Strategie

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Fedele alla parola data, Cyrus mi mandò il travestimento.
Il sole era appena tramontato quando un adolescente spaventato bussò alla porta con un pacchetto avvolto in carta marrone. Glielo presi di mano e gli consigliai di non tornare dal suo padrone. Ma che lo facesse o meno... non era più in mio potere.
Un sacco di cose non erano più in mio potere, ormai.
«Che cos'è?» chiese in tono cupo Nathan, sollevando lo sguardo dal compito ingrato a cui si stava dedicando.
Quando aveva impacchettato il mio cuore per custodirlo al sicuro, l'aveva messo in un cofanetto che aveva chiuso con un lucchetto, che stava cercando di segare, e per il momento aveva fatto ben pochi progressi. Mi ripromisi di acquistare altri lucchetti dalla stessa ditta, in futuro, se fossi sopravvissuta alla battaglia.
Posai il pacchetto sul tavolo e lo aprii con cura. Tra le pieghe della carta si intravedeva un tessuto color porpora acceso. «Credo che sia il mio travestimento per la serata.»

Il Divoratore d'anime, come pure suo figlio, aveva gusti elaborati. A quanto pareva, il costume per il rituale era una veste di broccato color porpora, lunga fino ai piedi e oltre, con un cappuccio. Il motivo ricamato sul tessuto era una copia quasi identica del simbolo personale di Jacob Seymour, un drago che avvolgeva le spire intorno a un diamante gigantesco. Stranamente, nel disegno erano stati incorporati anche dei gigli. Rigirai l'indumento da tutte le parti, augurandomi che sembrasse meno pacchiano visto da un'angolatura diversa. «Non è esattamente quello che immaginavo come veste funebre.»
«Non dire così.» Nathan prese la maschera d'oro che era stata avvolta con cura nella tunica. «Ti va bene?»
Era liscia e senza lineamenti; un ovale perfetto e anonimo, con due fori all'altezza degli occhi. Mi sarei dovuta accontentare. La portai al viso, ignorando la stretta di terrore allo stomaco, e legai le strisce di cuoio dietro il capo. «Credo che molte persone si sentiranno a disagio a questo rituale.»
«Probabilmente lo saranno ancora di più quando verranno sbranati dai lupi mannari.» Nathan si rimise al lavoro sul cofanetto. «Levami quella roba di torno. Non voglio vederla.»
Riposi tunica e maschera nella borsa di armi che Nathan aveva preparato per Ziggy e Bill. «Dove sono?» chiesi, sicura che avrebbe capito di chi stavo parlando. «Dobbiamo partire tra poco.»
«Non avere troppa fretta.» Non mi guardò, «Io non sono certo ansioso di vedervi andar via.»
Quando gli presi una mano nelle mie, non oppose resistenza. «Non è un'impresa senza speranza.»
«Non parlare» mormorò, ritirando la mano. «Non mi sento ancora pronto per gli addii.»
Quando comparvero Ziggy e Bill, sia Nathan che io ostentammo indifferenza, come se stessimo semplicemente aspettando l'inizio della battaglia. Metterli al corrente di quello che stava per succedere sarebbe servito solo a sollevare un'altra discussione e non avevamo il tempo per farlo. Spiegammo loro che mi sarei infiltrata per partecipare al rituale, ma tenemmo nascosto il fatto che, una volta entrata, non sarei più uscita da quella casa.
«Il furgone è piuttosto malandato» annunciò Bill, pulendosi le mani sporche di grasso in uno straccio. «Non ho gli strumenti per riparare quello che saprei fare e il resto è al di fuori della mia portata.»
«Ce la farà a portarci fin lì?» Pensai ai golem. Sarebbe sembrato un po' strano vederli marciare tutti in fila verso la casa del Divoratore d'anime. Non era certo uno spettacolo che poteva passare inosservato.
«Sì, ma forse non a riportarci indietro» rispose con aria cupa.
«Forse dovremmo stabilire un posto dove incontrarci, quando tutto sarà finito, così Nate potrebbe venire a prenderci» propose
Ziggy, guardando da me a Nathan, che non sollevò nemmeno lo sguardo dal suo lavoro.
«No. Sono ancora troppo debole per guidare.»
«Non sembri molto debole con quel seghetto» osservò Ziggy, indicando il tavolo. «Che cosa stai facendo, a proposito?»
«Qui dentro c'è qualcosa di cui Carrie ha bisogno per combattere il Divoratore d'anime. Qualcosa che gli ho rubato quando ho lasciato il Brasile, dopo che mi aveva trasformato» mentì con aria impassibile.
«Ho perso le chiavi del lucchetto.»
Ziggy non sembrò convinto, ma rinunciò a discutere.
«Bene, allora possiamo stabilire un luogo d'incontro?»
«Forse è meglio una strategia... ognuno per sé?» suggerii, incrociando mentalmente le dita e augurandomi che non sospettassero qualcosa. «Potremmo stabilire che il primo che arriva al furgone si rechi in un posto stabilito e aspetti il resto del gruppo, lasciando come margine due ore prima dell'alba. In questo modo, se il furgone ci lascia a terra, ci sarà ancora il tempo di chiamare un taxi e rientrare prima di arrostire.»
«E i golem?» Bill sembrava sinceramente preoccupato per loro.
«Non possiamo abbandonarli lì.»
Non avevo pensato a che cosa fare di loro, una volta che avessero assolto la loro funzione. «Posso dire loro di tornare qui da soli, purché non si muovano in gruppo. Poi possono sistemarsi nel negozio, dove sono stati finora.» Mi morsi il labbro. «Per te va bene, Nathan?»
«Non ha importanza» borbottò, accanendosi sul lucchetto con rinnovato vigore.
«E Max?» domandò Ziggy, guardandosi intorno. «Pensavo di trovarlo qui, impaziente di andare.»
Lanciai un'occhiata a Nathan e, vedendo che non mi sarebbe stato di alcun aiuto, sospirai. «Se n'è già andato per incontrare i guerrieri mandati da Bella. Non tornerà.»
«Bel traditore!» esclamò Ziggy. «Lasciarci così, anche se è dalla nostra parte...»
«No, credo semplicemente che noi non possiamo capire.» Bill ci guardò con espressione allarmata per un istante. Probabilmente si aspettava che lo accusassimo di averci dato degli stupidi. Visto che non ci fu nessuna reazione, proseguì: «La sua vita è stata messa sottosopra. È stato un vampiro per oltre vent'anni e improvvisamente è un lupo. Pensate a come ci si sente a essere trasformati in vampiri. È come se lui l'avesse fatto un'altra volta, tutta la sua vita è cambiata. E cambierà ancora quando la sua donna metterà al mondo la bambina, giusto?».
Non avevo considerato le cose in quel modo. In realtà non le avevo considerate affatto, se non per ciò che riguardava me. «Hai ragione. E probabilmente è meglio così. Max è sicuro che, quando sarà sotto l'influenza della luna piena, non sarà in grado di ricordare chi siamo e di trattenersi dall'ucciderci.»
«In questo caso è meglio che rimanga con i suoi simili» convenne Ziggy.
Si udì un rumore metallico e Nathan imprecò. «Ce l'ho fatta!»
Nascondendo una risata con un colpo di tosse, Ziggy commentò: «Fantastico. Carrie, puoi prendere quello che ti serve e poi ce ne andremo».
«Non subito» intervenne Nathan con espressione grave. «Carrie, perché tu e Bill non cominciate ad ammucchiare i golem nel furgone? Avete poi scoperto com'è una tecnica a incastro?»
«Spiritoso.» Ma avevo capito che cosa voleva. Voleva dire addio Ziggy. Mi avviai verso la porta. «Andiamo, Bill. Abbiamo un po' di Henry da sistemare.»
I golem erano al piano di sotto, proprio come li avevo lasciati. Bill rimase accanto al furgone e lasciò che io andassi a impartire gli ordini. Sollevai il telo e mi allontanai di qualche passo. «Ascoltatemi tutti. Mettetevi in fila per uno e camminate verso la porta. Il primo di voi salirà le scale e andrà dritto verso il furgone parcheggiato accanto al marciapiede. Fate tutto quello che vi dirà Bill. A un suo ordine, il successivo salirà le scale. Non muovetevi finché non vi chiama lui.»
Rimasi a guardare mentre si mettevano in fila uno dopo l'altro, pregando che nessuno notasse quel gruppo di umanoidi identici che uscivano dal negozio. Ci volle poco più di un'ora prima che fossero stipati all'interno del furgone e per tutto quel tempo mi chiesi che cosa stesse succedendo di sopra.
Tecnicamente non avevo bisogno di chiedermelo; lo sapevo già.
Nathan stava vivendo quelli che sarebbero potuti essere gli ultimi momenti con il figlio che aveva già perso una volta. Potevo immaginarmelo mentre cercava di mostrarsi coraggioso e rassicurante e falliva miseramente. Se gli occhi sono le finestre dell'anima, quelli di Nathan erano vetrate che andavano dal pavimento al soffitto. Era fin troppo facile leggere dentro, tanto che a volte mi sentivo perfino in colpa quando aveva un segreto che voleva nascondermi.
Ziggy scese ad aiutarci proprio mentre Bill caricava l'ultimo Henry. Aveva gli occhi gonfi e arrossati, ma liquidò qualsiasi tentativo di indagine da parte del suo compagno.
«Non è niente» mormorò, stringendolo in un rapido abbraccio.
«Apprezzo il tuo interessamento, ma va tutto bene.»
Bill accettò la spiegazione, seppur riluttante, e io provai una forte solidarietà nei suoi confronti. Sapevo che cosa significa amare qualcuno che tiene dei segreti per sé anche quando gli fanno solo del male. Avrei voluto dirgli che le cose sarebbero migliorate, purtroppo non era il momento.
«Carrie, credo che Nate desideri vederti prima che partiamo.»
L'espressione di Ziggy era sorprendentemente matura. A volte mi lasciavo ancora ingannare dalla sua aria da ragazzino.
Trovai Nathan in camera da letto. Sedeva sul bordo del materasso e teneva in mano il cofanetto che conteneva il mio cuore. Era aperto ma non potevo vedere oltre lo strato protettivo di plastica. Trattenni un sorriso alla vista di quella soluzione poco tecnologica al misterioso problema di salvarmi la vita.
Non mi guardò mentre sedevo accanto a lui; solo allora notai il paletto di legno sulla coperta. Mi sentii percorrere da un brivido e cercai di non fissare lo sguardo sull'oggetto della mia imminente distruzione. Avevo l'impressione che qualcuno stesse camminando sulla mia tomba.
«Siamo pronti ad andare» dissi con calma, augurandomi che le ultime parole che gli rivolgevo non incontrassero una risposta catatonica. «Nathan, io...»
Si voltò e mi prese tra le braccia, coprendomi la bocca con la sua. Il bacio fu quasi doloroso nella sua disperazione. Le sue braccia mi tenevano troppo stretta. Quando mi lasciò andare, stava tremando.
«Non posso lasciarti andare. Non posso farlo.»
Chiusi gli occhi e sentii una lacrima gelida scivolarmi lungo la guancia, simile a quelle che rigavano il volto del mio Sire. Non gli dissi che poteva farlo, che tutto sarebbe andato a finire bene. Dissi soltanto: «Devi».
Lui annuì e lasciò uscire un singhiozzo, il viso stravolto dal dolore.
Lo strinsi tra le braccia e mi abbandonai a un pianto liberatorio. Il suo corpo era così solido e rassicurante, così familiare. E dire che tra poche ore, forse meno, non sarei più stata in grado di sentire quel contatto. Non potevo nemmeno confortarmi con il pensiero che sarei tornata indietro dalla morte; non avevo dubbi che Nathan avrebbe provato, ma non c'era garanzia che l'incantesimo avrebbe funzionato.
E non mi illudevo di poter portare con me i ricordi nell'aldilà. C'ero già stata. Avevo visto che cosa significava essere morti, almeno per un vampiro.
Il mattino dopo non avrei ricordato chi era Nathan. Non avrei ricordato nemmeno chi ero io.
Staccarmi da lui mi costò una forza maggiore di quella che credevo di avere. Tutto il mio essere gridava che dovevo restare stretta a lui, dargli un ultimo bacio, digli ancora una volta che l'amavo. Ma sapevo che, anche se l'avessi fatto, dopo ci sarebbe stato un altro ultimo bacio e poi un altro e un altro ancora, e che la cosa non avrebbe aiutato nessuno di noi. Lo sapeva anche lui e non cercò di fermarmi quando me ne andai.
«Stai bene?» mi chiese Bill quando uscii, cercando di nascondere il mio tumulto interiore.
«Sì, sto bene. Solo che è difficile andarsene senza sapere se farò ritorno.»
«Certo che tornerai.» Ziggy mi prese la mano nella sua e la strinse.
Mi colse di sorpresa; era raro che toccasse qualcuno. E a un tratto mi sentii una bugiarda.
«Andiamo» dissi, allontanandomi da tutti loro. «Facciamola finita.»
Sembrava che la casa del Divoratore d'anime avesse subito qualche abbellimento in occasione del rituale.
Secondo Ziggy, niente avrebbe potuto renderla accogliente ma, se non altro, le torce che illuminavano il vialetto la facevano sembrare un po' meno ostile.
«C'è della gente che cammina. Questo mi tranquillizza» disse Carrie, indossando la sua maschera raccapricciante. «Non darò troppo nell'occhio se non sono l'unica ad arrivare a piedi.»
«Ricordate il Capodanno dei vampiri? Cyrus aveva un servizio di parcheggio» osservò Ziggy. «Ho paura che qualcuno potrebbe riconoscere il furgone, se entriamo nella tenuta. E a quel punto il gioco sarebbe finito, ragazzi.»
«Non facciamoci prendere dal panico, d'accordo?» intervenne Bill.
Aveva quelle piccole rughe agli angoli degli occhi che Ziggy aveva visto spesso. Forse non lo conosceva da molto tempo, ma la sua aria da duro non lo ingannava più. Non poté fare a meno di ridere.
«Lo trovi divertente?» domandò Carrie, dopo essersi svestita, la voce soffocata dalla maschera.
Ziggy rise più forte. «Scusa. Scusa, sono solo... un po' nervoso.» Con la coda dell'occhio notò che Bill aveva il mento al petto, gli occhi chiusi e le spalle scosse da un riso che non riusciva a trattenere.
«Bene.» Carrie si coprì il capo con il cappuccio e scese dal furgone.
«Gli Henry faranno tutto quello che dirai. Bill, lo vado.»
«Aspetta!» Ziggy saltò fuori dopo di lei, ignorando il compagno che cercava di trattenerlo. Non c'erano automobili sulla strada sterrata, né si sentiva il rombo che ne annunciava una in arrivo, così ritenne di essere al sicuro. Carrie si era fermata, con la lunga veste color porpora drappeggiata sulle felci che crescevano all'altezza delle caviglie ai bordi della strada.
Che cosa poteva dirle? Non certo un altro addio; entrambi ne avevano già avuti abbastanza per quella sera. Così tacque, si limitò a stringerla in un rapido abbraccio. Quando si staccarono, non c'era più bisogno di confidare sentimenti e presagi di morte tra loro. E la vita poteva andare avanti.
Ziggy notò che i suoi occhi azzurro ghiaccio sembravano più grandi dietro la maschera d'oro. Jacob l'avrebbe riconosciuta sicuramente. Gli aveva ripetuto all'infinito tutti i modi orribili in cui avrebbe voluto ucciderla e ogni volta parlava dei suoi occhi spietati.
Quegli occhi erano diventati la sua ossessione e pregò che il suo Sire fosse troppo occupato con il rituale per riconoscerli.
«Quando i licantropi faranno irruzione, liberate gli Henry e tenetevi in disparte. Non gettatevi nella mischia a meno che non sia l'ultima risorsa. E alla fine della battaglia, fuggite a gambe levate.»
«E tu che cosa farai?» le gridò dietro.
Carrie non si voltò. La sua figura avvolta nella tunica sembrava un'ombra che scivolava sulla strada illuminata dalla luna. «Ognuno per sé. Non aspettatemi.»
«Ma...» Si interruppe. Non era il momento di discutere.
Nel furgone, Bill aveva perso la voglia di ridere. «Che cosa ne pensi?»
«Non lo so». Scosse il capo. «Ha detto di mandare avanti per primi gli Henry. Se dobbiamo essere la squadra di riserva, che sia.»
Bill guardò fuori dal finestrino, come se fosse in grado di vedere meglio al buio più a lungo lo fissava. «Mi sembra ragionevole.»
Rimasero seduti in silenzio per qualche minuto, finché Ziggy non sentì una fastidiosa sensazione insinuarsi nella mente. «Carrie ha detto che dobbiamo andarcene senza di lei. Ha detto: "Ognuno per sé".»
«Ne abbiamo già parlato.»
«Lo so, è soltanto che...» C'era qualcosa di molto strano, come quando in un film si scopre che il miglior amico dell'eroe è un traditore. «Mi è sembrato strano il modo in cui l'ha detto. E Nate... ah, probabilmente non è niente.»
