Capitolo uno

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Dimensioni e intelletto

Destiny sbuffava scocciata con le braccia incrociate al petto, mentre la sua amica Paradise era impegnata a sfogliare un dizionario di lingua coreana. Erano in volo da un'ora a stento e quella secchiona si era già messa a studiare. Non era cambiata di una virgola dai tempi del liceo.

«Non ci sarà nemmeno un ragazzo decente. Gli asiatici sono tutti cessi» si lamentò col broncio.

«Dess, stiamo andando a Seul per cercare lavoro, non per divertirci» la rimbeccò l'altra, indispettita dalla sua superficialità. Destiny roteò gli occhi, un altro sbuffo.

«Lo so, lo so. Quanto è noiosa la povertà» mormorò con una smorfia di sufficienza. E quella era bastata per fargli prendere la sprovveduta decisione di fare le valigie e partire alla volta di una terra sconosciuta. Una cugina di Paradise aveva trovato lavoro a Seul come assistente alle luci nella troupe di una rinomata casa di produzione e aveva messo una buona parola per entrambe. Una volta arrivate a destinazione avrebbero sostenuto un breve colloquio e fatto qualche giorno di prova, prima di sapere se sarebbero state assunte.

«E poi, che ne sai, magari incontreremo l'eccezione che conferma la regola» cercò di consolarla Paradise con un sorriso pieno di ottimismo. Destiny soffocò una risata scettica.

«Anche se ce ne fosse uno gradevole, avrebbe comunque il cazzo il piccolo.»

Paradise scosse il capo con aria rassegnata, poi le sbatté sul petto un vocabolario identico al proprio.

«Inizia a studiare piuttosto, altrimenti al colloquio rispondiamo coi gesti.»

Destiny emise un ringhio di frustrazione, già insofferente all'idea di sfogliare un tomo di quelle dimensioni. «Non serve imparare la lingua, li stupirò col mio talento!» decretò, fin troppo sicura di sé, ripassando il dizionario all'amica.

Un colpo di tosse proveniente dai sedili di fronte attirò l'attenzione delle due ragazze.

«Scusate, potreste parlare più piano? Qui c'è gente che vorrebbe riposare» le rimproverò una calda voce maschile con uno strano accento inglese.

E lo sapevo io che avrei beccato il solito passeggero rompicoglioni. Paradise si affrettò a chiedergli scusa, ma Destiny la zittì con un'occhiataccia. Si sporse in avanti con lo scopo di guardare in faccia il seccatore, il quale non si era mosso di un centimetro dal proprio posto nemmeno per girarsi verso di loro. Di lui poteva vedere soltanto una porzione di nuca e dei ciuffi di capelli corvini.

«Ė mezzogiorno, peggio per lei se ha fatto la notte brava anziché dormire!» ribatté a tono, infastidita da quella che secondo lei era una pretesa insensata. «Dess, lascia stare, stai zitta» Paradise la afferrò per le braccia, il suo viso era divenuto rosso come un tizzone ardente, dal momento che molti occhi curiosi si erano puntati nella loro direzione. Sapeva quanto Destiny fosse attaccabrighe, aveva dovuto trascinarla via di peso da svariate circostanze per scongiurare una rissa, e orripilava al pensiero che l'aereo potesse trasformarsi in un ring.

L'uomo si affacciò sul corridoio e volse il viso proprio nella direzione di Destiny, che si ritrovò a deglutire a vuoto. Costui era l'asiatico più bello che avesse mai visto nella sua vita.
Occhi a mandorla talmente lunghi e affilati da sembrare due spade, una mascella dalla linea definita e un collo che urlava "mordimi". Le sue labbra disegnate alla perfezione si piegarono in un sorriso sprezzante, mostrando una dentatura bianca e dritta. Non riusciva a capire quanti anni avesse, il viso completamente glabro e la genetica asiatica gli permettevano di mostrare un'età oscillante dai ventotto e ai trentacinque. La squadrò dall'alto in basso con un'aria di superiorità che le diede sui nervi.

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