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No pity, you're lost in the city
Where no one seems to see your face
Talk with me and feel my heart beating
But no one ever hears my pain

Sento un forte dolore al fianco destro e ho mal di testa. Riprendo conoscenza e mi accorgo di essere sdraiata su qualcosa di morbido. Apro gli occhi e le pareti gialline della camera di Oli mi circondano. Mi schiarisco la gola, che brucia fastidiosamente, e mi muovo, accorgendomi che il dolore al fianco è tutta opera del piede di Oli, che dorme con la testa dall'altro lato del letto. Stiamo strette e scomode, eppure non mi sono mossa durante la notte.
Lei dorme ancora, i capelli biondi sparsi sul cuscino e il viso rivolto verso il muro. Camera sua ha tre poster: uno di Pulp Fiction, uno dei Linkin Park e l'ultimo di Amsterdam. Convive con altre otto persone ed è esausta per questa situazione che spera di cambiare presto. I suoi libri e appunti di filosofia sono sulla scrivania in legno chiaro, lo spigolo smussato per tutte le volte che ha colpito la porta lì affianco. L'armadio consiste in una serie di scaffali con gli abiti piegati alla rinfusa e una bandiera della Giamaica a coprire il tutto.
Deglutisco, mi sento una merda. Mi metto meglio e poi mi siedo, guardando l'ora sul cellulare sotto al cuscino. Le nove. Ho dormito meno di due ore.
Guardo Oli che dorme come un sasso e svegliarla è l'ultima delle cose che intendo fare. Non ricordo nemmeno come sia finita la serata.
Scendo dal letto con addosso qualcosa che non è mio e mi affretto a cambiarmi, legando i capelli. Afferro la borsa e nel marasma che è la sua scrivania trovo una penna.
"Sono tornata a casa, chiamami quando ti svegli" scrivo in una pagina bianca di un quaderno, lasciandogliela ben in vista. Apro la porta, guardo lungo il corridoio e corro silenziosamente giù per le scale, per uscire cercando di non fare alcun rumore, cosa un po' complicata date le mie scarpe.
Fuori il cielo è grigio e fa freddo, mi stringo nel giubbotto e faccio le scale in cemento col solito odore di piscio e cuscus, attraversando poi il parcheggio e dirigendomi alla fermata dell'autobus.
Adesso, dopo una notte come questa, raccolgo i cocci della mia esistenza, abbracciata a tutto ciò che mi porterò sempre appresso: me stessa. Mi chiamo Mila Bynes, ho ventidue anni e studio lettere. Sono una persona rotta, una di quelle che pensa ma non parla, che dà un peso alle parole, che si incazza per un nulla ma fa finta di niente. La mia discesa è già iniziata, ma io non lo so ancora; siedo alla fermata dell'autobus e penso che non possa andare peggio di così, ma mi sbaglio di grosso. Mi fumo una sigaretta mentre aspetto, sento il vento freddo pungermi le guance. Ho sonno, fame, e mi serve un bagno. Casa mia è dall'altra parte della città e sta iniziando a piovere.

Osservo il blocco di palazzi farsi sempre più vicino mentre la pioggia mi cade addosso e io corro più veloce che riesco. Apro il cancello, salgo le scale in ferro e percorro quasi tutto il corridoio aperto, fino ad arrivare all'appartamento 12.
Quando entro a casa trovo Ruth, una delle mie coinquiline, poggiata al bancone della cucina con una tazza di tè affianco e il cellulare in mano. Ci guardiamo diversi istanti, osservo il suo viso lentigginoso e i suoi occhi scuri tanto quanto i suoi capelli, prima di esalare un sospiro stanco e trascinarmi verso la mia camera, al piano di sopra. La porta di Amanda e Cara è chiusa, così come quella di Deb. Mi isolo tra le quattro pareti della mia stanza, abbandonando la borsa da un lato e lasciandomi cadere sul letto. Mi basta meno di un minuto per assopirmi ed infine addormentarmi in condizioni pessime e con una fame da lupo. Oli non richiama.

La lezione di greco è pesante, più del solito. Cerco di seguire ma la mia mente non sembra pronta ad immagazzinare tutte queste nuove nozioni. Il professore si muove rapido nonostante l'aspetto suggerisca una certa età, e guardandomi attorno noto con consolazione che non sono l'unica a fissare i propri appunti con un grosso punto interrogativo in faccia.
Attendo gli ultimi dieci minuti con ansia e forse anche un po' di noia, quando il professore termina la lezione mi affretto a seguire i miei colleghi verso l'esterno, accendendomi una sigaretta. Mi guardo attorno, ferma in un angolo oltre l'ingresso, ma fra le automobili davanti ai miei occhi non c'è quella bianca di Oli. Fa freddo, mi stringo nel giubbotto e con un'unghia scavo nella pellicina del pollice destro. Lo smalto se ne sta andando e non è bello da vedere. Espiro il fumo dalla bocca e vengo affiancata da un ragazzo parecchio più alto di me con gli occhi chiari ma dalla forma ben delineata, le sopracciglia lunghe e folte, la mascella pronunciata e i capelli di un biondo scuro. Lo guardo attentamente e so di averlo già visto.
"Ciao" mi saluta, sorride appena. "Ti ricordi di me? Sono Brett"
Collego il suo nome all'ultima serata in discoteca con le altre e annuisco.
"Sì, sei l'amico dell'amico di Oli, giusto?"
"Sì" ride. "Non sapevo frequentassi lettere"
"Anche tu ti sei iscritto qui?" gli chiedo.
Alza le spalle e annuisce. "Già"
Faccio un tiro sollevando le sopracciglia. "Figo"
Non ho molto da dirgli, non lo conosco. Nemmeno so perché si sia avvicinato, fatto sta che non sembra intenzionato ad andarsene. Infila le mani in tasca e si lecca le labbra prima di guardarmi di nuovo, indossa un giubbino in jeans che fa cagare.
"Com'è andata poi la serata?"
Scrollo le spalle con noncuranza. "Bene, credo. Non ricordo granché, mi sono ubriacata come una stronza"
Lui corruccia le labbra in avanti ed annuisce, si dondola un pochino sulle gambe e sembra debba dirmi qualcosa.
"A te? Com'è andata?" gli chiedo per perdere tempo.
"Bene" non sembra di molte parole, ma mi mette a disagio perché è stato lui ad avvicinarsi a me ma non sa di cosa parlare, e questo mi imbarazza. Presumo imbarazzi anche lui.
Vedo la macchina di Oli svoltare ed entrare nella via dove sono io, così mi sporgo in avanti per farle un cenno con la mano proprio quando Brett mi chiede "Mi fai accendere?".
Oli accosta. "Sì, certo"
Frugo nella mia borsa e gli passo l'accendino nero, lanciando un'occhiata alla macchina ed alla testa bionda che vedo da oltre il finestrino chiuso. Brett si accende la sigaretta agitando due volte il mio accendino, poi me lo restituisce. "Grazie"
"Di nulla, ci vediamo" lo liquido così senza nemmeno aspettare una risposta, e attraverso la strada di corsa, infilandomi poi nella macchina di Oli. C'è sempre odore di erba qui dentro, quasi mi stupisco nel trovare la mia amica con in mano il telefonino, invece che una cartina con dentro tabacco e porro. Digita qualcosa al cellulare, poi lo butta distrattamente insieme alle sigarette e al suo accendino ed inserisce la marcia per uscire dal parcheggio, mentre io mi allaccio la cintura.
"Chi era quello?" mi chiede.
"Brett, l'amico del tuo amico, com'è che si chiama? Mike?" chiedo accavallando le gambe, poi la guardo indispettita. "Perché cazzo non mi hai richiamata?"
"Ah, ma Brett quello che ti sei fatta?"
Spalanco gli occhi e per un attimo penso mi stia prendendo in giro "Cosa?"
"Sì, in discoteca. Te lo sei limonata come se fosse stato l'ultimo uomo sulla Terra"
Svolta a destra e io mi poggio allo schienale, interdetta. Oli mi lancia uno sguardo sospettoso, non sentendomi rispondere.
"Che c'è?"
"Non me lo ricordo"
"Come non te lo ricordi?"
"No, non me lo ricordo"
"Hai preso la roba che aveva Beth? L'MD?"
"Cosa? No! Ho solo bevuto"
Sorride e scuote la testa. "Beh, comunque te lo sei limonata come si deve, e mi sa che lui se lo ricorda"
Chiudo gli occhi e scuoto la testa incredula.
"Che schifo" biascico, e Oli ride mentre si ferma al semaforo. "No davvero, che schifo! Mai stata tanto ubriaca in vita mia"
"Suvvia, è stata solo una limonata, te lo tieni un po' tra i piedi e poi lo fanculizzi quando non ce la fai più" si accende una sigaretta, la guardo di traverso per il commento.
"Per te è facile, ti sei fatta Mike che perlomeno è decente"
Alza entrambe le sopracciglia con rapidità, annuendo poi lentamente "A proposito di Mike, è da lui che stiamo andando. Mi ha promesso che mi disegnava il prossimo tatuaggio"
"D'accordo"
Qualche minuto dopo parcheggia quasi di fronte allo studio di Mike ed entrambe lasciamo l'abitacolo. Fa un freddo cane, cerco di coprirmi come meglio posso e facciamo i pochi metri che ci separano dall'ingresso dello studio molto velocemente. Oli entra per prima, la porta non fa rumore quando si apre, l'accompagno chiudendola. Dentro fa più caldo.
Ci sono dei divanetti bassi e neri ai lati ed un bancone bianco alla fine della stanza, con dietro una tenda che separa un'altra stanza dove immagino facciano i tatuaggi.
Dietro il bancone vedo sbucare la testa di Mike, che si alza immediatamente e ci sorride.
"Olive" chiama Oli col nome intero mentre le va incontro e le posa un bacio su una guancia, come se tra loro non fosse successo nulla. Poi si rivolge a me "Ciao" ma io sono immobile, congelata, perché alle sue spalle è comparsa un'altra persona che conosco e che mi incute un certo timore, nemmeno io so il perché. È Harry, che mi guarda con insistenza.
Fa un cenno di saluto verso Oli, che segue Mike al bancone. Harry indietreggia, si siede e inizia a sfogliare uno dei magazine, mentre io affianco la mia amica, dando uno sguardo al disegno che Mike ha fatto per lei, come le aveva promesso.
È una spada, lunga e semplice, ma allo stesso tempo dettagliata e particolare. Oli ha gli occhi che le brillano mentre la fissa, non ho idea di dove voglia farsela ma immagino che sarà molto grande. È eccitata solo all'idea di avere quel disegno sulla pelle e sono curiosa di conoscerne il significato, ma prima che possa fare qualsiasi domanda Mike la guarda e le chiede se le piaccia.
"È perfetta," non c'è menzogna nel tono di voce di Oli. "la adoro" Mike sembra soddisfatto.
"Ho un'altra cosa per te, vieni di là"
Oli lo segue oltre la tenda e io rimango sola in questa stanza. Sola con Harry che fa finta di non essere qui.
Mi guardo attorno, ci sono appese foto, quadri e disegni di tatuaggi di ogni tipo, dai tribali ai ritratti. Mike sembra un bravo tatuatore, i suoi attestati e foto che lo ritraggono coi tatuatori migliori del mondo tappezzano il muro bianco.
Mi siedo poco distante da Harry che continua a sfogliare assorto, osservando le immagini. Prendo un libriccino dal tavolo trasparente che ho di fronte, ha la copertina rigida in cuoio marrone e i fogli grossi, consumati e usati. Apro sulle prime pagine e i disegni a matita mi colpiscono immediatamente. Il primo che vedo è un paesaggio costiero, con le onde che si infrangono sugli scogli, e anche se probabilmente è solo una bozza con una matita qualsiasi, mi sembra quasi di sentire il rumore dell'acqua che si schianta sulla pietra dura e corrosa dal tempo, con l'odore salmastro del mare come unico profumo. Non ci sono colori nel disegno, ma non ne ho bisogno per immaginare quanto il mare sia profondo e tumultuoso, carico di pericoli e misteri. Lo trovo sublime.
Volto la pagina e il secondo disegno è uno sguardo vispo, sembra sorridente ma non posso dirlo perché sono soltanto due occhi con un paio di sopracciglia sopra. Nella pagina accanto c'è una scritta, faccio in tempo a leggere la parola might e la voce di Harry mi blocca.
"Non dovresti curiosare nelle cose altrui"
Lo guardo con la coda dell'occhio e so che mi sta fissando. Chiudo il taccuino e lo poggio di nuovo sul tavolo, non senza ribattere. "Se Mike l'ha messo qui vuol dire che chiunque può guardarlo"
Harry si sporge in avanti, afferra il blocco e se lo intasca, ed è allora che capisco la figura di merda che ho appena fatto.
"Peccato che non sia suo" chiarisce, infatti.
Mi rigiro l'anello che ho nel pollice destro e mi mordo il labbro inferiore, in totale imbarazzo.
"Disegni bene, comunque"
"Grazie"
"Immagino di non essere la prima a dirtelo"
Torna a sfogliare il magazine. "No, non lo sei"
"Li disegni per poi tatuarli sulla gente?"
Lui sbotta subito in una mezza risata, abbassa il giornalino e mi guarda con scherno.
"Io non disegno perché gli altri si tatuino con qualcosa di mio, ok?"
Deglutisco "D'accordo", rispondo un po' seccata "chiedevo soltanto".
Sento Oli ridere, sembra lontana chilometri.
Harry porta di nuovo gli occhi sul giornale, ma non sembra più interessato. Sospira.
"Comunque grazie" lo guardo non capendo. "per il complimento"
"Figurati, è la verità"
Oli e Mike ritornano da noi e la mia amica stringe dei fogli in mano, facendomi segno di raggiungerla.
"Guarda qua" mi incita, porgendomeli.
Guardo incuriosita quello che c'è scritto nei fogli, notando una cartina, le foto di un albergo e prezzi vari. Sposto lo sguardo su Oli dopo che leggo il nome della città che mi sta proponendo come nostra prossima meta.
"Parigi?"
Lei annuisce entusiasta, poi guarda Mike al suo fianco che la sovrasta. "È un'idea di Mike, ci va con degli amici. Pensi che se lo dicessimo a Beth ed Erika verrebbero?"
Annuisco "Sì, si potrebbe fare"
"Grandioso" commenta Mike. "Noi facciamo i biglietti questa settimana, pensavamo di partire a Gennaio"
"Per me si può fare" Oli annuisce "Tu che dici, Mila?"
Le sorrido "Tu chiama Beth, ad Erika ci penso io"
E lei ricambia il mio sorriso passandomi un braccio sulle spalle, rivolgendosi poi a Mike "Te l'ho  detto che le sarebbe piaciuta".



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