PROLOGO

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Correvano nel prato, lei e il bambino biondo dal nome strano. Lei era velocissima, lui faceva fatica a starle dietro, ma era più grande e aveva le gambe più lunghe. A un certo punto spiccò un balzo degno di un gatto e la atterrò. Cadde di faccia sul terreno fangoso del giardino, e un po' di erba le entrò in bocca, ma non si sognò nemmeno di protestare, era troppo orgogliosa per quello. "Presa!" Gridò il bambino, e scoppiò a ridere. Le si riempirono gli occhi di lacrime, grosse gocce che racchiudevano tutta la sua frustrazione, poi esplose: "Non vale, vinci sempre tu! Tu sei più grande e hai le gambe più lunghe, questo è barare!" "E cosa ci posso fare io se ho le gambe lunghe? Tagliarle?" chiese il bambino ridacchiando e porgendole una mano per aiutarla a rimettersi in piedi. La rifiutò. In effetti, il suo pensiero era del tutto logico, ma questo non fece che peggiorare la situazione, facendole desiderare di crescere più veloce, per raggiungerlo e dargli finalmente una bella lezione. "Ma io posso farlo!" Pensò, poi prese in mano il suo fidato quadernino e una matita, e cominciò a disegnarsi degli strani trampoli sotto ai piedi, tipo scarpe giganti da clown, ma più comodi. Con quelli prese a inseguire il bambino, che iniziò a strillare: "Aiuto, aiuto! Questa mi schiaccia! E poi dici a me che baro?" Poi inciampò in una radice e cadde. Del sangue prese a stillargli dal labbro ferito, lei fece scomparire i trampoli e gli corse incontro. Dopo essersi assicurata che la ferita non fosse mortale, prese a osservarlo con interesse. "Che c'è?" Le chiese lui, e mentre parlava i suoi denti si ricoprirono di sangue, trasformandolo in una figura alquanto macabra. Ma alla bambina non faceva paura. "È che non pensavo che voi aveste il sangue rosso proprio come noi, sei sicuro che non è pittura?" Poi fece per passargli in dito sulla ferita, strappandogli un gemito di dolore. "Ti fa tanto male?" "Abbastanza. Brucia." "Vieni dentro, so dove mamma tiene le medicine, posso metterti un cerotto, quelli fanno passare tutto." Il bambino le sorrise.

Era tremenda, testarda e voleva avere sempre ragione, ma era proprio questo che le piaceva di lei, sapeva tenergli testa. Era una piccola guerriera coraggiosa. Si lasciò condurre da quella nanetta, alta poco più della bicicletta che si ostinava a cavalcare come fosse un drago, nella grande casa. Ci era entrato poche volte, di solito compariva direttamente in giardino. Era davvero enorme, il doppio della sua, e con tanti mobili chiari dall'aria costosa. Emanava una luce accecante. Venne fatto accomodare dalla bimba in un ampio bagno, con una finestra coperta da una tendina decorata, dalla quale filtravano alcuni raggi di sole. Nel bagno erano presenti sia una vasca gigante sia uno strano marchingegno, che gli aveva spiegato chiamarsi doccia, che aveva la stessa funzione della vasca ma era più pratico e veloce. Riportò l'attenzione sulla sua infermiera improvvisata, che si stava impegnando a scalare il lavandino per arrivare all'armadietto col disinfettante, e le scivolò sotto furtivamente, così avrebbe potuto prenderla al volo nel caso fosse caduta. Si preoccupava sempre per lei. Era molto intrepida, ma non sempre le sue azioni pericolose ottenevano un esito positivo. Si era fatta male più volte, spaventandolo a morte, ma per fortuna non era mai successo nulla di grave, altrimenti avrebbero dovuto renderne conto agli Adulti. C'era un'unica regola che doveva rispettare se voleva andare a giocare in quello strano mondo meraviglioso: non doveva farsi vedere da loro. Si era chiesto più volte quale fosse il motivo di tale severa regola, forse la mamma di Arya l'avrebbe punita se avesse scoperto che passava tutto il suo tempo con un bambino maschio. Anche da lui certe signore all'antica si scandalizzavano vedendo le ragazze mano nella mano con i ragazzi in strada, e sembravano non comprendere che potevano essere semplicemente due amici in giro a passeggio. Ma il mondo di Arya era molto più all'avanguardia del suo, pensava che certe cose fossero state superate. Comunque fosse, non se ne preoccupava. Bastava già sua madre, che gli faceva un sacco di domande su dove fosse stato, non aveva nessun desiderio di conoscere anche quella di Arya. I genitori erano noiosi. La nonnina invece lo incuriosiva. Una volta l'aveva intravisto, prima che uscissero in giardino, però gli aveva sorriso benevolmente e gli aveva fatto un cenno di saluto con la mano. Non capiva che pericolo corresse con lei.

Era finalmente riuscita a scendere da quel benedetto coso infernale, tremendamente scivoloso e arduo da scalare anche per una professionista come lei. "Prima sciacquati la faccia" ordinò, imitando il tono risoluto che assumeva sua mamma ogni volta che lei si faceva male. Poi prese in mano un bel batuffolo di cotone, adorava metterci le mani, era così soffice da sembrare una nuvola, e prese a irrorarlo con fiumi di disinfettante. "Adesso stai fermo" gli avvicinò il batuffolo al viso e stava per premerlo delicatamente sulla ferita quando un tonfo la fece saltare in aria. Mollò il batuffolo per la sorpresa, che cadde a terra spiaccicandosi sulle linde piastrelle del pavimento. Sulla porta c'era sua madre, con un'espressione a metà tra lo shock e la furia, che fissava il suo compagno di giochi come se fosse un alieno. D'improvviso scattò in avanti, cogliendola di sorpresa e riuscendo ad afferrare il braccio del suo amico e trascinarlo fuori dal bagno, poi iniziò ad urlare e tutto divenne confuso... 

Arya's drawingsDove le storie prendono vita. Scoprilo ora