.𝟛𝟡. (𝕡𝕒𝕣𝕥𝕖 𝟛/𝟛)

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(...continua)

Quando le mie orecchie udirono quell'ultima frase pronunciata dalla bocca di Devana, voltai istantaneamente lo sguardo verso di lei, pronto a guardarla dritta negli occhi azzurri grazie alla luce del sole che, ormai, aveva dissipato qualcunque spiraglio di oscurità in quelle quattro mura.

Sul suo viso vi era un lievissimo accenno di un sorriso triste.

La mia mente iniziò ad essere popolata da un numero infinito di pensieri quasi del tutto sconnessi tra di loro.

Non riuscivo neanche a capire a cosa stessi pensando esattamente fin quando non mi frullavano nuovamente per la testa le parole di mia sorella: "Avrei continuato a vivere senza di lui e non importava quanto desiderassi raggiungerlo, perchè sapevo che non sarebbe mai accaduto: una Divinità non poteva morire a meno che non venisse uccisa da un Eterno..."

Come nel suo caso, Astraea era morta ed io non potevo fare nulla per raggiungerla, a meno che...

In quel preciso istante, fu chiaro ciò che avrei dovuto fare per poter rivedere la mia amata.

Mi alzai di scatto, liberandomi dal suo abbraccio che, nella mia mente, aveva lo stesso scopo di una gabbia e, come un uragano, uscii fuori da quella camera, dirigendomi a passo spedito in direzione della sala da pranzo in cui sapevo che li avrei trovati.

La mia convinzione su quanto dovessi fare per porre fine alle mie sofferenze non vacillò neanche per un solo istante mentre percorrevo quel breve tratto di strada che mi divideva dal portare a termine il mio obbiettivo.

Arrivati davanti alle grande porte dorate della sala nel quale si consumavano i pasti, non attesi nemmeno che le guardie, di natura umana, me le potessero aprire: con una spinta bella forte, compii io quel gesto.

Le due ante dorate sbatterono contro il muro che si trovava ai loro lati e, il suono forte e acuto che produssero, fu sufficiente a far voltare nella mia direzione gli sguardi di tutti coloro che vi erano seduti a quel grande tavolo imbandito.

I primi occhi che si posarono su di me furono quelli tempestosi e stanchi di Hipnôse.

Il suo ovale perfetto aveva assunto la stessa tonalità pallida del corpo di un morto e i suoi bulbi oculari, arrossati per un pianto che l'aveva tenuta sveglia tutta la notte, erano addornati da spesse occhiaie scure e viola che, di giorno in giorno, non facevano altro che farla assomigliare sempre più al fantasma di sé stessa.

Ovviamente, non potevo biasimarla: anch'io avevo un aspetto abbastanza disastroso e, il motivo principale per il quale eravamo ridotti così, era lo stesso.

«Buongiorno, Veles» disse lei, con una voce rotta e spezzata dal pianto che era riuscita a placare da troppo poco tempo.

Deglutii e, con lo sguardo, vagai sui volti di tutti coloro che vi erano presenti in quella sala.

Vi erano tutti gli Eterni di Alto Cielo radunati per la colazione, Sol che aveva la testa appoggiata sulla spalla di qualcuno che non avrei mai creduto possibile potersi accostare al suo fianco, Xzander, e, infine, vi era Aedyon.

Quest'ultimo mi dava le spalle mentre continuava a giocare con il poco cibo che vi era nel suo piatto.

Strinsi le mani a pugni e pensai che quello era il momento adatto per raggiungere il traguardo del mio piano. «Aedyon, Re dei miei stivali, non mi dai il buongiorno?» dissi con l'unico intento di provocarlo.

Quest'ultimo, non appena si sentì pronunciare quella domanda da colui che continuava ad odiare e a reputare un rivale, voltò leggermente il capo nella mia direzione, sguardandomi di sottecchi con uno sguardo omicida e freddo.

ASTRAEA "Il sangue degli Eterni"Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora