Sensi di colpa

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La lama metallica era ghiacciata, tanto da scuotermi il corpo dai brividi.

Non sapevo cosa fare, come reagire, ero impossibilitata dal muovermi.

Continuavamo a guardarci negli occhi, sembrava una gara a chi cedesse prima, a chi battesse prima le palpebre o a chi distogliesse prima lo sguardo. C'era qualcosa di strano. Quegli occhi, quegli occhi avevano qualcosa di strano, una pagliuzza, una sintonia quando si intrecciavano con i miei. Scansai immediatamente quei pensieri.

Ero brava a questo gioco ed infatti dopo minuti apparentemente interminabili, lui si allontanò da me, gettó il coltello lontano fuori dalla porta e si portò le mani alle tempie coperte. Sembrava quasi si fosse pentito. Girovagava per la stanza continuando a mugugnare qualcosa sotto voce. A volte faceva per uscire, poi si rivoltava verso di me. Sembrava stesse valutando cosa farne di me. Io continuavo a seguirlo con lo sguardo ancora atterrita.

Fu in quel momento che capii con certezza che non mi avrebbe uccisa, che non mi avrebbe fatto del male, non ci sarebbe riuscito, eppure ora un rivolo di sangue scorreva giù dal mio collo. Mi toccai la gola e vidi le mie dita sporche di rosso.

Era sempre stato il mio punto debole, il sangue. Non ero mai riuscita ad uscire da un ospedale senza svenire ed infatti, anche ora, la vista iniziò ad appannarsi. Iniziai ad accasciarmi con la testa sul cuscino, l'ultima cosa che vidi fu lui che mi correva incontro.

Riaprii gli occhi. Era sera e la camera era illuminata dalla solita luce gialla soffusa. Ricordavo di essere svenuta, non anche di essermi addormentata...

Portai le mani agli occhi per stropicciarmeli. A causa della stanchezza e del fatto che mi fossi appena svegliata non me ne accorsi subito... le mani erano libere.

Le guardai sorpresa come se non mi appartenessero, come se avessi trovato qualcosa che avevo perso da tempo. I polsi erano segnati da spessi lividi viola causati dalle manette strette e lo smalto era ormai tutto rovinato.

L'aveva fatto spinto dai sensi di colpa, ennesima conferma che non mi avrebbe fatto nulla. Misi da parte il mio odio solo per un attimo, il tempo di ringraziarlo nella mia testa, ma poi tornò più forte di prima.

Scrocchiai le dita e le sfregai tra loro. Ero stranamente euforica, ma cercavo di non darlo a vedere. Era un passo verso la libertà, ne ero certa, lo stavo facendo impietosire.

Mi sedetti dritta sul letto, volevo alzarmi e farmi una bella camminata, non sapevo neanche se le gambe avessero funzionato dopo questo lungo stallo, ironizzati mentalmente. Stavo per alzarmi, quando vidi appoggiato sul pavimento, a poca distanza dal letto, qualcosa di incartato. Ero certa fossero panini. Affianco ad essi una serie di bottiglie d'acqua da litro e un grande secchio. Forse per fare pipì? Ma che schifo e poi mentre mi guardava, mi sarei inventata qualcosa ma ne avevo bisogno. Ero sorpresa.

I suoi sensi di colpa arrivavano a tanto? O aveva messo un veleno da qualche parte per farmi fuori così senza fare il lavoro sporco?

Sinceramente non mi importava. Sarei morta, ma con lo stomaco pieno. La pancia brontolava più che mai e la bocca era diventata più secca del solito. Non potevo aspettare un altro secondo.

Mi alzai dal letto finalmente. Esitai prima di mettermi a camminare, per riacquistare la mia stabilità nello stare in piedi. Afferrai il vassoio e le bottiglie e mi affrettai verso il letto.

Appoggiai tutto sul materasso e mi sedetti pronta ad addentare il primo panino. Una bottiglia cadde a terra in seguito alla deformazione del letto sotto il mio peso e rotoló di sotto.

Mi chinai per prenderla. Era arrivata fino in fondo. Poi mi accorsi di una cosa. Tegole, tegole di legno ben massiccio sorreggevano il materasso. Era l'unico oggetto presente in questa stanza e l'unico che utilizzato correttamente mi avrebbe potuta aiutare a fuggire.

Non ci avevo pensato e neanche lui.

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