Capitolo 1

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La stazione era vuota.
Il treno si fermò solo un attimo per farla scendere e riprese la sua corsa sfrenata sferragliando sui binari.

C'erano tre panchine dipinte di bianco e un orologio appeso al muro.
Nella guardiola scura il controllore dormiva con un giornale sulla faccia, era disteso su una sedia come un budino sciolto al sole.

-Dyana, sei qui!-

La ragazza si girò verso la voce.
Era un uomo sui quarantacinque anni, aveva la barba bionda e corta, un paio di rughe scavavano gli zigomi alti, due occhi verdi ed espressivi erano ombreggiati da un cappello con la visiera, le spalle larghe e spaziose coperte da un pesante cappotto grigio, che produsse un fruscio quando si mosse con quello slancio improvviso.

-Zio Frank- sorrise. Ricambiò il bacio che le stampò sulla guancia, ma si scostò di buon grado, ponendo subito fine a quel contatto invasivo.

Indicò il mare di valigie che giaceva per terra –È un piacere vederti. Scusami, ma queste non si portano da sole. Saresti così gentile...- l'uomo si abbassò immediatamente e cercò di prendere la maggior parte dei bagagli.

Nel farlo rischiò quasi di cadere, sbatté la mano contro il vetro della guardiola e –Signor Robert! Si alzi e mi aiuti! È mai possibile che viene pagato per dormire?! Immediatamente, march!- il controllore si riscosse dal suo immeritato riposo. Sgattaiolò fuori dalla guardiola e si mise una mano sulla pelata, incorniciata da una ghirlanda di capelli bianchi –Signor sceriffo sì, signore!- urlò, raccogliendo il resto dei bagagli e, quando fu davanti alla ragazza, la guardò con un'espressione di rispetto –Signorina Dyana buongiorno, come controllore della principale, nonché unica, stazione di questa cittadina, l'accolgo con tutti i miei più rispettabili...-

Frank era già uscito dalla stazione –Robert, forza!- non finì la frase che trotterellò fuori.

Dyana li raggiunse con calma, il ticchettio dei suoi tacchi rimbombò per la lunga scalinata che la portò ufficialmente a Steeland.

La fontana, con un aggrovigliarsi manieristico e pomposo degli arti del corpo di una muscolosa figura maschile, si stagliava imperiosa al centro della piazza e dalle bocche dei leoni che circondavano la scultura principale, zampillavano rivoli di acqua chiara.
Un insieme di negozi formavano un anello che si spezzava all'incontrarsi con la stazione.

La ragazza si infilò nella macchina rossa dello zio. Frank rise e scosse la testa –Mi ricordi tanto tua madre. Hai il suo stesso stile... appariscent—

Dyana arricciò il naso infastidita da quella considerazione. Appariscente non era il primo aggettivo che avrebbe utilizzato per descriversi.

Portava un abitino corto rosso, si abbinava con la tinta delle labbra e dei capelli, aderiva al corpo sinuoso e seguiva le sue curve vertiginose.

Dyana era abituata alle grandi metropoli, cambiava spesso casa, seguendo sua madre negli spostamenti per lavoro. Era in sintonia con i desideri di sua madre, Yvonne, una donna che si era fatta da sé, senza l'aiuto di nessun uomo, che era andata avanti nella sfera pubblica e privata sempre a testa alta, manager di affermati marchi aziendali. Morì in un incidente ferroviario, durante il ritorno di un breve viaggio di lavoro.

Dyana non aveva nessuno che potesse occuparsi di lei se non il fratello di Yvonne, suo zio Frank, che aveva visto forse una o due volte da bambina.

Frank aveva rotto i rapporti con sua sorella da quando lei se n'era andata via da Steeland, già incinta, in cerca di un futuro migliore.
I due erano sempre stati come il giorno e la notte: lei proiettata in avanti, lui ancorato al passato e alle origini.

