Prologo

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Sapevo molto bene il motivo che oggi mi portava a sbirciare appena le note sullo spartito. Le dita arrancavano appena sui tasti e per quanto cercassi almeno in modo meccanico di produrre qualche suono piacevole, non mi era possibile. Nella mia testa c'era un ronzio fastidioso che non mi lasciava, come quello di una stazione radio che perde la linea.

Mi alzai e aprii la finestra. Una brezza fredda mi colpì in pieno, nonostante fosse maggio inoltrato ormai. Questo clima non impediva all'allergia di dilagare e così già sentivo gli occhi lacrimare. Ma forse ero troppo approssimativa nel dare la colpa al polline.

Gli uccellini cantavano e se si tendeva l'orecchio era possibile sentire il suono di altri pianoforti e anche la voce di un tenore. Per la prima volta nella giornata mi sfuggì uno sbuffo divertito. Riconobbi l'aria "Dalla sua pace" di Don Ottavio e, nonostante fosse cantata in modo buffo, non potevo che rimanere stupita per la coincidenza che mi portava proprio a distinguere quella tra altre melodie che permeavano l'aria.

Chiusi la finestra, cercando di isolare i suoni. Il bisogno di sotterrare quell'aria era così forte che finalmente anch'io riuscii a suonare la mia parte. Non pensai ai suoni, alla loro espressività o agli errori. Dovevo solo fare rumore e coprire. Quando terminai mi sentii esausta, ma almeno nella testa non imperversava più la tempesta di prima che aveva riportato a galla i ricordi. Ricordi che mi risultavano intollerabili, perché troppo dolci e strazianti da sopportare.

«Dalla sua pace, la mia dipende...» cercai le note abbinate alle parole, ma ormai la mia furia aveva avuto davvero l'effetto desiderato: avevo coperto tutto. Di nuovo il ronzio e nient'altro.

Volevo chiudere tutto e tornare a casa, dopotutto il mio studio non stava andando avanti e sarebbe stato meglio rilassarsi. Eppure non volevo. La fragile speranza che quel maledetto telefono si illuminasse con la notifica giusta mi esaltava. E poi... chi avrebbe potuto sopportare la solitudine?

Non ero mai stata una persona particolarmente socievole. Un po' per timidezza e un po' per riservatezza. Eppure da quando ero entrata in conservatorio qualcosa era cambiato. Avevo trovato tante persone diverse, lontane dal gruppetto antipatico e sempre uguale che mi ero trascinata dalle elementari. Nonostante frequentassi ormai il liceo, non mi era mai capitato di sentire così tanto quell'adolescenza che sbocciava in ritardo e che mi trascinava dietro con i suoi molteplici sentimenti. Nessuno avrebbe potuto dirlo a guardarmi.

Mi ero lasciata prendere, trascinare e poi... avevo incontrato lui. La mia pace era dipesa davvero dalla sua e adesso ero in balia di una corrente da cui non riuscivo a liberarmi. Ora sì, sì che rimpiangevo il tempo primario dell'innocenza. Dove l'amore era solo sospirato e non era ancora stato toccato. Ma adesso, che si era infranto tutto, non avevo altra certezza che la mia tranquillità era stata turbata e così tutto l'equilibrio precario della mia esistenza.

Non accesi le luci. Speravo che il buio dell'inconsapevolezza mi avrebbe avvolta, risvegliandomi da quel sogno che mi aveva intrappolata senza lasciarmi scampo.

Guardai ancora il telefono.

Lampeggiava.

Il giorno in cui dissi NO!Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora