato bianco dalle spalline trasparenti e aveva un sorriso perfetto, di quelli che ti tolgono il fiato. Per un momento, desiderò essersi preparata un po' meglio, sentendosi così brutta a confronto.
« Octavia, lei è la mia coinquilina, Clarke Griffin. Clarke, lei è una nostra carissima amica, Octavia Blake.»
Le due ragazze si strinsero la mano amichevolmente.
Dio, sperò solo di non doversi presentare a tutti uno per volta.
« Aspetta, ti faccio fare un giro.» disse Octavia prendendola per mano e portandola avanti e indietro per farle conoscere tutti «... Lei è Monroe, più avanti ci sono Fox, Bryan, Atom... Ciao anche a te Trina! Poi uhm, qui da questa parte ci dovrebbe essere mio fratello con i suoi amici imbecilli, fa vedere... Oh eccoli!»
Clarke era decisamente confusa con i nomi, ma almeno si era risparmiata parecchio tempo visto che ormai tutti sapevano il suo nome, cognome, indirizzo e codice fiscale.
Ora si trovava davanti a tre ragazzi, che Octavia voleva assolutamente presentarle. Il primo, a sinistra, era un ragazzo di colore, con un fisico robusto e un pelo di barba, al centro c'era un ragazzo con i capelli a spazzola castani, un naso abbastanza grosso e gli occhi blu scuri. Era il più basso e magro fra i tre, ed fu l'unico ad essersi accorto della presenza di Clarke. Infine, a destra c'era un ragazzo poco più grande di loro, dai ricci scuri e dagli occhi marroni. Aveva la pelle olivastra e sotto la luce si intravedevano alcune lentiggini intorno al naso. Reggeva un boccale di birra in mano e non fece caso all'arrivo delle due ragazze.
Notando lo sguardo seccato del secondo ragazzo, Clarke avrebbe preferito andarsene, ma Octavia insistette dicendo che doveva assolutamente presentarglieli.
« Come va la serata, ragazzi?» chiese Octavia con un sorriso a trentadue denti. Il ragazzo con la pelle più scura si voltò per risponderle, ma l'altro, quello con i ciuffi riccioluti, fu più veloce.
« Ehi O'. Non è l'ora di andare a dormire per te?»
« Non è l'ora che ti faccia un po' i cazzi tuoi?» rispose Octavia, con le braccia conserte. La bionda si sentì sempre più in imbarazzo.
« Clarke, lui è mio fratello Bellamy. E loro sono Nathan Miller e John Murphy.» disse indicando rispettivamente prima il ragazzo a sinistra e poi quello dagli occhi blu.
Miller le fece un cenno con la testa mormorando un saluto. Sembrava preso anche lui dalla birra che stava bevendo. Murphy, d'altro canto, non si degnò nemmeno di dire un ciao, però alzò il suo cocktail in segno di saluto.
Il fratello di Octavia la fissava e Clarke, a quel punto, liquidò la sua nuova amica e i suoi non molto loquaci amici, per poi dirigersi verso il bancone.
Non ne capiva il motivo, ma lo sguardo di Bellamy l'aveva resa nervosa. Ipotizzò che fossero gli ormoni del ciclo e decise di prendersi qualcosa da bere vista la gran sete che aveva.
Ovviamente cercò qualcosa di leggero.
Dopo qualche minuto di ricerca sul menù che a quanto pare possedeva solo superalcolici, trovò questo cocktail alle “noci Jobi”; beh, doveva essere una specie di frullato alle noci corretto con l'alcol. Poteva andare bene, in fondo.
Ordinò la bibita al barista che gliela portò quasi subito. Clarke mandò giù tutto in un sorso il liquido beige che si trovava nel bicchiere di vetro e per poco non si strozzò.
Era come se avesse bevuto tutto d'un fiato una bottiglia di gin e vodka liscia mischiate con qualche altro liquore piccante.
Senza far notare come si sentisse male in quel momento, domandò un bicchiere d'acqua al barista che vedendo il cocktail già finito rise sotto i baffi, ma Clarke in quel momento aveva troppo mal di stomaco per fargli una ramanzina sullo scrivere sul menù il tasso alcolico nelle bibite.
Bevve troppo velocemente l'acqua e si sentì anche peggio di come stava prima. Chiese ad Harper (ignorando il fatto che stava pomiciando con Monty) dove si trovasse il bagno e corse subito alla toilette.
Il bagno delle donne, ahimè, scoprì che era lo stesso di quello degli uomini e così dovette aspettare il doppio della fila. Quando finalmente fu il suo turno, fece giusto in tempo a chiudere la porta del bagno, che sentì la testa girare e poi vomitò tutto nel water.
Qualche non-sapeva-bene-quanto tempo dopo, Clarke riprese i sensi, e si sentì leggermente intorpidita. Si guardò intorno e capì di essere ancora chiusa nel bagno ed era stata svegliata da qualcuno che bussava ferocemente alla porta.
« C'È GENTE CHE DEVE ANCORA ANDARE AL BAGNO, QUI FUORI. SE DOVETE FARE PORCHERIE LE FATE A CASA VOSTRA, MAIALI!» urlava una voce maschile al di fuori del WC.
La bionda avrebbe voluto rispondere che era da sola, non stava facendo nulla di male e aveva appena vomitato persino l'acqua che aveva bevuto. Si sentiva la testa tremendamente pesante, e vide persino Wells che la rimproverava di aver bevuto ad una festa piena di sconosciuti.
Con uno sforzo immane, aprì la porta, trovandosi davanti nientepopodimeno che Bellamy Blake. E non aveva nemmeno tirato lo sciacquone.
« Ma che diamine hai combinato lì dentro?» le chiese il ragazzo, le sopracciglia crucciate e le mani sui fianchi.
Diede un'occhiata dietro Clarke (la quale stavolta vedeva sua madre pomiciare con il signor Jaha sul bancone del bar) e notò la puzza di vomito e beh, appunto il liquido puzzolente dentro la tazza del water.
« Oddio aspetta, non ho nemmeno scaricat...»
Non fece in tempo a finire la frase che un bel po' di vomito finì sulla felpa azzurra e sulla t-shirt bianca di Bellamy.
Voleva davvero dirgli che le dispiaceva, ma più parlava, più vomitava.
L'ultima cosa che vide prima che i suoi occhi si chiudessero fu suo padre, con i vestiti di Bellamy addosso che le diceva “Alle feste non dovresti bere così tanto, Principessa”.
Poi, il buio.

Quando si risvegliò, Clarke si ritrovò in una macchina a lei sconosciuta. C'era una canzone degli Imagine Dragons in sottofondo, ma era troppo stordita per capire di quale si trattasse. Girò la testa e quando vide chi c'era al volante per poco non cacciò un urlo.
« Buongiorno principessa. La carrozza è abbastanza comoda o ha altre richieste per la serata?»
Bellamy Blake, a torso nudo (probabilmente per non puzzare del vomito della sua nuova conoscente) stava ironizzando anche troppo su quella situazione imbarazzante.
Clarke non aveva mai avuto problemi con gli alcolici, ma bere quel coso così di colpo doveva averle messo a soqquadro lo stomaco.
Provò a parlare e sentì la gola secchissima.
Il ragazzo al suo fianco le passò una bottiglia di acqua frizzante che probabilmente stava in quell'auto da almeno tre secoli, infatti era del tutto sfiatata, ma almeno la dissetò abbastanza da poter spiaccicare qualche parola.
« Dove mi stai portando?»
Ecco, aveva tantissime cose da potergli dire.
“Mi dispiace per la felpa”, “Grazie per l'acqua” “Dimentichiamo questa mia figura di merda e ti sarò riconoscente a vita!” e invece no, scelse le parole meno opportune della storia.
« Scusa, puoi ripetere? Non solo mi hai fatto quasi pisciare sotto e mi hai vomitato addosso, ora hai anche paura che ti rapisca? Hai una gran bella faccia tosta, Principessa viziata che non sei altro.»
Clarke lo guardò esterrefatta. Come si permetteva di trattarla in quel modo? Di certo non lo aveva fatto di proposito, anche se riflettendoci, non le sarebbe dispiaciuto rimettere anche nell'auto, giusto per farlo imbestialire ancora di più.
« Scusami. Se avessi voluto rapirmi mi avresti legato, giusto? Cavolo, l'acqua faceva davvero schifo. Non sono una principessa alcolizzata, comunque.»
Dire che Clarke in quel momento fosse brilla era un eufemismo. In circostanze normali non si sarebbe mai scusata e il buon senso l'avrebbe fatta scappare dall'auto. Invece, si sentiva la testa leggera e avrebbe pure riso, se Bellamy non l'avesse guardata con la coda dell'occhio.
« Pensavo che lo zietto Monty ti avesse messo in guardia dagli alcolici. Di solito lo fa sempre con i nuovi arrivati. Cavolo, mi sta chiamando qualcuno. Sei in grado di rispondere senza farmi volare il telefono?» disse il ragazzo, passandole il cellulare.
Clarke vide le lettere del nome che si muovevano e fece fatica a rispondere alla chiamata. Non riusciva a capire nemmeno se l'iniziale fosse una O oppure una G.
« Pronto?» rispose una voce femminile dall'altro capo del telefono. «Bellamy, ci sei? Ma dove sei finito? »
La bionda arricciò il naso e si voltò verso il guidatore.
« Credo che sia tua madre...» sussurrò Clarke, perché non voleva farsi sentire dalla donna al telefono.
Bellamy sospirò.
« No, non è sicuramente mia madre. Non riesci a leggere il nome sul display? Probabilmente è Octavia. »
La ragazza riprese in mano il telefono e si schiarì la voce, come se dovesse iniziare un discorso importantissimo.
« Ciao! Sono Clarke. Siamo nella sua auto, mi sta portando a casa. Sono un po' brilla, in effetti.»
Ci fu un attimo di silenzio.
Poi, la tempesta.
« BELLAMY CHI È QUESTA RAGAZZA NELLA TUA AUTO? BASTA, SEI RIMASTO IL SOLITO STRONZO DI SEMPRE, MI HAI STANCATO. VAI A FARTI FOTTERE.»
La ragazza al telefono staccò senza perdere altro tempo.
Il caso volle che Clarke aveva appena capito come mettere la modalità vivavoce senza farle girare la testa e, quando la voce tuonò nella macchina, il viso di Bellamy divenne decisamente pallido.
Nessuno dei due parlò per qualche secondo.
Fu Clarke la prima a rompere il silenzio:
« Perché mai tua sorella dovrebbe lasciarti?»

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