Dyana era una ragazza estremamente materialista, fissata con l'esteriorità e l'apparenza.
Una tigre sicura di sé, pronta a scendere in campo e prendere tutto ciò che voleva.
Aveva imparato che le persone si dividevano in due categorie, i perdenti e i vincenti. Non le interessava nient'altro se non primeggiare. Sapeva di essere bella e intelligente, conosceva tutte le sue qualità e non aveva bisogno di fingersi modesta.

La villetta in cui avrebbe abitato era piuttosto vicina al centro della cittadina, relativamente isolata dalle altre abitazioni. Era a due piani, circondata da un mucchio di alberi sfoltiti, sui quali penzolava una vecchia altalena e un'amaca scucita, difronte c'era un lago limpido, alle spalle un bosco si allungava fino alle colline che costituivano una conca naturale in cui si adagiava l'intera città.

Frank scese dalla macchina e si mise le mani in tasca –Ecco il paradiso naturale in cui vivrai. Non sei contenta?-

Dyana allungò il telefono in alto –Se mi dici che non c'è campo mi metto a urlare- il tacco firmato affondò nel terreno.

-Ci siamo opposti all'inserimento di ripetitori troppo vicini alle zone abitate, per non rovinare la natura. In qualità di sceriffo sono stato io a proporre la petizione al nostro sindaco- spiegò orgogliosamente

-Fantastico. Isolata dal mondo-

-Ti faccio fare un giro nella mia umile dimora. Ammetto che ci vorrebbe un tocco femminile!-

-Ci vorrebbe benzina e accendino- borbottò tra sé, senza farsi sentire, ma Frank l'aveva sentita forte e chiaro

-Mi spieghi cosa dovrei fare, qui? Non c'è neppure internet!-

-Questo posto ha una storia infinita, è stato usato dai nostri antenati come rifugio durante le guerre, ha visto più di mille anni di dinastie. Perché non ti fai un giro? Potresti scoprire qualcosa di interessante- consigliò Frank, mentre continuava ad affaccendarsi con quei bagagli. Dyana si avvicinò a una valigia, senza intenzione di aiutare. Prese un paio di scarpe da ginnastica e se le infilò al posto dei tacchi.

-Ottima idea, vado a nutrire la millenaria fauna locale. Sono certa che le zanzare del posto siano affamate di sangue giovane e fresco- rispose con un sorriso, girando altezzosamente le spalle e sparendo da lì.

Avrebbe dovuto passare il tempo in qualche modo, no? Si incamminò per il sentiero stretto che tagliava la foresta in due parti, ma non vide nulla di interessante. Solo alberi, alberi e ancora alberi. E sassi, una quantità illegale di sassi, di ogni dimensione –Scommetto che questo venne usato dal mio caro antenato per abbattere un tedesco, affascinante- ironizzò tra sé e sé, mentre prendeva un sassolino da terra, che lanciò tra il fogliame. Sentì un gemito di dolore provenire dietro un muro di rami e di foglie. Si fece spazio tra quella parete vegetale e, non appena riuscì ad aprirsi un varco, vide un ragazzo di spalle.

La vegetazione formava attorno a lui un cerchio concentrico, largo pochi metri, da cui filtrava il sole che ancora splendeva alto nel cielo, mentre il resto del bosco era lasciato all'ombra.

Il ragazzo aveva la pelle mulatta, capelli ricci incolti, spalle grosse, braccia muscolose, gambe lunghe fasciate da un paio di jeans, mentre il busto era totalmente nudo e stringeva nella mano una canottiera bianca sgualcita.
Si girò solo per un secondo. Dyana vide un viso spigoloso, duro e severo, con una mascella affilata , gli occhi neri spalancati dall'agitazione, un bocca carnosa e schiusa, ai lobi delle orecchie portava due orecchini dorati, scendendo con la vista da quel dettaglio un mosaico di graffi, lividi ed ematomi ricopriva il suo collo come una costellazione, che si espandeva anche sulla parte superiore del corpo.

Sembrava un animale braccato. Non appena i suoi occhi incrociarono quelli scuri e vispi di Dyana, voltò le spalle e scappò, senza dire una parola.

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