8. Purgatorio

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È un periodo difficile l'adolescenza. Troppe turbolenze e poca preparazione. Non si sa cosa sia quella oppressione al petto, non si dorme la notte e ci si accarezza il seno chiedendosi quando sparirà, ci si chiede se svanendo sfumeremo via pure noi. Cosa rimarrà di noi. Forse niente, forse tutto. Fa una paura agguerrita. Io ne ho ancora troppa vergogna. Sembra che ogni filo mi stringa il cuore, i polmoni, l'animo. Ogni filo mal tagliato, lasciato lí a marcire, ad attorcigliarsi su stesso al punto che diventa impossibile capire dove inizi e dove finisca. Quando le persone mi piangono davanti la mia mente corre via, trattiene il fiato e muore asfissiata dalla troppa preoccupazione. Sono diventata allergica alle debolezze. Alle truppe di guerra. Spesso invidio la mia precedente empatia. Sembra che la resilienza mi abbia risucchiato via ogni compassione. Sono diventata una vigliacca, un corridore che schiva ogni malanno e non sa più quale traguardo raggiungere. Mi arrabbio molto quando la gente sta male, non riesco a sopportare tutta quella tristezza, non ce la faccio proprio. Sarà perchè non piango da mesi. Sarà perchè sto perdendo ogni sensibilità. Ho sul corpo i segni della mia debolezza e provo un tale disgusto per quei momenti di oblio, poichè mi sveglio il giorno dopo e smemorata li osservo allo specchio, chiedendomi come sia possibile essere cosí sprovveduti. Incoscienti. Vorrei tornare quella di prima solo per abbracciare con più calore il dolore degli altri, per dissolverlo, ma so già che se mai succedesse, quella che finirebbe per assorbirlo sarei solo io. Lascio correre le parole e decido di dar loro un nuovo significato: purgatorio.

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