30. Segni divinatori

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La casa del consigliere Benedetti era impressionante: una villa di tre piani che giganteggiava sulle abitazioni intorno. Aveva un enorme lucernario sul tetto e un giardino di siepi perfettamente sagomate.

La porta era aperta e quando Sonia entrò venne invasa dall'odore di lavanda e prezzemolo. Una ciotola di pistacchi era sistemata su un tavolo all'ingresso, ma era ancora intatta. Candele di anice bruciavano in ogni angolo insieme alla lavanda, ma nella casa regnava il silenzio. Tutto era pronto per il rituale di commiato allo spirito, ma gli altri dovevano essere ancora al cimitero e Sonia si pentì di aver detto a Valerio di andare. In fondo, però, lui aveva qualcun altro da piangere e lei aveva bisogno di trovare uno scopo, qualcosa che la distraesse dalla perdita di Amelia.

Si mosse per le stanze silenziose come un fantasma, accarezzando le pareti e sorridendo agli strumenti da divinazione che trovava a ogni angolo, da specchi a palle di cristallo, da mazzi di carte a sacchetti di rune. Quella casa, ormai, le era familiare tanto quanto la propria, ma quel silenzio le ricordava che non era mai stata sola là: c'era sempre stata Amelia con lei.

Si fermò quando raggiunse le scale che conducevano al piano superiore e, prima di rendersene conto, stava già salendo.

I suoi passi la condussero verso il corridoio in cui si trovava la camera di Amelia, ma si bloccò quando sentì dei singhiozzi provenire dalla stanza in fondo.

«Chi c'è là?» Sonia riconobbe la voce nonostante fosse arrochita dalle lacrime e impastata: era quella di suo zio, anche se per lei era sempre stato il consigliere Benedetti.

Sonia esitò, indecisa tra il proseguire per la sua strada, fingendo di non aver sentito, e il rispondere alla domanda. Alla fine fu il tono sofferente della voce a farla decidere.

Si affacciò alla porta socchiusa della stanza e batté le palpebre nella penombra. «Sono Sonia, consigliere Benedetti. Sono arrivata prima degli altri; mi dispiace di averla disturbata.»

Ora che i suoi occhi si erano abituati al buio, Sonia riusciva a distinguere il profilo del consigliere, seduto sul letto, e della bottiglia che teneva in mano.

«Entra.»

Lei esitò. Tutto ciò che avrebbe voluto sarebbe stato uscire di lì e raggiungere la stanza di Amelia e fare ciò per cui era venuta, ma c'era il rischio che il consigliere Benedetti non fosse abbastanza ubriaco da dimenticare una cosa del genere.

Finì di aprire la porta e mosse qualche passo nella stanza, senza lasciare il cono di luce proveniente dal corridoio.

«Tu eri la migliore amica di Amelia, sai? Forse l'unica amica che abbia mai avuto.»

Sonia annuì in silenzio. Non pensava che il consigliere Benedetti si aspettasse una risposta da lei. Sembrava aver solo bisogno di parlare.

«La mia povera Amelia. Desiderava così tanto essere una di noi, una veggente, ma finiva sempre per sentirsi un'estranea sia tra noi che tra gli altri Praticanti. Non era ancora riuscita a trovare la sua strada e ora invece...» Bevve un altro lungo sorso dalla bottiglia.

C'era puzza di alcol e di aria viziata in quella camera. Le finestre erano chiuse e le tende tirate e l'unica luce proveniva dal display di una radiosveglia sul comodino.

«Ed è tutta colpa mia» riprese il consigliere.

Sonia si sentì in dovere di dire qualcosa. «Non penso che dovrebbe colpevolizzarsi, lei non ha...»

«È colpa mia se mia figlia è morta» riprese il consigliere, come se non l'avesse sentita. «Sono gli spiriti che mi stanno punendo per aver taciuto. Avremmo dovuto abbandonare questa dannata isola anni fa. Nessuno avrebbe mai dovuto risvegliare quella cosa e adesso è troppo tardi.»

L'Isola degli SpiritiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora