Prologue: Cherry Red, Cherry Wet

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"Be the CEO your parents always wanted you to marry".


•Ashton•

La luce rossa delle lanterne allineate sopra le vetrine è fioca, abbastanza luminosa giusto per farmi vedere dove metto i piedi e per mostrare i corpi delle ragazze attraverso il vetro.

È una retrovia del Quartiere a Luci Rosse, decisamente meno caotiche e ricche di turisti rispetto a quelle principali, ma preferisco la calma e il silenzio, un'atmosfera decisamente diversa a quella di piazza Dam.

Lascio scivolare lo sguardo lungo le vetrine non coperte dalle tende rosse, osservando le ragazze disponibili sedute sugli sgabelli o in piedi in pose provocanti intente a farsi notare.

Incrocio molte ragazze belle, molte ragazze bionde, come piacciono a me, in completi più o meno rivelatori, ma nessuna cattura davvero il mio sguardo.

Noto come sembrino più che desiderose di farsi vedere, come se io fossi un premio che tutte vogliono accaparrarsi, ma il mio vizio letale è l'essere perfezionista, e finchè nessuna mi intriga veramente non ho intenzione di fermarmi.

È verso la fine della via però che il mio sguardo cade sull'ultima vetrina dell'angolo, più pulita delle altre, la tenda tirata di lato e, seduta su uno sgabello, l'unica ragazza non intenta a mettersi in mostra, seduta nella vetrina come se niente fosse, le gambe accavallate e un libro sul grembo, la testa bassa mentre si concentra sulla lettura.

Il movimento dondolante del piede infilato in quella che sembra una scarpa col tacco piuttosto dolorosa cattura la mia attenzione, e lentamente lascio che i miei occhi risalgano lungo le gambe chilometriche e muscolose, arrivando fino a un babydoll nero che contrasta con la sua pelle nivea, quasi irreale, come se fosse di porcellana.

Le labbra della ragazza sono serrate in una linea severa dovuta alla concentrazione, ma anche così si evince la loro forma a cuore accentuata dal rossetto rosso scuro che, insieme a lunghe onde scure, le attribuisce quest'aria da Biancaneve, non so se di proposito o meno.

Ed è proprio il fatto che lei non si sia minimamente accorta di essere osservata da me che me la fa desiderare.

Senza pensarci due volte busso alla vetrina, guardandola sobbalzare per la sorpresa mentre solleva gli occhi dal libro, un'espressione confusa sui suoi occhi prima che indichi un cartello in basso sul lato della vetrina.

La ragazza rappresentata sul cartello non è sicuramente lei, e nonostante legga il giudizio e le stelle assegnatele, non è lei che voglio.

Busso nuovamente, scuotendo la testa in direzione della ragazza dagli occhi blu che soffia prima di aprirmi, facendomi entrare in un piccolo ingresso angusto che odora troppo di vaniglia.

La ragazza è in piedi davanti a me con le braccia conserte e mi studia: "se scegli questa vetrina scegli lei, non me. Io non lavoro qui".

Noto con sorpresa che il suo inglese non è perfetto, un accento forte che non riesco a identificare, ma non faccio attendere la mia risposta.

"Se non lavori qui, perchè eri in vetrina?" Domando, leggermente confuso, guardando le sue guance farsi di un discreto color ciliegia.

"La mia amica lavora qui, Lola. Per sbarcare il lunario deve fare i doppi turni, ma non può permettersi di perdere clienti mentre sta facendo un servizio, quindi io sto in vetrina ad informare i potenziali interessati che non avranno me, ma lei" spiega velocemente, squadrandomi poi rapidamente, "potenziali acquirenti come te".

Una risata sfugge dalle mie labbra, ma sono veloce ad alzare le mani in segno di resa: "non ho chiesto di lei, ma di te. Quanto vuoi?".

La sua espressione passa da confusa a sbigottita prima di ridere piano, scuotendo la testa: "non sono in vendita".

"Nemmeno in prestito?".

"Ci hai provato, ma no. Non sono una sex worker".

"È un peccato" mi lascio sfuggire, guardandola un po' troppo a lungo per non farglielo notare, e il rossore sulle sue guance si fa solo più intenso, "non c'è nessun modo di convincerti?".

"No, nessuno" ribatte lei, secca, quasi volesse sbarazzarsi di me il prima possibile, "ora, aspetti lei o te ne vai? Ho un esame per cui studiare, perciò...".

Il suo sguardo regge il mio per qualche istante prima che lo sposti, tirando fuori dalla tasca dei pantaloni del completo una banconota da cinquanta euro: "per il disturbo. E in bocca al lupo per l'esame".

Le labbra della ragazza si socchiudono mentre fissa la banconota tra le sue mani prima che scuota vigorosamente la testa: "no, no, non posso accettare".

"Insisto" la interrompo, "sono Ashton, comunque".

"E io ti ringrazio, Ashton, ma non è il caso" continua, ma io la ignoro, mettendo la mano sul pomello, ricordandomi solo adesso che...

"Qual è il tuo nome?".

La ragazza mi guarda con quello sguardo trasparente e impenetrabile allo stesso tempo, l'espressione che contrasta con il colore dei suoi occhi.

"Puoi chiamarmi Cherry".

E nonostante abbia la sensazione che questo non sia il suo vero nome, sorrido.


Buongiorno e buon appetito vista l'ora!

Spero che questo prologo vi sia piaciuto, e ci tengo a precisare che i punti di vista non saranno alternati, ma avremo la voce narrante di Ashton solo in tre capitoli (e questo è uno di essi).

Inoltre, Cherry è davvero un nome fasullo, ma il nome della protagonista non si scopre per molto, moltissimo tempo.

Fatemi sapere che ne pensate e cosa vi aspettate da questa storia!

Amore e biscotti per tutte,

Chiara.

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