1. Cure

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<Sei un medico?>
Sybil sussultò e quasi fece cadere la propria borsa dal terzo piano dell'edificio. Si voltò e vide che la vocina proveniva da uno strano bambino, affacciato alla finestra di casa sua che dava sulle scale antincendio del condominio, dove lei si trovava.
Se avesse creduto nel paranormale, Sybil avrebbe potuto pensare di aver appena visto un fantasma: il bambino era pallido come se non avesse mai visto il sole, biondo, dagli occhi chiari . Aveva un'espressione curiosa oltre che guardinga, eppure non sembrava spaventato da lei.
<No> rispose, ricordandosi di nascondere il fazzoletto ingiallito, che usava portarsi dietro, dietro la schiena.
<Guarda che ormai ti ho scoperta. Sei qui per visitarmi? Non sono malato> riprese il bambino, affacciandosi un po' di più, per riuscire a guardare meglio Sybil in viso.
<Ma io non sono un medico. Io lavoro al supermercato> spiegò lei, stendendo le gambe per farle ciondolare fuori dal paraurti della scala antincendio.
<Allora che cosa ci fai con un ago?> Chiese il piccolo ingenuo, sempre più curioso.
Sybil abbassò lo sguardo, facendolo ricadere sul marciapiede a qualche metro sotto di lei <E va bene, mi hai scoperta. Sono un medico in incognito che viene a visitare i bambini troppo curiosi> inventò, arrossendo appena.
<Veramente?> il piccolo spalancò gli occhi e la bocca, in un'espressione stupita e forse anche ammirata.
Sybil annuì <Certo. E se farai altre domande, mi costringerai a visitarti e a farti mangiare delle pillole amarissime, e nemmeno il succo di frutta potrà nascondere il loro sapore> continuò con voce più greve.
Il piccolo parve intimidirsi appena <Va bene, farò il bravo...ma solo se mi prometti che andrai a fare almeno una visita a Dirk Driscoll.> disse poi, esponendo un sorriso furbo.
<Chi è Dirk Driscoll?> Chiese Sybil.
<È un bambino del terzo anno che ogni volta che mi avvicino per giocare, fa finta di non vedermi; e così nessuno mi rivolge più la parola a scuola perché tutti lo imitano> spiegò il piccolo, esibendo un broncio che Sybil giudicò carino, più che triste.
<Sul serio? Beh sembra proprio cattivo. Vedrò cosa posso fare> disse Sybil, sorridendo al bambino.
<Ti arrabbi se ti chiedo come ti chiami?> Chiese poco dopo il piccolo, dopo essere sparito per un attimo, probabilmente per cercare una sedia da usare come rialzo per affacciarsi più facilmente.
Sybil quel giorno capì di dover rinunciare al prezioso tempo che si ritagliava ogni sera per stare da sola e abbozzò un sorriso <Mi chiamo Sybil.> rispose.
<Io sono Kaleb Foster. Kaleb con la K, non con la C> spiegò il bambino, sorridendo cordiale.
<Piacere Kaleb Foster con la K> rispose Sybil, trattenendo una risata.
<Sali spesso quassù? La mamma dice che è pericoloso e così non sono mai potuto andarci a giocare> disse poco dopo, quando il silenzio per lui divenne troppo noioso.
<La mamma ha ragione. Io ci salgo perché sono grande e sto attenta a non cadere.> ammise Sybil, appoggiando la schiena al muro dietro di lei per tentare una posizione più comoda.
<Quanti anni hai?> Chiese Kaleb.
<Diciannove>
<Allora sei proprio grande! Io ne ho solo otto> disse il piccolo, con aria di devozione negli occhi e nella voce.
<Avrai tempo per crescere e diventare grande>
<Io non vedo l'ora. I grandi possono fare tutto!> esclamò Kaleb con un po' di invidia, alzando gli occhi al cielo, sognante
Sybil sorrise amaramente <Più si diventa grandi, più il peso della vita grava sulle ossa> disse, allungando una mano davanti al viso, per ammirarne il colorito malsano che aveva assunto.
<È per questo che il mio papà ha sempre mal di schiena?> ragionò Kaleb, parlando un po' più piano, forse per non chiamare l'attenzione del padre dalla stanza accanto.
<Può darsi> suppose Sybil, sorridendo ancora.
Un soffio di ventò si alzò, rinfrescando il viso bollente di Sybil e scostandogli finalmente la frangia dal viso.
<La tua mamma non si arrabbia se resti qui fino a tardi?> Chiese all'improvviso Kaleb, poggiando la testa sul palmo della mano.
<La mia mamma vive lontano da qui> rispose Sybil.
Il piccolo sgranò ancora gli occhi, sorpreso <Vivi da sola?>
<Vivo con il mio ragazzo> ammise Sybil, trovando inutile mentire ancora.
<Forte!> esclamò Kaleb.
<Si...proprio forte> disse Sybil, sfiorandosi involontariamente lo zigomo destro, ancora dolorante della sera prima, e ormai di un definito colore violaceo.
Kaleb seguì il suo gesto <Anche Dirk una volta mi ha picchiato. Io l'ho detto alla mamma che lo ha sgridato e poi lui non l'ha più fatto> spiegò tranquillo, allargando un sorriso a cui mancava qualche dente da latte.
Sybil sorrise dolcemente, invidiosa dell'innocenza di quel bambino <I grandi hanno bisogno di più di una sgridata> disse.
Kaleb parve sorpreso e in parte deluso da quella risposta, aprì la bocca per aggiungere altro, ma Sybil si alzò all'improvviso, prendendo lo zaino vecchio e consunto sulla spalla e avvolgendo il suo fazzoletto, contenente una siringa e alcune fialette, quel giorno inutilizzate, e infilandoselo in tasca. <Devo andare, Kaleb  con la K> annunciò.
Kaleb parve dispiaciuto <Torni anche domani?> Chiese, speranzoso e senza inibizioni.
Sybil alzò lo sguardo verso il condominio, quasi volesse controllare di non essere spiata, poi sorrise appena <Perché no?>.

La bellezza delle lacrime Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora