Prologo.

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"Voglio morire."

Molte volte ho pronunciato questa frase senza rendermi conto del vero significato che si cela sotto quelle due parole.
Due verbi, apparentemente innocui:
-Volere; verbo transitivo della seconda coniugazione.
-Morire; verbo intransitivo della terza coniugazione.

Una frase minima con un soggetto sottointeso.

Semplici e puri frutti della grammatica e della lingua, che, insieme, formano un concetto coeso e chiaro.

"Voglio morire."

È normale ripetere questa frase nel periodo dell'adolescenza: il caldo, il freddo, la noia, un'interrogazione, i troppi compiti...
Ripetiamo questa frase centinaia di volte al mese senza renderci conto della gravità di ciò che stiamo dicendo.

Morire.
Avete mai pensato a questa parola?
Morire, die, morir, décedér, eingehen.

Analizzandola mi sono resa conto che questa frase mi apparteneva più di quanto io non credessi, faceva parte del mio essere da sempre e proprio qualche ora fa ho deciso che per me era arrivata l'ora della mia fine.
Ho pregato mentre cadevo tagliando la fitta nebbia.
Credi che il dolore sia troppo, ma una volta che tocchi il suolo non ti rendi più conto di nulla.

Nella mia infinita depressione avevo deciso di morire in un modo teatrale, unico: ho indossato il vestito nero con i lustrini del mio diciottesimo compleanno, ho scritto messaggi di scuse sulla pelle delle mie mani, delle mie braccia, delle mie gambe, i piedi li ho lasciati nudi e ho messo lo smalto nero su ogni unghia.
Mi sono mostrata così, come l'errore che sono.

"Scusate." È stata l'ultima parola che ho pronunciato prima lasciarmi cadere dal terzo piano.

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