1. Braccata

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I metodi per sfogare i propri sentimenti sono molti. C'è chi si esprime con la danza, chi suonando o cantando, chi semplicemente picchiando il proprio cuscino e lanciandolo contro la parete, urlando e piangendo.

A me la psicanalista aveva consigliato di disegnare.

Ciò che la mia mano produceva non era soggetto a critiche, non poteva essere quindi né brutto né bello, né artistico né banale, ma semplicemente vero. All'inizio mi sembrava più difficile dei pensieri a cui avrei dovuto dare forma perché pensavo dovesse avere un senso. Una giornata felice era per me un fiore, una triste una pioggia, una pigra un gatto.

Ma il mio disegno non doveva avere significato per gli altri, era solo mio e in qualità di artista, soggetto e giudice qualsiasi tratto avrebbe avuto un significato.

Dal momento in cui lo capii compresi il rimando terapeutico che una striscia su un foglio bianco mi procurava e perfino in una posizione scomoda come mi costringeva un viaggio in macchina non trovai altro sfogo che quello.

Avevo scelto la mina di una matita molto morbida e il tratto lasciato era scuro e grosso, per nulla elegante e ricercato. I segni erano sconnessi e disordinati, alle curve avevo alternato senza criterio righe che avrebbero dovuto essere dritte ma risultavano solo spezzate e storte. La mano che stringeva la matita era chiusa a pugno come quella dei bambini e il dorso del palmo strusciava sul pezzo di carta confondendo le linee e sfumandole, prendendo sempre più una tonalità metallica.

Mi fermai un istante a contemplare il risultato: un gigantesco gomitolo di grafite, così rimarcato da sembrare nero; nella zona centrale un grande buco attraverso il quale si intravedevano i miei jeans grigi spiccava come un pugno in un occhio.

Lo intitolai "trasferimento".

Distolsi lo sguardo e lo puntai altrove, fuori dal finestrino. Il paesaggio scorreva velocemente e io mi lasciavo alle spalle tutto ciò che conoscevo. Davanti a me c'era solo una strada mai percorsa e troppo dritta, come se fosse stato necessario ricordare che l'obiettivo da raggiungere era decisivo e non si poteva più tornare indietro.

Ero incastrata tra un futuro incerto e un passato da cui scappare e la macchina era il mio unico rifugio.

Sentii la matita muoversi tra le mie dita. Il malfattore steso sulle mie gambe cercava attenzioni, le lunghe ore di inerzia lo avevano stressato e aveva pensato bene di sfogarsi rosicchiando il pezzo di legno ormai consumato.

Sfilai dai denti del mio gatto la matita, poi però gli stuzzicai il naso con la punta di questa, aizzandolo.

Il norvegese nero e bianco si infervorò per un istante ma preferì lasciar perdere la questione ritirando prevedibilmente il muso baffuto tra le pieghe della mia giacca. Affondai la gomma rosa quasi inesistente nel pelo folto del gatto, ma questo non volle saperne di reagire. Provai a insistere avvicinandomi al suo orecchio e sussurrando «Hey, Nosferatu...», ma non rispose nemmeno al suo nome. Eppure avrei dovuto essere abituata alla sua voglia inesistente di affrontare la vita.

In quel momento la macchina inchiodò facendo saltare tutti, compresa la mia matita che volò sotto il sedile anteriore. 

Solo Nosferatu, affondando le unghie nelle mie cosce, non si mosse di un millimetro.

Imprecai di riflesso, ma non appena la troppa aria mi schiacciò la zona addominale un getto acido risalente dallo stomaco mi costrinse a serrare la bocca con entrambe le mani.

«Karin!» Sbottò mia madre automaticamente, girando il busto nella mia direzione. «Ti ho già detto che non voglio sentirti dire queste parole».

«Non mi sembra che questa frenata non avesse qualcosa di cui potersi lamentare, qui dietro c'è qualcuno che soffre di mal d'auto».

Lei mi squadrò un momento, sopracciglio destro rigorosamente alzato con quel fare altezzoso che sia io che i miei fratelli avevamo malauguratamente ereditato. Le sue iridi castane scivolarono dal mio viso all'album da disegno stretto nella mia mano, per essere poi puntate sul cruscotto.

Nightmare [IN REVISIONE]Leggi questa storia gratuitamente!