44. Un corpo adatto

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Erano sempre girate molte storie sull'Isola Piccola, ma i guardiani si erano dimostrati fin troppo gelosi dei loro segreti ed erano ben poche le certezze su quel posto. Se un tempo Alex aveva creduto che tutto quello fosse un modo per tenere al sicuro gli abitanti, ormai aveva capito che in realtà serviva solo a nascondere il fatto che gli spiriti che si trovavano sull'isola non erano affatto prigionieri.

Dopo che era andato da lei, sua madre lo aveva accompagnato fino all'Isola Piccola con l'aiuto di un'ondina e là, ad accoglierli, c'era il capitano dei guardiani: Saverio Merli. O forse sarebbe stato meglio dire il posseduto Saverio Merli, perché ormai Alex non aveva più dubbi sul fatto che anche i guardiani non fossero stati che l'ennesimo sacrificio agli spiriti: chiunque metteva piede sull'Isola Piccola, finiva in mano loro.

«Alla fine sei riuscita a portarlo» commentò Merli con un sorriso soddisfatto.

«È stato lui a venire da me.»

A quelle parole, Alex si voltò verso sua madre. Gli aveva a malapena parlato durante il viaggio fin lì e aveva anche evitato di guardarlo. Una parte di lui si era chiesta se in fondo il suo continuare a evitarlo non fosse un modo per nascondere il senso di colpa, ma aveva paura che quello fosse solo ciò a cui voleva credere.

«In ogni caso, lo lascio nelle tue mani. Spero che con questo consideriate rispettato il nostro patto.»

Sua madre si stava già allontanando, quando Alex la trattenne. «Aspetta» disse, «c'è una cosa che devo darti.»

Lei si voltò finalmente a guardarlo e Alex si scoprì a cercare una scintilla in quegli occhi così simili ai suoi, forse un segno che le fosse mancato o che si fosse pentita di non averlo aiutato tre anni prima, ma non trovò nulla di simile. Le rughe intorno ai suoi occhi si erano fatte più profonde e c'era qualche filo bianco tra i capelli chiari, ma l'espressione che gli stava rivolgendo era la stessa con cui gli aveva detto addio il giorno in cui se n'era andato. Avrebbe dovuto immaginare che la lontananza non avrebbe potuto far nascere in lei qualcosa che non c'era mai stato. Si rese conto, però, che quello non lo feriva più come avrebbe fatto un tempo.

«Sai» esordì, «per un po' mi ero chiesto se fossi coinvolta anche tu in questa storia. Mi ero detto che non saresti mai arrivata a vendere agli spiriti il tuo stesso figlio e che forse semplicemente non ne sapevi niente. Invece non dovrebbe sorprendermi di essermi sbagliato.» Sua madre lo guardava impassibile, il capo inclinato e un sospiro di esasperazione appena trattenuto. Alex era cresciuto cercando di penetrare quell'indifferenza, ma tutto quello che aveva ottenuto per inseguire l'approvazione di sua madre era stato di perdere quel poco di buono che c'era nella sua vita. «Però ormai penso di aver capito una cosa: la vera famiglia non è quella che ti mette al mondo, ma quella con cui ti senti a casa.

«In passato ho sofferto a causa vostra, ma adesso basta. Basta farsi manipolare, basta lasciarsi ferire, perché voi ormai per me non contate nulla, non meritate nemmeno il mio odio.» Infilò una mano nella tasca e ne estrasse il pentacolo di Giove rotto, quello stesso pentacolo che sua madre gli aveva regalato all'iniziazione e che aveva usato durante l'evocazione di Heramael; lo stesso di cui non si era riuscito a liberare in tre anni e che, da quando era tornato sull'isola, aveva continuato a portare con sé. Guardò quell'oggetto che in passato aveva significato tanto per lui, ma che, alla fine, rimaneva solo un pezzo di metallo spaccato. Raggiunse sua madre e glielo restituì.

Lei lo prese e gli rivolse un'espressione incuriosita. «Cosa dovrei farci con questo?»

Alex scrollò le spalle. «Puoi anche buttarlo, per quello che me ne importa.»

Sua madre rimase a studiarlo per qualche istante prima di rispondere. «Sei bravo a parlare» disse, «eppure in questo momento sei qui, da solo, quindi dove sarebbe la famosa famiglia con cui ti senti a casa?»

L'Isola degli SpiritiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora