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Locked Away - R. City & Adam Levine

Harry

La debole luce dell'alba penetra attraverso i vetri della finestra e crea dei ghirigori sul soffitto che ormai sto fissando da non so quanto tempo con esattezza. Credo di aver dormito a malapena due ore, oltretutto non consecutive, e la stanchezza si fa sentire nelle palpebre appesantite. Non riuscirei comunque a riposare, ho la mente invasa da una marea di pensieri.

Credevo che sapere cosa lei sentisse nei miei confronti mi avrebbe aiutato, ma così non è stato. Anzi, se è possibile, mi sento perfino peggio di prima. Avere la certezza che ricambi i miei sentimenti, ma che ciò non sia abbastanza da smuoverla dalle sue convinzioni, fa un male indicibile. Cerco una via di fuga, una soluzione, ma non c'è. So che dovrei mettermi finalmente l'anima in pace, chiudere definitivamente questo capitolo della mia vita e tentare di andare avanti, ma la sola idea di lasciare lei indietro risulta impossibile.

Decido di alzarmi dal letto perché ho un bisogno estremo di caffeina e raggiungo svogliato la cucina, che trovo già occupata da Charlotte. Non l'ho sentita muoversi e credevo stesse ancora dormendo. Il rumore dei miei passi che si arrestano in prossimità della porta attira la sua attenzione e si irrigidisce, mentre mi dà le spalle. Non so come diamine comportarmi, adesso; è snervante.

«Cosa stai facendo? Sono le sei», annuncio, dopo essermi schiarito la voce.

Ha ancora addosso il vestito che indossava ieri sera, stropicciato nella lunghezza, perciò credo che abbia dormito con quello e non si sia proprio cambiata.

Si volta, mantenendo tra le mani una tazzina vuota. Ha gli occhi leggermente gonfi, con il trucco un po' sbavato sotto di essi. Il pensiero che possa aver pianto mi frantuma il cuore.

«Non riuscivo a dormire», risponde, stringendosi nelle spalle.

«Mhm.»

Evito di dirle che non riesco a farlo nemmeno io, perché ho già esternato troppo, ieri sera, e non voglio continuare a farle del male.

Mi avvicino al ripiano della cucina e noto il fornello acceso, con appoggiata sopra la caffettiera. Volgo lo sguardo verso di lei, che fissa un punto impreciso oltre la porta; sembra così piccola e francamente non credo di averla mai vista così provata, tranne quando ha scoperto la verità sui suoi genitori.

Ho sempre avuto la malsana idea che Charlotte fosse talmente forte da reggere tutto quello che le arrivava addosso, un proiettile dopo l'altro, una serie interminabile di colpi che comunque non è mai riuscita ad atterrarla. Forse è stato proprio questo il mio errore: non accorgermi di cosa in realtà le frullasse in testa. Mi sono chiesto più volte, in effetti, come facesse a non crollare, come facesse a ritirare indietro le lacrime un minuto dopo dal loro inizio, e ho stupidamente pensato che fosse in grado di sopportare tutto il peso delle cose che si sono susseguite. Ho dato per scontato che anche lei, prima o poi, sarebbe arrivata al limite.

Limite a cui credo di aver contribuito, ieri sera. Non mi pento delle mie parole, poiché sentivo il viscerale bisogno di tirarle fuori e dare a lei finalmente una certezza, ma mi domando se sia stato un bene. Sono certamente sollevato che abbia smentito la sua nottata con Sean, ma non riesco a non chiedermi quanto le sia costato ammetterlo.

«È così importante per te?» domando di getto.

Charlotte solleva il mento per guardarmi, confusa. «Cosa?» chiede. La sua voce è un po' gracchiante e stanca, come se avesse gridato ininterrottamente per ore. O pianto.

Doctor Dream (3&4)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora