IUno strano incontro

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Uscendo dalla stradina volse a destra e s'incamminò lungo la via centrale del paese. Non degnò di uno sguardo ciò che si trovava alla sua sinistra: case in legno e pietra che tracciavano tortuosi vicoli in discesa verso il lago, che quella mattina rispecchiava il grigio cielo novembrino. Guardò avanti: la strada procedeva più o meno dritta per tutta la lunghezza della cittadella, e chi ne avesse seguito il corso avrebbe raggiunto un monte. Rivolgeva al paese un crinale ripido e netto che, secondo un'antica leggenda, era stato scolpito dal colpo d'ascia d'un gigante. La parete di roccia scura era incisa da uno stretto sentiero serpeggiante che si arrampicava a fatica sino a raggiungere un castello arroccato sulla cima. Da lassù, la roccaforte incombeva come un falco pronto a gettarsi sulle case sottostanti.

Guardandola, le labbra di Francesco si assottigliarono in una smorfia. Il ricordo degli ultimi anni aveva un sapore amaro. Estati brevi e piovose seguite da inverni lunghi e rigidi avevano devastato i raccolti. La fame aveva morso l'intero villaggio, portandosi via molte vite. Anche Francesco aveva perso qualcuno a lui caro: per soddisfare la fame di conquista del precedente signorotto, la maggior parte dei ragazzi del paese erano stati chiamati a imbracciare le armi. Molti di loro non erano più tornati, e tra di essi c'erano la maggior parte dei suoi amici. Come se il salato tributo non fosse bastato, avevano anche perso la guerra.

Eppure doveva ammettere che il fato non era stato così crudele coi sopravvissuti: il nuovo Conte regnante non aveva messo a ferro e fuoco il villaggio, bensì l'aveva fatto risorgere dalle ceneri. Non appena era tornata la pace, i commerci erano ricominciati e la miseria si era pian piano allontanata. La prosperità, tornata in pochi anni più forte e salda di prima, aveva trasformato il villaggio affamato in una ricca cittadella. Grazie a imposte più leggere, investimenti commerciali e un'accurata amministrazione, il nobile si era conquistato la fiducia e l'amore del popolo. Ciononostante, il ragazzo osservò la fortezza con odio: da lassù molti dei suoi amici non erano più tornati.

I suoi pensieri vennero bruscamente interrotti da tre ragazzi, tutti più alti e muscolosi di lui, che lo circondarono mettendosi uno davanti e due dietro. Quello che gli si parò di fronte era il più massiccio di tutti, la folta chioma bionda e scompigliata e gli zigomi ben scolpiti delineavano il bell'imbusto del paese. Puntellandosi i pugni sui fianchi, lo squadrò dall'alto in basso coi suoi occhi azzurri pieni di scherno.

Francesco li conosceva tutti e tre e Giacomo, il biondo davanti a lui, era il più pericoloso: tra i due c'era un conto in sospeso.

Il lavoro di Francesco lo aveva infatti reso uno dei pochi privilegiati in città capace di leggere e scrivere, e Giacomo, analfabeta come tanti altri, aveva bisogno proprio di questo. Un giorno l'aveva trascinato di peso nella taverna, obbligandolo a vergare una lettera per la figlia del Conte. Francesco non l'aveva mai vista, ma a detta di Giacomo era la ragazza perfetta: di una bellezza sconcertante e sfacciatamente ricca. Di malavoglia lo scriba aveva seguito la romantica dettatura della prosa, accompagnata da acclamazioni e suggerimenti degli avventori, ma alla terza riga il ragazzo si era rifiutato di andare oltre: nemmeno la più volgare delle prostitute avrebbe sopportato tali parole. Giacomo lo aveva minacciato duramente imponendogli di proseguire, ma Francesco si era ostinatamente rifiutato. Come risultato, quella sera il giovane scriba era tornato a casa zoppicando, pieno di lividi e col naso sanguinante.

Nonostante da allora fosse passato del tempo, quell'agguato fu per lui tutt'altro che una sorpresa.

"Allora, sorcio! Dov'è la mia lettera?" Giacomo alzò appena il mento e incrociò minaccioso le braccia al petto.

Francesco si dondolò da un piede all'altro e, per caso, la sua mano scivolò sotto il mantello. Quindi ricambiò lo sguardo strafottente del biondo con uno di sfida. "Non ne ho scritta neanche una riga, Giacomo! Sono sicuro che le tue... odi d'amore sarebbero viste dalla figlia del Conte più come un oltraggio che come una proposta. E non mi stupirei se mandasse a cercare chi le avesse vergate. Guarda caso, io sono l'unico tra noi che sappia scrivere! Non ti sarebbe difficile rinnegare d'avermi dettato quella lettera, addossandomi l'onta e la colpa. Il disprezzo del paese, qualche notte nelle segrete del castello e delle sonore frustate in pubblica piazza sarebbero d'obbligo per l'unico colpevole finito tra le grinfie della guardia cittadina."

De Opale RaptusDove le storie prendono vita. Scoprilo ora