Hinata

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"Una volta contemplato in tutto il suo splendore il sole vivido [...] non può più pensare per tutto il resto della sua esistenza che un minore oggetto possa esser degno del suo culto e della sua ammirazione"
(André Maurois).

Il girasole è considerato il simbolo della costanza. Sempre fedele alla sua adorata stella, la cerca con fiducia senza stancarsi, pur consapevole che non potrà mai toccarla. Un amore incondizionato, perché i sentimenti sono completamente ciechi alle barriere poste dalla razionalità.
Ma alcuni esemplari, seppur in esigua minoranza, appaiono spesso rivolti in altre direzioni, come distratti. Ne sapeva qualcosa Hinata, un piccolo girasole nato nel campo di Akeno-Cho.
Per quanto egli trovasse ameni e rigeneranti i raggi solari, al tempo stesso ne era quasi infastidito. Queste emozioni contrastanti coesistevano in lui, facendolo inevitabilmente sentire diverso dagli altri simili.

Una notte, il sonno di Hinata fu disturbato da una lieve brezza. Aprendo timidamente la corolla egli notò, tra il firmamento, qualcosa di insolito: somigliava vagamente al sole, eppure risplendeva senza recargli alcun fastidio!
Sarebbe rimasto per ore ad ammirare quel delicato bagliore, se non fosse che lo rilassò a tal punto da cullarlo.
L'indomani, quando il piccolo girasole si svegliò, cercò in ogni direzione il misterioso "sole notturno", eppure sembrò scomparso nel nulla. Provò quindi a chiedere ad uno dei fratelli maggiori, per capire se l'avesse sognato.
«Era solo la luna piena, Hinata.», rispose lui evasivamente.
«Cos'è la luna?»
«Una grottesca imitazione del sole.»
Pareva quasi che parlarne gli provocasse un certo disagio, al contrario di Hinata, il quale espresse ingenuamente un semplice pensiero ad alta voce.
«Io trovo la sua luce molto piacevole, sai?»
A queste parole, il fratellone assunse un tono inspiegabilmente severo.
«Ridicolo. Ai girasoli non può piacere la luna, sarebbe innaturale! Chiaro?»
Quel rimprovero giunse al giovane come una tempesta di grandine.
Perché mettere in dubbio le sue emozioni? Nessun altro poteva davvero percepirle.
Mai aveva sperimentato prima una simile serenità interiore. Hinata doveva assolutamente rivedere la luna, ne avvertiva il bisogno.
Un'ora dopo il crepuscolo, eccola sorgere proprio da est! Anche stavolta, il piccolo girasole rimase estasiato da tanta bellezza.
Lo stelo la seguì fino a vederla tramontare ad ovest. Gli accadde senza nemmeno rendersene conto, analogamente a tutti i suoi simili nei confronti del sole.

«Tu sei uno di quelli, vero?»
D'un tratto, la stridula voce di una lucciola fece sobbalzare Hinata.
Essa si avvicinò incuriosita, poiché aveva notato la sua corolla già aperta.
«Sei uno di quelli con la malattia della luna?»
«Cos'è la malattia della luna?» domandò ingenuamente il giovane.
Il coleottero luminoso gli si posò tra le foglie.
«Così vengono etichettati i girasoli come te.»
«Allora non sono l'unico a cui piace guardare la luna! Perché mi dicono che è innaturale?»
«E chi lo sa?» rispose la lucciola ammiccando, «Io di innaturale vedo soltanto i marchingegni costruiti dagli umani!»
Hinata si sentì rincuorato. Lui esisteva: faceva parte dell'ecosistema, respirava e percepiva le proprie radici affondate nel terreno. Egli apparteneva al creato, al pari di qualunque essere vivente.
Ma ben altri criteri impone la società...

«Hinata, dove stai guardando?»
Qualche mattino dopo, il giovane se ne stava nuovamente distratto, con la testa tra le nuvole. Sperava di scorgere la luna, spesso l'aveva già avvistata durante il giorno.
Così il fratello maggiore lo rimproverò.
«Se non ti rivolgi sempre al sole, nessun insetto ti impollinerà!»
In ogni specie la riproduzione è prioritaria, fa altresì parte della natura. Presto Hinata avrebbe dovuto contribuire, per garantire che anche l'anno successivo il campo si riempisse di girasoli. Avvertiva spesso tale responsabilità e voleva sentirsi come i suoi simili.
Inevitabilmente, egli provò a cercare nel sole le medesime emozioni ricevute dalla luna. Tuttavia, gli era semplicemente impossibile ignorarla; lo stabilisce proprio la stessa natura. Se dominare i sentimenti fosse davvero possibile, nessuno sceglierebbe di appartenere ad una minoranza emarginata.
Il conforto donatogli dal chiarore lunare si sovrappose, crudelmente, alla contrizione che il piccolo girasole iniziò a provare ogni singolo istante della sua vita. Come se non avesse il diritto di essere felice. Come se non avesse il diritto di esistere.

Con il passare dei giorni, Hinata avvertì la propria corolla farsi sempre più pesante. Faticava a tenerla ritta, perciò lo stelo finì per incurvarsi verso il basso. Gli sembrava assurda tanta debolezza, eppure di luce solare ne assorbiva in abbondanza!
In effetti, il suo malessere aveva origini ben diverse, lo sapeva molto bene. Così realizzò di dover esternare subito i sentimenti che provava, confidandoli almeno alla famiglia, e l'occasione si presentò prima del previsto.
«Hinata, stai dritto. Il sole è alto in cielo!»
«Scusami fratellone. Ultimamente mi sento stanco...»
Questo lo squadrò divertito.
«Stanco di cosa? Sei proprio un gran pigrone!»
«Ma no! Forse sono solo un po' triste...»
Ed ecco come quella controversa parola causò l'ennesimo rimprovero con morale.
«Quali motivi avresti tu di sentirti triste? Sei giovane e vivi in uno splendido campo soleggiato. Pensa ai girasoli nati soli e sul ciglio delle strade!»
Effettivamente aveva ragione. Ad Hinata non mancò mai nulla, perciò era infinitamente grato alla natura. Questa consapevolezza lo rese maggiormente determinato a vivere con serenità la vita che gli venne donata.
«Fratellone ascolta, io... devo parlarti.»
Ma proprio in quel momento, il loro fratello mezzano interruppe la conversazione.
«Avete saputo? Anche Haru ha contratto la malattia della luna!»
Haru nacque ai confini del campo, ma le voci sulla sua particolare inclinazione giunsero fino alla famiglia di Hinata, il quale fu sorpreso di apprendere che conoscessero girasoli a cui piaceva ammirare la luna!
«Guai a te se rivolgi loro la parola. Sono esseri pericolosi!»
Questa perentoria raccomandazione riferita ai "malati" della luna, venne riversata sul piccolo Hinata, non appena i più grandi si resero conto di aver rotto il tabù davanti a lui.
«Perché? Cosa c'è di pericoloso in chi ama la luna?»
«Stai scherzando? Pensa se tutti diventassimo come quelli!» replicò prontamente il fratello maggiore, «I girasoli smetterebbero di nascere!»
Il piccolo comprese la preoccupazione degli adulti, pertanto cercò di spronarli a ragionare.
«Non credo sia possibile. A voi piace il sole, no? Se questo è vero, nessuno può convincervi del contrario!»
«E secondo te, perché si chiama "malattia della luna"?»
L'obiezione dei due giustificò così l'ingiustificabile.
«Già, quei girasoli devono essere estirpati! Prima che ci contagino tutti!»
Quindi, ai loro occhi perfino Hinata avrebbe rappresentato una potenziale erbaccia infestante. Un fiore malato e dannoso per l'equilibrio naturale.
Ma il giovane si impuntò, decise di opporsi ai pregiudizi.
«Allora, suppongo sia stata contagiata anche la famiglia di Haru. Giusto?»
«Fortunatamente no, perché nessuno di loro rivolge più la parola a quel deviato! Io farei lo stesso, vi avverto.»
Con questa orribile frase, il fratellone lapidò sia conversazione, sia il cuore di Hinata. Egli rimase pietrificato, gli parve di sentirsi strappare le radici dal terreno.
Un petalo lacrimò dalla sua corolla, mentre i girasoli del campo schernivano crudelmente il proprio simile.
Eppure, la semplice reazione dello stelo di Haru alla luna, dimostrava la naturalità di tale percezione.
Hinata preferì tacere quest'ultima constatazione. Non voleva più mettere in dubbio la saggezza dei fratelli maggiori. Loro erano la sua famiglia, i punti di riferimento che gli hanno insegnato tutto sulla vita. Come avrebbe potuto contraddirli?
Concluse di dover continuare a celare il segreto dentro di sé, pur con immensa sofferenza.
Si sentiva solo, incompreso, sbagliato e colpevole di essere nato. L'unica consolazione risiedeva nelle emozioni donategli dalla luna, le quali divennero al tempo stesso la sua maledizione.
Cosa avrebbe dovuto fare per vivere felice? Rinunciare all'affetto dei suoi cari? Come poteva definirla felicità?
L'alternativa era trovare il coraggio di ribellarsi, urlare i sentimenti a gran voce, anche a costo di ostentarli.
Ma questa non sarebbe più la storia di Hinata.
Questa è la storia di un giovane girasole: una creatura confinata nella monotonia del proprio campo.
Le salde radici ancorate al terreno gli impedivano di viaggiare, vivere avventure, studiare e incontrare altre vite. La famiglia rappresentava l'unica realtà di Hinata. Pur di non perderla, egli era anche disposto a rinnegare se stesso.
Col passare dei giorni si sentiva sempre più debole. Appassiva a poco a poco, lacrimando petali.
I fratelli, accecati dalla loro angoscia, sapevano solamente rimproverarlo.
«Smettila di fare il ridicolo! Alla tua età cosa ne sai della tristezza?»
«Tutte scuse. In realtà ti stai danneggiando da solo!»
Egli però non faceva nulla di sbagliato. Stava lì, nel campo assieme agli altri, ed inevitabilmente assorbiva ogni sostanza nutritiva necessaria.
Nonostante ciò, è scientificamente provato come per far appassire una pianta sia sufficiente insultarla e sminuirla. A prescindere dall'abbondanza di luce solare o concime, le sue foglie sono destinate comunque a seccarsi. Fu esattamente quel che accadde ad Hinata.
Solo il giorno in cui il suo ultimo petalo toccò terra, soltanto allora gli altri girasoli si resero conto di quanto egli soffrisse.
«Perché non ci ha mai detto di sentirsi così triste?»
«Lo avremmo certamente aiutato!»
L'ipocrisia accecava la semplice realtà. Nessuno riusciva a vederla, pur avendola chiaramente davanti agli occhi.
Ciascuno di loro condannò a morte Hinata, la cui unica colpa fu amare la luna anziché il sole.
Se solo qualcuno avesse saputo... che la luna risplende di luce solare riflessa.

MonogatariWhere stories live. Discover now