Prologo

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Una guerra non è tale se non ci sono dei feriti, o ancora peggio, dei morti.

In questo caso durante quel combattimento nessuno di noi era ancora ferito, ma forse facevo troppo preso a cantar vittoria.

«Neith! Attenta!» urlò la voce appartenente a colui che credevo il mio porto sicuro.

Mi voltai in tempo, fermai la lama che stava per colpirmi la spalla in pieno con il palmo della mano, cosa che mi fece stringere i denti dal dolore.

Sgorgò tanto sangue e pensai che ne sarebbe rimasta una grande cicatrice pronta da sfoggiare al mondo intero.

Con il braccio libero colpii con tutta la forza che avevo in corpo l'arto dell'uomo che brandiva la spada letale e macchiata del mio sangue.

Sorrisi leggermente, grata di aver seguito a distanza gli allenamenti dei miei compagni di squadra.

Sentii un rumore per niente piacevole provenire da quel braccio, gli avevo fatto davvero male, probabilmente quel braccio ci avrebbe messo mesi prima di tornare funzionante, o semplicemente non l'avrebbe più usato.

Mi dispiacque, non ero portata per le battaglie in campo, ero sempre stata quella dietro le quinte.
Quella inutile.

Cercai il suo sguardo, lo trovai e gli sorrisi incoraggiante, lui ricambiò fiero di come me la stavo cavando.

Poi la preoccupazione prese il sopravvento nel suo viso, fissava proprio dietro le mie spalle.

Mi girai velocemente, ma evidentemente non fu abbastanza.

Avvertii un immediato dolore allo stomaco e vidi una chiazza rossa espandersi proprio su di esso.
Una lama mi aveva trafitta in un modo cruciale.

«No!» urlò cercando di raggiungermi, ma fu trattenuto da coloro che mi avevano appoggiata in tutto durante questi anni.

Abbassai lo sguardo, vidi fiotti di sangue scuro uscire, lo riguardai cercando di rassicurarlo con lo sguardo, fallii miseramente, il liquido scarlatto fuoriuscì pure dalla mia bocca rendendo l'immagine più macabra.

Vidi arrivare altri nemici ancora più armati fino ai denti.

«Andate via» provai a sussurrare, ormai non avevo più nessuna via di scampo, loro potevano ancora salvarsi.

Lo guardai pregandolo con lo sguardo, doveva salvarsi.

«Andiamo via Chase, lei ci serviva solo per arrivare fin qui, lo sai, ora possiamo andarcene!» urlarono gli altri strattonandolo e iniziando a scappare.

Non se lo fece ripetere due volte, scappò via senza nemmeno guardarsi più indietro.

Mi avevano abbandonata senza rimorso.

In mezzo a tutto il dolore che stavo provando, quello fisico era niente in confronto al mio cuore che si era definitamente sgretolato.

Rimasi sola.

Caddi in ginocchio, sentendo le fitte nello stomaco ogni secondo più dolorose.
Stava arrivando il mio momento.

Pressare la ferita con il palmo della mano sarebbe stato totalmente inutile, lo feci, ma servì solo a imbrattare le mie mani di quel sangue viscoso che non smetteva di uscire.

Fissai il cielo coperto d'oblio mentre il mio corpo crolló sull'asfalto, in un silenzio notturno in cui il mio respiro che si affievoliva era sempre meno percettibile.

Nel frattempo diversi suoni ovattati arrivavano alle mie orecchie, sembravano spari.

Lanciai un ultimo sguardo alla cupola tenebrosa, il cielo, che sembrava fissarmi con un terminale ghigno.

Avvertii i battiti del cuore rallentare e la vita che ogni secondo di più abbandonava il mio corpo avvolto in una chiazza rossa, come un'aura che avvolge un demone.

Esaminai il cielo improvvisamente foderato di stelle e con un'ultima lacrima solitaria che solcó le mie guance lasciai che presto io le raggiungessi.

Sotto la ragioneDove le storie prendono vita. Scoprilo ora