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Unstoppable - Sia

Charlotte

Mi sistemo meglio sulla sedia, in trepidazione. Sento che la verità è proprio dietro l'angolo e osservo Mary Anne, che ha appena posato di fronte a sé la tazza di caffè che, in precedenza, era del figlio.

Percepisco gli occhi di Harry addosso, ma non voglio preoccuparmi ora di questo. Devo risolvere un problema alla volta come ho sempre sostenuto e Harry è davvero l'ultimo che voglio affrontare.
Mi fa male stargli vicino, ma siamo entrambi invischiati in questa faccenda e non posso avere la presunzione di arrivare alla soluzione lasciandolo completamente in disparte.

Mi piacerebbe farlo, poiché vorrei tagliare tutti i ponti con lui e andare avanti con la mia vita, ma sono conscia di dover porre prima un punto a tutto questo casino.

C'è sempre una parte di me che vorrebbe urlargli addosso le cose peggiori, vomitare parole pesanti con lo scopo di provocargli il male che sento io dall'altra sera, ma possiedo ancora un po' di razionalità e so che non sarebbe la mossa esatta.
Non adesso, perlomeno.

«I miei genitori decisero di trasferirci in Italia, più a precisamente a Roma, quando avevo a malapena sei anni», esordisce Mary Anne, attirando così tutta la mia attenzione. «Mia madre era italiana, si era trasferita in Inghilterra per terminare gli studi e aveva conosciuto mio padre. Lui era un pittore e lei progettava gli esterni delle abitazioni.
Mia madre voleva ritornare in Italia e, essendo entrambi amanti dell'arte, il loro sogno era la capitale ed è facile intuire il motivo della loro scelta.

Quando ero piccola... be', ero una bambina parecchio sopra le righe. Nessun bambino della mia età voleva giocare con me e venivo sempre catalogata come quella "strana".» Un sorriso le distende i lineamenti, probabilmente a causa dei ricordi.

«Incontrai Ginevra alle elementari. L'avevo già vista in precedenza nel cortile della scuola; se ne stava quasi sempre sola, a leggere. Faceva letteralmente solo quello: leggeva e basta. La trovavo strana, ma mi chiedevo come facesse una bambina così bella e con un sorriso così gentile a stare sempre in solitudine.

Eppure, un giorno, decisi di avvicinarmi. Mi sedetti vicino a lei senza tante cerimonie, ma Gin non se ne accorse. Così, mi schiarii la voce e le domandai cosa diamine stesse facendo da sola. Lei mi rispose che stava leggendo un libro di non mi ricordo quale autore e mi mostrò la copertina, contenta. Non avevamo compiuto nemmeno dieci anni, ragazzi. Eravamo davvero due bambine.

Poi, non so come, cominciai a sedermi vicino a lei tutte le volte che la vedevo, in mensa o in cortile. Quando non lo facevo, era lei a cercarmi.

Ginevra era ed è sempre stata la mia unica e vera amica. Crescemmo insieme; io passavo molto tempo a casa sua perché i miei rincasavano spesso tardi a causa del lavoro e la madre di Ginevra, Adele, sembrava contenta che la figlia avesse finalmente trovato un'amica.»

«Aspetta,» la interrompo, «ho già sentito questo nome.»

I ricordi di un pomeriggio di tanti anni fa si mischiano confusi nella mia mente. Tuttavia, sono sicurissima di aver già sentito il nome "Adele" pronunciato da mia madre.

«Immagino di sì. Era la zia di tua madre», spiega Mary Anne. «Quella adottiva, intendo.»

«Era?» si intromette Harry. «Significa che...»

Doctor Dream 2 Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora