NON SARA' MAI UNA DEA

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Di Palermo e della Sicilia

Diario di una migrazione come tante

Grazia La Paglia 

Ho perso il mio passato. Non esiste più.

Ho barattato amici e sogni per cercare un nuovo inizio altrove.

Ho lasciato alle mie spalle l'Isola del Requiem dei Sogni Abbandonati. La stessa Isola che accoglie e offre una seconda vita a chi lascia alle sue spalle, verso la linea dell'equatore, guerre, violenze, fame. La fame vera.

Ho perso il mio passato. Non esiste più.

Non sarà mai una dea è il diario di quel passato e di questo presente. Il diario di un fallimento personale, ma non solo.

Non sarà mai una dea è il diario di un Paese che ha fallito.

Abbiamo perso, tutti.

Non abbiamo più la scatola di cartone chiusa con fili di spago. Non abbiamo più solo un paio di scarpe e una camicia.

Abbiamo armadi strapieni di vestiti, scarpe che calziamo per una sola stagione. E tutto questo non riusciamo a farlo entrare nel trolley di ultima generazione che ci accompagna in aeroporto.

Abbiamo perso, tutti. Perché mentre migrare e spostarsi per ambizione, per curiosità o per inseguire un sogno è un premio meritato e che va rivendicato con orgoglio, migrare perché la tua terra non ti offre un lavoro (un qualsiasi lavoro) è un fallimento.

Chi è il colpevole, di preciso? Facile rispondere la politica, la mafia. Meno facile ammettere che ne siamo tutti responsabili.

E quindi sì, abbiamo perso tutti.

PALERMO

Oggi. Presi la mia valigia e me ne andai.

Ma solo dopo aver chiuso a chiave la porta, lasciandomela alle spalle, pensai tra me e me:

"Non ho fatto il biglietto di ritorno". Quel pensiero lo sussurrai piano, a bassa voce, in cima alle scale di casa mia. Piano, perché erano le 5 del mattino e non volevo svegliare nessuno.

O forse, volevo semplicemente scomparire senza lasciare traccia, senza che qualcuno lo notasse.

Riaprii la porta, tornai in stanza. Iniziai a svuotare l'armadio da maglioni, collant pesanti, sciarpe e giubbotti. Gettai velocemente sul letto tutto quello che c'era di invernale e che era rimasto escluso dalla poca capienza del bagaglio a mano.

Ecco una nuova valigia pronta per la partenza: una valigia rossa, enorme e che, in pochi minuti, diventò così pesante da preoccuparmi.

"Come farò a trascinarla fino al bus?" mi chiesi. Non era solo un problema di peso, ma anche di praticità: non aveva più il manico.

Avevo poco tempo per trovare una soluzione. Erano quasi le 5.30 di una mattina autunnale di Palermo. La fermata degli autobus per l'aeroporto non era così lontana, certo, ma dovevo ugualmente fare in fretta.

Da un anno e due mesi vivevo in un monolocale in via Alloro. Venticinque metri quadrati ricoperti di parquet ormai graffiato dal tempo e consumato da affittuari fugaci, da brevi periodi.

Quello fu il mio primo monolocale.

Prima di spostarmi lì, avevo vissuto per almeno sette anni nei pressi del Policlinico.

In quella zona, popolata da studenti fuori sede e di paese, avevo cambiato almeno una decina di case perché – si sa – agli studenti universitari vanno gli appartamenti un po' disastrati, malmessi, con poca manutenzione. Stanze fredde, piene di spifferi, bagni vecchi. Alloggi che con un paio di poster, alcune cassette di birra Forst a fare da sedie, scatole della pizza dimenticate ovunque, libri accatastati su tutti i tavoli della casa, post-it colorati ed evidenziatori fluorescenti, diventavano a poco a poco piccoli luoghi caldi.

Non sarà mai una dea Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora