LA RAGAZZA CHE SOGNAVA

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Le mie mani strinsero con forza le bianche lenzuola mentre le labbra sussurrarono il suo nome: «Dickson...». Cercai di liberarmi da quel pericoloso mondo che si trova tra sogno e realtà.

«Sarah...».

La sua voce echeggiava nella mia mente. Migliaia di fredde gocce di sudore percorrevano il mio corpo seguendo il sentiero tracciato dalle vene pulsanti di piacere. Una ventata di aria fredda entrò dalla finestra rotta.

Mi svegliai.

«No, ancora lui!» sbottai, posando una mano sulla fronte.

Mi allontanai dal letto con scatto felino, come se ciò potesse discolparmi di ciò che avevo appena sognato. Peccato che gli occhiali posassero sul comodino. Mi avvicinai di nuovo a passo felpato per prenderli, come se il letto potesse mangiarmi da un momento all'altro.

Se solo papà avesse saputo ciò che mi passava per la testa, avrebbe gettato litri di acqua santa sul letto dopo avermi immersa in altrettanti litri dello stesso liquido purificatore.

Ma papà non c'era.

Un'altra ventata gelida riempì la piccola e scura stanza. Mi diressi verso la finestra e la osservai facendo una smorfia. Il foglio di giornale per ragazzine, i cui lati erano ricoperti da scotch, giaceva a terra.

«Come avere un seno prosperoso con la dieta dell'ananas» lessi, prendendo in mano la pagina dal legno marcio che faceva da pavimento. Sbuffai pensando che il mio interesse verso petti esplosivi era proporzionale alle preoccupazioni che potevano avere gli agiati abitanti di Goldmist. L'unico scopo di quel giornale era quello di sostituire il vetro rotto. Cercai d'incollare la pagina della ragazza con l'ananas ma senza successo. Lo scotch era stato utilizzato troppe volte. Poggiai le mani sul davanzale e respirai l'odore di terra bagnata.

La stanza dava su un piccolo giardino che non doveva essere più grande di dieci metri quadrati. Mi ci volle più di un mese prima di riuscire a salvare tutte le piante del terreno abbandonato che comprammo due anni fa. Adesso potevo ammirare con gioia un magnifico rosaio dai petali bianchi, un esile albero di candide magnolie e dei piccoli rami di camelia gialla che poco a poco si stavano riprendendo. La nostra proprietà era separata da quella adiacente da un'incolta siepe dai rami così lunghi che sembravano braccia di mostri affamati. Era inevitabile che i mostri si sarebbero moltiplicati, visto che la nostra cesoia era così vecchia e arrugginita che non sarebbe neanche riuscita a tagliare le unghie dei miei piedi.

Plin Plin.

«No, no, no!» urlai, correndo verso la traballante scrivania che si trovava di fronte al letto.

Altre due gocce e la bacinella colma d'acqua, che serviva da riparazione alla perdita dovuta al buco nel soffitto, sarebbe traboccata. Ci volevano ventiquattro ore per riempirla dopo un giorno di pioggia; motivo in più per svegliarmi ogni mattina alla stessa ora. Be', anche il fatto che l'unico orologio in casa fosse rotto e segnasse sempre le dodici influenzò la mia decisione. Presi il recipiente con tutte e due le mani. Era così pesante che dovetti camminare a papera per raggiungere la finestra e gettare l'acqua. Lo rimisi al suo posto e mi sedetti sul bidone di birra che faceva da sedia alla scrivania.

A qualche centimetro di distanza dal bidone, posavano sulla tavola uno specchio rotto, un pettine, la foto di Christopher e un vaso con una decina di margherite bianche. Guardai il mio riflesso nello specchio e dovetti bloccare un conato di vomito.

Ero la ragazza più brutta che avessi mai visto; non mi sorprendeva che anche lo specchio avesse rifiutato di riflettermi, rompendosi. Avevo due grandi occhi dello stesso blu che caratterizza l'acqua così profonda che nessuno vuole esplorare. Per fortuna avevo un grosso paio di occhiali e una lunga frangia per nasconderli. I miei lunghi capelli color Emmenthal non erano né lisci né ricci, così come il mio corpo non era né magro né grasso. Non ero alta, ma neanche bassa, e la mia pelle era una via di mezzo tra la pelle di un vampiro e quella di un maialino appena nato. Ero così insignificante che neanche le parole volevano avere a che fare con me. Insomma, ero un grande punto interrogativo.

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