4 Verso il falso altare

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Rimase disteso per qualche attimo, il viso premuto su una superficie liscia e fredda. Il corpo tremante e il cuore sul punto di esplodergli in petto lo convinsero di essere ancora vivo, e ne fu talmente stupito che in principio non ci credette.

Si tirò su a sedere strofinandosi gli occhi, nel tentativo di farli abituare quanto prima: la luce che inondava quel posto era così intensa da far male. Socchiuse le palpebre e ne venne ferito di nuovo, ma stavolta con minor violenza. Li richiuse subito, tuttavia l'immagine che gli rimase impressa nella vista lo fece sussultare: doveva essere un'allucinazione. Un luogo del genere non poteva esistere...

Si massaggiò gli occhi con più forza. Sto sognando! Non c'è altra spiegazione... pensò, profondamente confuso e sorpreso. Alzandosi in piedi con fatica dischiuse appena le palpebre... poi, nonostante il dolore alla vista, le spalancò per l'incredulità. È... è tutto vero!

Si trovava in un corridoio largo almeno trenta passi e talmente alto che, quando riuscì a vedere la porzione di soffitto esattamente sopra la sua testa, venne colto da vertigini nonostante avesse i piedi ben piantati a terra. La via proseguiva alla sua sinistra e alla sua destra, apparentemente senza fine. Il pavimento era coperto da mattonelle grandi quanto un tavolino e su ognuna era dipinto un sole raggiante a sette punte. Tale figura sembrava ripetersi all'infinito lungo tutto il corridoio.

Tuttavia, la cosa più strana di quel posto era l'atmosfera: non c'era una sola fiamma accesa. L'intensa luce bianco-azzurrina veniva emanata dalle pareti stesse e dal soffitto, che illuminavano l'ambiente a giorno. Con occhi grandi di stupore, il ragazzo riuscì solo a pensare: Questo luogo immenso è sempre stato... sotto la biblioteca?! Se me ne avessero parlato, non ci avrei mai creduto!

Un forte schiaffo alla nuca gli ricordò di non essere solo.

"Muoviti ragazzino! Datti una svegliata!" gli abbaiò contro il giovane carceriere con evidente gusto. Per un istante Francesco perse il controllo e si voltò di scatto, i pugni chiusi in due morse pallide, i denti scoperti in un ringhio silenzioso, gli occhi che dardeggiavano rabbia. Era il ritratto di un animale chiuso in un angolo della gabbia, ormai stufo di venir malmenato.

In un lampo venne afferrato per il surcotto e sollevato di peso. L'aguzzino lo fissò per un lungo istante, col naso distante meno di un palmo dal suo. Quindi gli assestò altri due schiaffi in faccia, uno di piatto e uno di dorso.

"Non ti azzardare mai più a guardarmi così, o giuro che ti strappo la lingua!" sibilò con voce tagliente di divertita cattiveria. Lo lasciò ricadere a terra solo per spingerlo avanti con forza.

Elfa si mise in testa al gruppo e gli altri le si accodarono dietro in silenzio. Francesco si mise in disparte, ritrovandosi a costeggiare una parete nel tentativo di non dare nell'occhio. Ciononostante, ogni volta che lanciava un'occhiata ai sette, c'era sempre qualcuno che si voltava a intercettare il suo sguardo, per poi iniziare subito a confabulare con gli altri.

Nonostante i suoi sforzi, il bibliotecario non riuscì a cogliere una sola parola di quello che si dicevano, ma dai sorrisi complici che si scambiavano, capì che non avevano in mente nulla di buono. Di certo non per lui.

Nonostante ciò, prima o dopo la sua attenzione finiva sempre col tornare su Elfa. Distogliendo lo sguardo per l'ennesima volta, strinse denti e pugni sino a farsi male nel darsi mille volte dello stupido. Come ho fatto a essere così ingenuo? si chiese con una mezza smorfia, ma non ebbe altra scelta che accantonare la domanda con un sospiro rassegnato. È inutile piangere sul latte versato. Ora cerchiamo di mantenere la testa sulle spalle!

Sfruttando quel momento di lucidità, trovò nel pensare un buon espediente per non tornare a guardare verso i suoi compagni di viaggio: nonostante Elfa sembrasse la componente del gruppo che trovava meno soddisfazione nel tormentarlo, era stata proprio lei a trascinarlo in quell'avventura. Lo aveva sedotto e manovrato con una naturalezza così disarmante che, al suo cospetto, persino la più esperta tra le ammaliatrici si faceva goffa e rozza come una vecchia strega. E la cosa peggiore era che, nonostante i patimenti subiti, persino in quel momento la bionda continuava ad avere una qual specie di influenza su di lui. Continuando a rimuginare, ben presto si accorse di aver tralasciato alcuni dettagli, in realtà fondamentali: Elfa non ha fatto nulla per impedire ai suoi sgherri di tormentarmi. Anzi, spesso è parsa addirittura accondiscendente, e solo in quel momento gli altri hanno rincarato la dose. Ogni segno sembra indicare che sia lei a tenere il comando: lei ha aperto il passaggio segreto nella biblioteca. Lei ha 'scassinato' la porta di metallo. E sempre lei ha indicato la direzione da seguire nel corridoio.

De Opale RaptusDove le storie prendono vita. Scoprilo ora