And I'll never go home again
Place the call, feel it start
Favorite friend
And nothing's wrong but nothing's true
I live in a hologram with you

"Farò cose che non dimenticherai" è la frase che mi rimbomba in testa quando mi sveglio. Anche dopo tre giorni. È la frase che mi rimbomba in testa continuamente, senza apparente motivo.
Mi massaggio la tempia che premeva contro il finestrino freddo, dopodiché riconosco la fila di palazzi e mi sgancio la cintura di sicurezza, voltandomi poi verso Oli.
Stringo appena le labbra in un sorriso di gratitudine.
La testa di Deb sbuca tra di noi dai sedili posteriori. "Grazie"
Oli la guarda appena. "Figurati"
Apro lo sportello e scendo per prima, le gambe molli. Non mi sono mai spaventata così tanto per una coinquilina in vita mia.

6 ore prima.
"Ci saranno entrambi, è il compleanno di Mike" il tono di voce di Oli sembra quasi preoccupato mentre mi informa. Stringo le gambe contro il petto seduta nel letto, mentre lei gira una canna seduta sulla scrivania.
"Probabilmente non dovrei venire" dico pensierosa. Un tuono accompagna il movimento lento della testa di Oli che si gira verso di me.
"Non so quanto questo possa salvare la situazione"
"Niente me in giro, niente alto rischio di rissa allo scoccare della mezzanotte" poggio la testa contro il muro. "Non sarebbe un grande regalo di compleanno per Mike"
Oli lecca il bordo della cartina e sigilla la canna, mentre io continuo a farmi i fatti miei pensando ai possibili scenari da bronx che potrebbero scatenarsi data la mia presenza al compleanno di Mike.
"Per non parlare della tensione sessuale con Harry" mormoro senza nemmeno accorgermene.
Oli scoppia a ridere e mi guarda con gli occhi sgranati. "Mila!"
"Cosa?" sto sorridendo. "È la verità"
Continua a ridere e mi guarda maliziosa. "Vuoi sapere una cosa?"
"Non lo so, voglio saperla?" ribatto insicura.
Lei mi fa l'occhiolino e fa schioccare la lingua, tamburellando la canna sulla superficie del legno.
"Harry è un top. Gli piace stare sopra, mai sotto"
Alzo gli occhi al cielo. "Non a caso l'abbiamo soprannominato il Christian Grey dei poveri"
"No, tu l'hai soprannominato in quel modo" precisa puntandomi un dito contro. "Ad ogni modo queste sono voci di corridoio"
"Le voci di corridoio hanno sempre qualcosa di fondato" sospiro divertita sdraiandomi.
"Adesso ti dirò una cosa che ti farà saltare giù dal letto"
Oli si inginocchia per stare col viso all'altezza del mio e mi guarda divertita, quasi machiavellica. Percepisco una punta di paura in me, ma svanisce non appena mi sorride.
"Harry viene a Parigi con noi"
Balzo a sedere prima ancora di programmare l'azione, e la guardo più sorpresa che mai.
"Cosa?"
Lei si mette in piedi ridendo. "Proprio così. Me l'ha detto Louis"
Non trovo una risposta in grado di estraniare lo shock di questo momento e Oli continua.
"Ha fatto i biglietti con Mike, insieme ai nostri" la seguo mentre si siede ai piedi del mio letto, i capelli legati in una coda alta e il viso senza trucco. "È sempre stato nel progetto, solo non lo sapevamo"
"E Brett? C'è anche lui?"
Scuote la testa. "No. Louis mi ha detto che Brett ha rifiutato subito, non gli interessava"
Sono ancora incredula.
"Sarà proprio un bel viaggio" commenta la mia amica con un sorriso malizioso, osservando la sua canna.
Mi immagino Parigi in inverno, con la neve. Mi immagino le sue luci, anche se non le ho mai viste. L'odore dei croissant appena sfornati al mattino, la Tour Eiffel illuminata, mastodontica ed imponente. Mi immagino Harry che la guarda, Harry che la disegna. Non devo pensarci.
Mi tiro in avanti tornando con la testa sul cuscino e le gambe piegate, mentre domando ad Oli "Come va il tatuaggio?"
Alza le spalle. "Benone. A volte fa un po' male quando mi corico di schiena, ma è tutto ok"
Mi faccio peso sui gomiti e la guardo. "Che significato ha?"
Lei inspira a fondo, poi sospira senza guardarmi, si fissa la canna tra le mani, pensierosa.
"Significa che sono forte proprio come una spada. Sono tagliente come la sua lama, ma posso anche rompermi, spezzarmi. Quella spada sono io, è la mia arma contro i periodi bui. È tante cose che probabilmente ancora non conosco, ma che arriveranno nella mia vita"
Colgo delle note strane nel suo tono di voce, quasi come se ci fosse stato un velo che si dissolveva nel nulla, mentre parlava. Improvvisamente, Oli mi appare vulnerabile, umana. Non più la figura irraggiungibile, quella ragazza solare, testarda e vivace a cui associo il nome Oli. In questo momento, mi sembra quasi di vedere una persona diversa, conosco la parte mancante di lei. Non è più Oli, ma Olive. Ecco chi è. Un puzzle completo. Ed è bellissima.
Vorrei dirle qualcosa che possa confortarla o tirarle su il morale, ma il rumore di vetro rotto si interpone tra di noi e ci scambiamo un'occhiata preoccupata.
Mi alzo immediatamente dal letto e apro la porta, non sapendo chi ci sia in casa scendo al piano di sotto ed entro in cucina.
Deb si tiene al lavabo, c'è un bicchiere rotto ai suoi piedi e del sangue su entrambe le sue mani.
"Deb!" la chiamo preoccupata, ma lei non sembra sentirmi. Mi avvicino rapidamente e la prendo per le spalle, respira col fiatone ed è pallida in viso. Boccheggia qualcosa che non capisco, non riesce a parlare. Oli alle mie spalle è immobile, non sa cosa fare e ha ancora la canna in mano.
"Deb, guardami!"
La mia coinquilina pianta i suoi occhi piccoli e acquosi nei miei, ma è come se non mi vedesse. Leggo del terrore e dell'ansia, paura pura che mi sembra di poter toccare a mani nude.
E proprio le sue mani lasciano il lavabo e si aggrappano alle mie spalle, macchiandomi gli abiti. Mi tocca il viso con quella destra, sento il sangue caldo appiccicarsi alla mia guancia fredda.
"Deb, ti devi calmare, ok?"
Non sono sicura mi capisca, non so nemmeno cosa le stia succedendo. È la prima volta che la vedo così.
"Io... io..." lo ripete svariate volte, ma non aggiunge altro. Si guarda attorno spaesata e inizia a singhiozzare in silenzio, per poi urlare ed indietreggiare, le mani ora sono tra i suoi capelli.
"Deb! Stai calma, Deb!" quello che le dico non sembra servire a niente, allora mi volto verso Oli in tono supplichevole.
"Dobbiamo portarla in ospedale"
Lei annuisce una sola volta e sale al piano di sopra per recuperare la sua borsa.
"Coraggio, alzati. Ti aiuto io"
Deb non collabora ed è pesante per me. La trascino fino all'ingresso, si dimena e mi prende a colpi, graffiandomi la faccia. Mi colpisce le braccia, cerca di afferrarmi i capelli e non dice niente, continua a singhiozzare e basta.
La mia mano colpisce la sua guancia con un colpo secco e forte, vedo il suo viso voltarsi e la sua espressione sconcertata, ma almeno ha smesso di dimenarsi. Adesso sono io, quella col fiatone.
Oli arriva con la sua borsa e il cappotto addosso, le sopracciglia incurvate e la fronte aggrottata.
"Mila?" mi chiama, raggiungendomi. Io la guardo e sento ancora il respiro di Deb, ora immobile.
"Andiamo"

Ho sempre detestato gli ospedali. Non mi è mai piaciuta l'aria che tira lì dentro, l'odore che vaga per i corridoi, gli infermieri e i dottori nei loro camici. No, non fa per me.
Mi sfrego le mani, seduta su una poltrona blu scuro, e Oli torna dai distributori automatici, un caffè tra le sue mani. Mi si siede accanto.
"Nulla?"
Scuoto la testa. "Nulla"
Abbiamo portato Deb in ospedale e l'hanno accolta al pronto soccorso per medicarle le ferite e visitarla. Siamo qui da tre quarti d'ora e non ne posso più. Vorrei andare via, tornare a casa, ma so che Deb non avrebbe modo per rientrare, e lasciarla da sola non mi sembra la più geniale delle idee. Non dopo quello che ho visto.
Ho ancora le sue mani addosso, mi sono ripulita del suo sangue ma è come se fossi ancora in cucina con lei.
"Stai bene?"
Oli mi guardo mentre mi porge la domanda, so che le interessa davvero sapere come sto. Mi sto sfregando i palmi delle mani gli uni contro gli altri e fisso il vuoto.
"Sì" rispondo, anche se non lo so davvero. Non so come sto. Sono turbata e odio aspettare.
Deb appare nel corridoio che abbiamo di fronte ed entrambe ci alziamo in piedi. Lei stringe le labbra, nessun dottore l'accompagna. Ha le mani pulite ora, ci sono dei cerotti sui palmi.
"Siete rimaste tutto questo tempo?" è la prima cosa che dice, sorpresa.
Io guardo Oli, che alza le spalle.
"Certo" rispondo. "Non potevamo lasciarti qui da sola"
Ci guarda ancora un po', poi si stringe nelle spalle e ci ringrazia con un filo di voce. "Ho finito, comunque"
"Vi accompagno a casa" fa Oli, ha già le chiavi in mano, insieme al caffè.
Deb ci affianca mentre lasciamo l'ospedale, sembra tutto normale ma probabilmente non lo è.
Quando arriviamo in macchina io mi siedo davanti, Deb dietro e Oli alla guida. Ci metto meno di un minuto ad appisolarmi contro il finestrino gelido.

