5. CIÒ CHE NON TI ASPETTI (parte prima)

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Leo's Pov

Nel pomeriggio, dopo essere ritornato a casa da scuola, decido di chiudermi in camera ad ascoltare della musica a tutto volume.
I suoni mi fanno stare bene. Grazie a loro mi sento vivo.
Quando resto da solo con la musica è un po' come tornare a respirare dopo aver trattenuto aria sott'acqua.
Le note mi hanno sempre fatto questo effetto. Non so spiegarlo ma in passato, ogni volta che stavo male, bastava che mia madre mi facesse ascoltare della musica ed io ritornavo in me o almeno, il più delle volte, è sempre stato così.
Ad ogni modo, il primo giorno di scuola non è poi stato così terribile come temevo. I miei compagni si sono tenuti impegnati a mostrare le foto delle loro vacanze, mentre io ho passato tutto il tempo a fissare un punto indefinito fuori dalla finestra.
È strano, ma alcune volte essere invisibile agli occhi degli altri, è perfetto.
Questo ruolo sembra calzarmi a pennello.
Come al solito, mio fratello Alex irrompe nella mia stanza come se nulla fosse.
«Hai forse visto la mia maglietta blu?» Chiede mentre avvicinandosi allo stereo abbassa il volume della musica. Con una mano tiene il suo cellulare all'orecchio.
«Non mi occupo io dei tuoi vestiti, perché non lo chiedi a nostra madre?» domando irritato alzandomi dal letto.
«Perché lei è uscita con una sua amica a fare la spesa e qui ci siamo solo io e te. Allora, hai visto o no la mia maglietta blu?».
«Cosa vuoi ne sappia io di quella stupida maglietta blu?» Continuo a chiedergli più irritato che mai. Alessandro ha sempre avuto il potere di farmi incazzare in meno di tre secondi.
«E allora questa cosa è?» chiede lui prendendone una delle tante sparse per terra.
«Ah ti riferivi proprio a quella...» Commento cercando di trattenere una risata.
«Sei sempre il solito idiota, perché devi indossare i miei vestiti? Non hai un tuo armadio?».
«Ovvio che sì mio caro Alex, ma alcune volte i tuoi vestiti sono più belli dei miei». Lo prendo in giro, ma Alex non mi degna di alcuna risposta, va via lasciando la porta della camera aperta. Mi trattengo dal dirgli qualcosa al riguardo e, fingendo che non fosse successo nulla, decido di chiuderla io.
Alessandro Marchese è uguale a me ed è anche per questo che litighiamo ogni santo giorno. Lui ed io siamo complici, il più delle volte, ma quando ci irritiamo è meglio tenerci lontani l'uno dall'altro.
Nostra madre ci ha da sempre spiegato l'importanza della famiglia e in fondo Alex è come Nic solo leggermente più rompi palle, ma tutto sommato è bello averlo qualche volta in giro per casa.
Lui va già all'università. Frequentare la facoltà di medicina è sempre stato un suo sogno, anche se in realtà non ho mai capito questa sua scelta. Insomma, fare il medico è una cosa abbastanza impegnativa e poi gli ospedali sono pieni di malati e scegliere di guarire le persone comporta anche vedere cose orribili. Affrontare lo sguardo dei malati terminali, dei bambini costretti a vagare nei corridoi dell'ospedale, non è affatto semplice.
Non lo comprendo, ma d'altra parte sono fiero di lui. Lo sono sempre stato, soprattutto per ciò che per colpa mia lui e mia madre hanno dovuto passare.
Ricordi vaghi mi tornano alla mente, così corro subito ad alzare di nuovo il volume della radio. Non posso permettermi di ritornare indietro nel tempo, non ne ho alcuna voglia. Quello che è giusto fare è dimenticare e andare avanti.
Come possono guardarmi gli altri con ammirazione se il primo ad odiarmi sono io?
Sono sbagliato e alcune volte mi sento qualcun altro. È una sensazione strana che nessuno può comprendere. Sono solo con me stesso in questa lotta contro quella che è la mia vita.
È terribilmente straziante ma devo conviverci.
Improvvisamente il cellulare mi avverte dell'arrivo di un nuovo messaggio.
Il mittente è Nic.

"Vieni alla festa? Ti prego, ti prego, ti prego!"

Sorrido per la sua spontaneità.

"Sai già la mia risposta. Piuttosto, perché, invece di perdere tempo a chattare con me, non corri a prepararti per la festa?"

La sua risposta non tarda ad arrivare.

"Forse perché spero ancora in un tuo 'Sì Nic, ti passo a prendere alle 21 in punto' J"

"Non dirmi che ti serve un passaggio e che io sono la tua unica opportunità!?"

"Okay, se non vuoi io non te lo dico ma..."

"Ma è così."

"Forse."

"Andiamo Nic, chiedi a Luca se può darti un passaggio, io non sono in vena di festeggiare un bel nulla."

"Luca ha la macchina piena. Leo, mi accompagni? Dai!"

"Ti odio."

"Lo prenderò come un complimento.
Facciamo per le 21?"

"Sembra che io non abbia scelta. Ma ti avverto, se per le 21 non sei pronto, ti lascio a casa."

"Sarò veloce come un fulmine.
Grazie fratello! J"

"Ripeto, ti odio.
A dopo Nic."

"Ah, Leo?"

"Che c'è ancora?"

"Ricordati di lucidare la Yamaha.
Non vorrei fare brutta figura con le ragazze."

"SPARISCI!"

Come deciso, o meglio, come ha deciso Nicolas, alle 20.30 esco da casa con in mano due caschi. Questa sera sarei tanto voluto andare in spiaggia ad osservare la luce della luna riflettere sulla superficie dell'acqua e invece, ancora una volta, il mio migliore amico è riuscito a tirarmi fuori dalla mia solitudine.
Sto per uscire dal vialetto quando per un millimetro non vengo investito da una ragazza in bicicletta.
«Cazzo, vuoi stare attenta?» le urlo contro.
«Scusa» dice lei scendendo a controllare se sono ancora intatto. «Anche se in pratica sei uscito dalle aiuole senza guardare!».
«Come scusa? Stai forse dando a me la colpa della tua incapacità nel guidare quell'inutile rottame?»
«Rottame? Datti una calmata e poi non potevo prevedere che saresti sbucato dal nulla» si irrita parecchio mentre continua ad osservarmi.
«Senti ragazzina, non ho tempo da perdere con te e con le tue inutili chiacchiere. Spostati, devo uscire» le dico ignorando la sua presenza. Per colpa sua adesso sarò io ad essere in ritardo.
«Cafone» commenta lei.
Respiro profondamente prima di voltarmi ancora una volta verso di lei.
«Togliti dai piedi o ti ritroverai quel relitto di metallo in fondo al mare».
«Ancora con questa storia? Mio caro presuntuoso e arrogante ragazzetto viziato, io non ho alcuna paura di te» dice lei saltando di nuovo in sella alla sua bicicletta.
«Male ragazzina, dovresti averne, ma oggi è il tuo giorno fortunato e non credo ci rincontreremo mai più» sorrido malizioso, indossando poi il casco.
«In realtà...».
«Cosa?» Chiedo sistemandomi sopra alla mia amata motocicletta.
«Per tua sfortuna andiamo nella stessa scuola e purtroppo abito su uno di quei trabocchi sul porto, quindi credo che in un modo o in un altro saremo costretti a rincontrarci».
«Facciamo una cosa. Ti va?» le domando accendendo le luci «Se mi vedi da lontano, cambia strada e io farò la stessa cosa» continuo il mio discorso per poi ricevere un'occhiataccia, ma, prima che la sconosciuta dica qualcosa, metto in moto e sfreccio via lungo la strada.

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