Capitolo 22

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Dalle scale mobili, lontano dai loro campi visivi, riesco a vederli meglio: sono tutti umani, posseduti naturalmente, ma nessun'Anima. Sono cinque da questo lato, se prima ho contato bene dovrebbe essere lo stesso nell'altro, e hanno l'aria confusa. Ho fatto bene ad allontanarmi dal campo di battaglia, eppure non credevo fossero così stupidi: basterebbe che abbassassero lo sguardo e mi troverebbero proprio sotto di loro. E invece no, i fucili sono ancora oltre il parapetto, ma non più pronti a sparare.

Sarebbero vittime molto facili, ora, ma prima di occuparmene lancio un'occhiata a come va la situazione alle altre ragazze e la vedo. Poco distante da me, Giulia combatte come una furia usando sia i poteri sia le pistole. Mi dà le spalle, un grosso gruppo di nemici la sta attaccando e lei è occupata... troppo. Me ne accorgo in tempo, nonostante il fragore riesco a udire il suono di armi che si caricano e alzo lo sguardo verso i soldati sulla balconata. Non mi hanno ancora trovato, ma hanno un nuovo incosciente bersaglio. Riesco a vedere una pallottola centrare la schiena di Giù, successivamente il corpo venire trivellato di colpi da ogni dove e i suoi occhi voltarsi verso i miei un'ultima volta.

Il mio corpo si scalda a quella visione: no, quei figli di puttana non devono sfiorarla neanche con un dito. Non riesco a spiegare la forza che mi pervade, ma l'adoro e adoro sentire il sangue degli umani sul balcone sotto il mio controllo, mentre questo sgorga da ogni apertura fino a ridurli come sacchi svuotati. Le loro braccia cedono e con loro anche le armi che ricadono sul pavimento. Lunghe macchie rosso scuro sporcano le mura bianche, ma non resto a lungo a osservare la mia opera: mi volto verso Giulia, cercandola con lo sguardo, ma lei sembra scomparsa. Mi accorgo che si è solo spostata quando uno degli uomini di fianco viene colpito. Un po' mi fa sorridere come avessi cercato di proteggerla, ma inconsapevolmente l'abbia già fatto da sé: mi piace la sua forza.

La sua dedizione però mi ricorda che lo scontro è solo iniziato e che, se i nemici alla balconata non sono finiti, figuriamoci gli altri. Mi dirigo rapidamente verso l'altro lato, accorgendomi però come le forze non mi siano diminuite nonostante ciò che ho fatto. È strano, ma meglio così, perché quando arrivo mi si presenta davanti una visione più preoccupante: quindici di quegli zombie sono appostati oltre il bordo con pistole e mitra pronti a fare fuoco. A quanto pare ho calcolato male. Un altro problema, di cui mi accorgo quasi subito, è che non sono stupidi, a differenza di quelli di prima. Come se sentissero la mia presenza sotto di loro, i loro volti inespressivi si girano verso di me, e così le loro armi. Riesco a proteggermi sotto la balconata evitando per un pelo la pioggia di proiettili che colpisce il metallo delle scale mobili, ma non è l'aver schivato la morte per un centimetro e nemmeno l'odore di cenere, fumo e sangue che m'invade le narici a darmi alla testa, quanto il fragore dei suoni della battaglia. Non ho mai sentito una cosa del genere: i colpi ripetuti delle mitragliatrici, Lisa che volteggia con la katana, gli spari di Giù e le grida stridule delle Anime... un mix così assordante da impedire anche solo di pensare a un piano. Premo le mani sulle orecchie sperando finisca da un momento all'altro, ma si allevia quando la pioggia di fuoco al mio fianco si ferma.

«Lasciami andare!» esclama Lisa in quel momento e, poco distante, la vedo che tenta di liberarsi da uno di quegli zombie alle spalle usando la katana. Subito dopo si uniscono ancora le grida delle sue Anime, poco distanti da lei, e nel voltare lo sguardo questo torna sempre lì, sulla balconata. Non posso farmi vedere, mi sparerebbero all'istante, ma ho bisogno di sentire la loro presenza. Seppur li abbia scorti per un attimo, ricordo i loro visi, i loro corpi e le loro posizioni, concentrandomi soprattutto su quest'ultime finché non lo sento: sangue che scorre. È a litri, tutto insieme nelle loro vene ed è abbastanza per averne il controllo.

Quando mi giro a destra, sul pavimento vedo cadere delle gocce purpuree, alcune piccole e altre più rapide, poi sottili cascate vermiglie che precipitano come vomito sulle piastrelle unendosi alla polvere. Quasi contemporaneamente arrivano le armi, che cadono una dopo l'altra, segno di come stiano morendo o lo siano già. Il fuoco brucia come lava nelle mie vene, ma non percepisco la stanchezza e non voglio nemmeno chiedermi come faccia a fare ciò: uccidere in modi diversi più persone contemporaneamente. Ogni fessura diventa un punto debole oppure ne apro io, come i tagli sulla gola che sento di star squarciando, la stessa sensazione di provare a strappare la gomma: possibile con una certa forza. Questa forza, così improvvisa che non ho idea da dove provenga.

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