JohnMcDillan: Il Bizzarrismo

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L'esser bizzarro va controcorrente, libero di poter essere fin al midollo ciò che è, nella sua libertà e ampiezza mentale, fiero di potersi distinguere rimanendo uomo. Dall'altro lato il normaloide che dovrebbe essere semplicemente la persona di tutti i giorni, si scopre essere un guscio vuoto che ha perso l'animosità della propria umanità e che dovrebbe ambire a riguadagnarla, in un mondo circostante pieno di copie vaghe e spurie, e tra delitti e nefandezze rendersi conto che tutto ormai è diventato normale, che dell'uomo rimangono solo le sue creazioni e bizzarrie lasciate vane.

Vi è una novella in particolare dove il protagonista, un inconsapevole bizzarro, incontra la propria vita, rappresentata come una figura dalle penne che scrivono e scrivono e scrivono. L'ho trovato emozionante, dialogare con la propria vita e se stessi dovrebbe essere una prerogativa più diffusa, non banale e caduta in disuso, perché come dico sempre non siamo mai soli in noi stessi, se ci si guarda dentro e l'autore lo fa, ponendo determinati personaggi nel mucchio che si rivelano poi scissi da un unico Io, ponendoci sotto il naso la domanda: come saremmo se potessimo conoscerci come facciamo con le altre persone? Chissà quante risposte possono uscir fuori, non trovate?

Personalmente è una pratica a cui amo abbandonarmi, sia nei miei scritti che nella vita di tutti i giorni, per non dimenticare chi sono, chi posso essere, chi voglio essere e al contrario anche ponderare i miei limiti, abbracciando le mie negatività. Ho trovato delle affinità e delle similitudini personali, John, che mi hanno permesso di gustare in più modi le tue parole e credo che, chi più chi meno, possa avvicinarsi sentimentalmente a quanto proponi, se ti permettono di scorrere al loro interno con la dovuta umiltà, ma anche quel senso di critica che ci porta a valutare, saper distinguere e immagazzinare.

Più si legge, più tasselli si dipingono nella mente e più tutto assume una forma, che nella mia soggettività ho associato a una carta, un foglio che finito il viaggio diviene bianco, perché ho inteso il bizzarrismo e i suoi protagonisti come un grande stimolo per dipingere noi stessi e quelle statue finali come un inizio dalla fine, uno scatto di fotografia dal quale poi ci si muove. Ci si rende conto che il vero protagonista non è che il bizzarrismo stesso, al di sotto dello stesso autore che, torno a specificare, nasce a fiera già iniziata.

Ed è qui che voglio collegarmi al tempo, un altro elemento a dir poco fondamentale che permette alla logica di estendersi rettilineamente nello spazio e prendersene quanto lo si voglia anche in verticale. Se nella trilogia il tempo è visto come mutevole, trascorribile in più direzioni, dal momento che ci si trova all'interno di libri e in un dialogo diretto con il lettore consapevole del carattere "fittizio", nel racconto breve invece il tempo diventa in carne ed ossa il compagno che tutti noi abbiamo dentro, che ci rende per l'appunto in carne ed ossa, ora in questo momento e in un futuro perpetuo che sa di presente e passato. Ho a dir poco amato l'incontro tra il ragazzo e il vecchio, anche nella considerazione finale, che non espongo per evitar troppi spoiler, e la tipologia costruttiva del dialogo. Il tempo ricorda all'uomo che scorre e scade, mentre l'uomo ricorda al tempo di poterlo dipingere in una relazione che sa di perenni rimbalzate.

Per certi versi, la trilogia appare una corsa contro il tempo, anzi lo è, all'interno del quale abbiamo altro tempo definito, come ogni novella, perché la struttura della trilogia è basata sulla pagina, sull'attimo, non sul volume o sul libro in se per sé, un senso realistico a dir poco allucinante se la si paragona con il funzionamento della realtà: la vita non ha volumi, ha un ordine caotico che siam noi a organizzare tra una maiuscola, una virgola e un punto.

Ora torniamo, però, un attimo indietro, torniamo al concetto dei bizzarri, normaloidi e identità scissa. Appena approdati nel primo atto del bizzarrismo ci troviamo catapultati ad una fiera -che poi vorremo in tutti i modi riguadagnare e scapperà una fittina emotiva giunti al finale- piena di personaggi, appunto, bizzarri. Il particolare che mi è rimasto è il dialogo iniziale tra il mangia vetro, un personaggio che mi ha colpita molto e per il quale ho provato da subito empatia, e un normaloide che mettono il punto sulla loro esistenza basata sulla contrapposizione tra loro stessi. Il Bizzarro non si trova d'accordo e va via. È stato interessante, non so se voluto o meno, per me notare o intendere verso la fine un rapporto complementare tra il Giullare e Hans, trovandomi a ipotizzare una fusione di significati entro cui l'uomo è da sempre presente, ma non per forza cosciente.

Sul Giullare voglio assolutamente soffermarmi con attenzione: in un primo momento appare come il cattivo della fiera, l'incarnazione della paura umana che facendosi strada tra la folla la terrorizza. La paura è un sentimento dal riflesso duplice, motivo di pianto e motivo di un sorriso maturo. Se non si provasse paura mancherebbe un forte stimolo e al contempo un ridimensionamento del pericolo che svaluterebbe enormemente l'approccio al vissuto. La paura a piccole dosi non è letale, ma necessaria. Il giullare però si mostra sotto la mia mente delirante come una libertà cieca, affranta, eppure dal portamento brillo. Scrive di sè, scrive degli altri, non curandosi di essere o meno comprensibile o parte di un sistema, se ne distacca. E se prima appare cattivo, fuori di senno, poi diventa piacevolmente emotivo, dal sapore di antico e dalla lingua tagliente e talvolta rumorosa, fino a diventare la penna, l'incisione finale. L'ho trovato un bel messaggio d'apertura, nella mia interpretazione. Il giullare diviene l'anima del diciotto, mentre JohnMcDillan il suo esternatore.

Ora, qualcuno di voi si chiederà: ma 'sto diciotto, abbi pazienza, che è? Se magna? Per la qui presente stupidotta il diciotto non è altro che l'idea. Il centro attorno il quale tutto ruota, difatti assume i connotati di una guida per i personaggi, guarda caso dalla forma di un pezzo di giornale con una donna parlante. E arrivati a questo punto, anime buone che avete seguito tutto il discorso, vi invito a porvi una domanda: che peso ha un'idea per voi? Più precisamente, per la vostra identità e nella vostra vita? Credo che domandarsi se si possieda un'idea tale da essere la vostra idea, con un proprio centro gravitazionale, possa infondere una certa profondità e, perché no, anche un fine con la sua strada. L'idea può partorire il fine, così come l'immaginazione può partorire l'inchiostro e l'inchiostro un volto, con tutte le sue ricche sfumature.

Voglio salutarvi così, sperando da un lato di aver soddisfatto l'autore, al quale volevo in qualche modo far i miei complimenti e ripagarlo del tempo che mi ha regalato con le sue parole; dall'altro lato di aver reso piacevole e interessante quanto ho esposto. Passo e chiudo, triscotti e caffè a volontà per tutti.

Furbish

Quei due antipaticiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora