43. Divora teste perché ne cerca una per sé

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Sonia non si era fidata di lui e adesso era ricercato dall'intero corpo degli esorcisti. Alex non riusciva a pensare ad altro, mentre seguiva Amelia nei cieli sopra l'Isola degli Spiriti, trasportato da Iris. Avevano sorvolato la foresta e i campi coltivati quasi senza che lui se ne rendesse conto e fu solo quando si trovarono sopra la scogliera e Amelia fece per proseguire sul lago, che Alex si riscosse.

«Fermati» disse. La sua voce era troppo debole perché Amelia potesse sentirlo, ma fu sufficiente a interrompere il volo di Iris.

La silfide gli comparve davanti, mentre continuava a perdere essenza violetta dalla ferita. «Non ce ne andiamo?» chiese, inclinando il capo.

«Portami giù» le disse Alex.

Iris obbedì e lo depositò a terra, sul ciglio della scogliera. Alex barcollò un istante per riprendere l'equilibrio. Si disse che era colpa del volo, anche se sentiva le mani tremare per l'adrenalina e le gambe deboli. Nel frattempo, Amelia si era accorta che non la stava più seguendo e tornò indietro per raggiungerlo.

Le sue ali fatte di carte batterono lente, mentre lei planava a terra, e Alex si chiese se non le tenesse solo per fare scena, perché dubitava che qualcosa di così fragile fosse davvero in grado di sostenerla in aria.

«Qual è il problema?» gli chiese Amelia. «Dobbiamo lasciare l'isola.»

Alex scosse la testa. Qual era il problema? Non gli sarebbe bastata una giornata per elencarli tutti, ma non era quello il punto.

«Non ho intenzione di andarmene.» Non in quel modo e non in quel momento. Non avrebbe fatto l'errore di tre anni prima: stavolta si sarebbe assicurato di aver risolto i conti in sospeso prima di lasciare l'isola. Forse era un bene che Sonia non si fosse fidata di lui, anche se ancora gli faceva male ripensare al suo sguardo; forse era un bene anche che gli esorcisti gli si fossero rivoltati contro, perché non avrebbe dovuto più fingere di collaborare alle loro stupide indagini. Tutto ciò che doveva fare era trovare Invidia, il resto non aveva importanza.

«Sei ricercato» gli fece notare Amelia, riscuotendolo dai suoi pensieri. «Se il tuo desiderio era quello di finire in cella, avresti potuto dirmelo subito, così mi sarei risparmiata la fatica di aiutarti.»

Alex aprì la bocca, pronto a ribattere ma, guardandola, dimenticò cosa stesse per dire. «Perché hai ancora il suo aspetto?» chiese invece. Quella non era Amelia, anche se nella sua testa continuava a pensare a lei con quel nome. E di certo non lo aiutava il fatto che lo spirito davanti a lui avesse ancora il volto della sua amica.

«Ho il potere di assumere l'aspetto che voglio.»

«Non ti ho chiesto come, ma perché.» Una parte di lui era arrabbiata: si sentiva tradito dalla persona che aveva davanti e, anche se ora conosceva la verità, gli sembrava che lei volesse continuare a ingannarlo. La vera Amelia se n'era andata anni prima e Alex credeva di non averla mai neanche conosciuta. Aveva sperato che liberarla dalla possessione l'avrebbe riportata indietro, ma aveva scoperto che, dopo tutti quegli anni, non era rimasto più niente di lei, se non un guscio vuoto, quel corpo che era stato ritrovato alle rovine del monastero. Avrebbe voluto odiare lo spirito che le aveva fatto questo – Deydez – eppure era quella l'amica che aveva conosciuto e a cui aveva imparato a voler bene. Si era arrabbiato con lei, per quello che aveva fatto ad Amelia e per averli ingannati tutti, ma si era reso conto di non poterla odiare.

Deydez distolse lo sguardo a quella domanda. «Ti farebbe sentire meglio se mi facessi crescere gli artigli o avessi una testa di cervo?»

«Io... no.» Alex sospirò e si rese conto che in fondo non aveva importanza. Un aspetto diverso non avrebbe cambiato la situazione e forse quello che gli serviva era solo abituarsi a vedere Amelia nella consistenza traslucida di uno spirito. «Mi avevi promesso che ti saresti occupata dello spirito» disse invece. Aveva accettato di tenere nascosta la sua identità e di legarla all'isola per fornirle una nuova ancora, ma lei in cambio avrebbe dovuto fermare gli omicidi. Non aveva voluto dirgli nulla su quello che stava accadendo, gli aveva solo chiesto di darle del tempo e lui non era ancora sicuro che fosse stata una buona idea accettare. Anzi, cominciava a credere che non avrebbe mai dovuto fidarsi di uno spirito. «Tutti e sei gli omicidi si sono conclusi.» Non voleva prendere in considerazione l'idea di essere stato tradito, non di nuovo e non quel giorno. Voleva credere che quella con cui stava parlando fosse ancora l'amica che l'aveva fermato quando rischiava di farsi del male con i suoi esperimenti di magia; l'amica che alle Quattro Prove si era offerta di predirne l'esito, fallendo miseramente; quella stessa amica che aveva mentito loro per tutto il tempo, fingendo di essere qualcuno che non era.

L'Isola degli SpiritiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora