25. Le rovine del monastero

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Alex mosse un passo in avanti e la ghiaia scricchiolò sotto le sue scarpe. Il viale su cui si trovava era circondato da olivi e cipressi che, illuminati dal sole, disegnavano di righe d'ombra la strada bianca. Nell'aria c'era odore di acqua stagnante a causa del canneto poco lontano, che dava direttamente sul lago. In fondo al viale si stagliavano le rovine del monastero.

L'essenza dello spirito aveva continuato a comparire e scomparire per tutto il tempo che lui l'aveva seguita e, sebbene fossero ormai diversi minuti che non era più percettibile, quasi sicuramente proveniva da là.

Avanzò ancora, scrutando tra le ombre dei ruderi in cerca di un movimento, ma non vedeva nulla.

Raggiunse la fine del viale e si fermò davanti alla facciata del monastero. Si trattava di una parete di pietre irregolari senza decorazioni ed era l'unica parte rimasta intatta dell'edificio oltre al campanile.

Il sole del tardo pomeriggio creava giochi d'ombra tra i ruderi e, passando attraverso l'oculo della facciata, disegnava un cerchio di luce sul terreno.

Alex si fermò al centro del cerchio, la propria ombra che riproduceva il suo profilo all'interno della luce. Era delle dimensioni giuste per essere un cerchio da evocazione e per un attimo la luce rosata del tramonto e il silenzio di quel luogo gli ricordarono dell'evocazione di tre anni prima. Rabbrividì e si accorse di avere la pelle d'oca, ma quello non era il momento per farsi prendere dall'inquietudine.

Uscì dal cerchio di luce e attraversò il portale della facciata, ritrovandosi circondato da massi e muri crollati. L'unico posto abbastanza integro da poter essere usato come nascondiglio era il campanile. Assomigliava più che altro a una montagna di sassi incastrati tra loro e la cima pendeva verso sinistra, ma per qualche miracolo della fisica rimaneva ancora in piedi dopo secoli.

Alex estrasse il pugnale dal fodero prima di entrare nel campanile. Là dentro il sole arrivava a malapena e i suoi occhi impiegarono qualche istante ad abituarsi. Una scala conduceva verso l'alto, ma si interrompeva dopo appena un metro, lasciando solo una voragine dove un tempo c'era stato un passaggio.

«Iris» bisbigliò.

La silfide apparve accanto a lui e la sua essenza violetta portò un po' di chiarore nella penombra.

«Portami in cima.»

Iris parve cogliere la gravità della situazione e annuì senza dire nulla. Scomparve e Alex si sentì sollevare da un soffio di vento. Risalirono il campanile fino a raggiungere i resti del pavimento dove un tempo si era trovata la campana. Il tetto era crollato, ma rimaneva il profilo di quattro finestre che si affacciavano verso i punti cardinali.

Bastò un'occhiata per capire che là non poteva nascondersi nessuno.

Alex si sedette su uno dei davanzali delle finestre con un sospiro. Possibile che lo spirito se ne fosse andato? Forse aveva avvertito che si stava avvicinando. Si sarebbe trattato del terzo daemon che veniva sorpreso sull'isola, oltre a Invidia e allo spirito dal cuore scarlatto che aveva percepito il giorno prima, lo stesso che aveva pietrificato e ucciso Filippo Montani. Se davvero c'erano tutti quei daemon sull'isola, com'era possibile che non li avessero ancora trovati? Cominciava a sospettare che si fossero liberati in qualche modo dei corpi con cui erano arrivati per impossessarsi poi di quelli di qualche abitante. Di solito i Praticanti si proteggevano dalle possessioni con i talismani, ma gli abitanti dell'isola tendevano ad avere fin troppa fiducia nei loro mezzi di difesa e lui non escludeva che qualcuno di loro non portasse più i talismani. Forse la cosa migliore sarebbe stata fornire tutti di mezzi anti-possessione, ma ci sarebbe voluta una vita a crearne abbastanza, senza considerare che spiriti potenti potevano comunque aggirarli.

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