Ci sono due tazze di tè caldo tra me e Deb, che mi siede di fronte. Non c'è nessun altro a casa, solo noi due. Oli è andata via non appena ci ha riaccompagnate e questo silenzio non fa che riportare la mia mente a qualche ora fa.
Adesso, Deb sembra molto più tranquilla.
"Allora," esordisco quindi. "cosa ti hanno detto?"
La mia coinquilina si muove sulla sedia mentre riordina le idee.
"Attacco di panico"
"È la prima volta che succede?"
"Così forte? Sì. Ma non è il primo attacco di panico che mi becco" sospira. "Mi hanno dato dei tranquillanti, non più di due pillole al giorno o possono stordirmi di brutto. Mi hanno medicato le ferite, fatto le dovute visite e mi hanno consigliato di vedere uno psicologo"
Giro il cucchiaino nel tè. "Non sembra poi una cattiva idea. Io ci andrei, da uno psicologo"
Deb solleva gli occhi su di me, poi li rituffa nella sua tazza ancora piena. Si passa le mani sul viso e capisco che qualcosa non va. Il fantasma dell'attacco di panico è ancora al suo fianco.
"Mi dispiace averti aggredita in quel modo" dice piano.
"Non fa niente"
"Sembravo una pazza. Un mostro" scuote la testa. "Sono una pazza"
"Non sei pazza" replico guardandola. "Sei umana. E gli umani crollano, a volte"
Vedo i suoi occhi puntati nei miei e non sono in grado di sostenere lo sguardo perché so che mi sta studiando. Se c'è una cosa che ho imparato riguardo Deb è che lei studia le persone.
"Come ci riesci?" mi chiede.
"A fare cosa?" domando interrogativa.
"A dire la cosa giusta nel momento giusto"
Non so perché, ma penso a mia madre e a mio padre. Penso alla prima volta che ho messo piede a Londra. Alla mia prima canna. A L'amico ritrovato. Mi immagino Harry che lo legge con una sigaretta in bocca e lo sguardo concentrato, i capelli raccolti. Alzo le spalle e scuoto la testa, sospirando.
"Non succede sempre"
Il citofono suona ed interrompe la nostra chiacchierata. Deb, che è più vicina alla porta, si alza e va a rispondere.
"Mila, è per te. Dice di scendere"
"Chi è?" chiedo curiosa.
Deb scuote la testa, ha già chiuso il citofono. "Non l'ha detto"
Penso che possa essere Harry, ma mi avrebbe avvisato. Forse è Oli. Ho paura che sia Brett.
Indosso il parka ed esco dimenticandomi la sciarpa. Fa molto freddo, così mi stringo le braccia attorno al corpo e scendo i gradini. Arrivo al portone e lo apro, ma non c'è nessuno.
Penso ad uno scherzo del cazzo, ma non ho nemmeno il tempo di ragionarci su che vedo comparire una figura alla mia sinistra e il tempo sembra fermarsi di botto. Potrei riconoscere i suoi occhi ovunque, e prima che me ne accorga ho le braccia legate attorno al suo collo, mentre pronuncio il suo nome in un sussurro.
"Siara"

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