Si udì un ululato in lontananza e Ziggy si accorse di non essere stato l'unico a trasalire.
«Credi che sia uno di loro?» chiese Bill, facendosi improvvisamente pallido in viso.
Non era un vampiro da abbastanza tempo da aver assunto un pallore costante, si rese conto Ziggy. Gli mise una mano sul ginocchio in un gesto rassicurante. «Funzionerà. Ricorda: ho un buon presagio.»
Subito dopo innalzò una silenziosa preghiera che le sue ultime parole non si rivelassero una menzogna.
Avanzai lungo il sentiero sforzandomi di tenere la testa più alta che potevo. Cerca di proiettare un'aura di chi è sicuro di essere atteso, mi ammonii.
Guardai la casa, che sembrava stranamente storta all'orizzonte. Il tetto cadente sembrava ancora più malandato. Se fossi stata nei panni del Divoratore d'anime, avrei pregato che l'intero edificio non crollasse addosso agli invitati.
Un'auto nera mi superò lungo la strada e un volto coperto da una maschera d'oro sbirciò dal finestrino posteriore, leggermente oscurato.
Lottando contro la tentazione di distogliere lo sguardo, rivolsi un cenno alla figura all'interno del veicolo, che ricambiò.
Altri due invitati camminavano, trascinando l'orlo delle tuniche sulla strada impolverata. Misurai attentamente il passo per non raggiungerli. Non ero sicura se fosse il caso di dire qualcosa o se avrebbe funzionato ancora un cenno muto. Meglio stare da sola, dato che non sapevo esattamente quali fossero le caratteristiche dell'evento.
Un incontro mistico? Una festa? Un'orgia? A giudicare dai costumi, che sembravano presi dal set di Eyes Wide Shut, l'ultima risposta era quella più probabile. Mi auguravo con tutto il cuore di sbagliarmi.
Quando fui più vicina alla casa, vidi la folla riunita attraverso le finestre. Sembrava che non ci fossero luci elettriche accese. Nel cortile di fronte al portico, due giganteschi falò rischiaravano la notte e all'interno c'erano più candele che in una cattedrale gotica.
Seguii le due figure davanti a me su per le scale, chiedendomi come avrei potuto trovare Cyrus tra quella folla di persone vestite tutte allo stesso modo.
Una mano mi afferrò il polso. Il viso d'oro, privo di lineamenti, indicò quasi impercettibilmente verso il cortile. Lo seguii mentre scendeva gli scalini e girava l'angolo della casa, fino a un punto in cui ci trovammo nascosti da una macchia di cespugli rinsecchiti.
Cyrus si tolse la maschera, facendomi cenno di tenere la mia.
«Volevo solo farti sapere che sono qui. Stammi vicina.»
«Come hai fatto a sapere che ero io?» sussurrai. La voce mi uscì distorta in modo ridicolo a causa della maschera.
Serrò la mascella e distolse lo sguardo. «Stammi vicina. Farò quello che posso per te. Prometti che farai altrettanto per me.»
Annuii.
«Qualunque sia il tuo piano, spero proprio che entrerà in funzione prima che mio padre mi uccida. In caso contrario, potresti... impedire che lo faccia.» Fece una smorfia di disgusto. «Non posso credere che questa sia la mia vita.»
Vale anche per me, pensai. Gli presi la mano nella mia e la strinsi, poi tornammo verso la casa. Lui rimise la maschera ed entrammo insieme.
L'ultima volta che ero stata lì, c'era un cadavere in decomposizione nella sala da pranzo e diverse ombre sinistre in agguato dietro gli angoli. Ora l'ambiente era illuminato e non c'erano cadaveri in vista, ma l'atmosfera era ugualmente inquietante. Il piano inferiore era stato brutalmente sventrato. Sembrava che qualcuno si fosse accanito con una mazza contro tutte le pareti e avesse risparmiato il resto. Perfino della scala erano rimasti solo due scalini, appesi al pianerottolo del primo piano come due arti strappati. Sopra di noi, fili elettrici che probabilmente non portavano elettricità da almeno vent'anni tendevano dall'intonaco scrostato di quelle che erano state le stanze.
Sul pavimento era stato tracciato un grande cerchio. Le figure avvolte nelle tuniche stavano ben attente a restare al di fuori del perimetro e mormoravano tra loro in piccoli gruppi.
Soltanto una persona era all'interno del cerchio. Era un uomo alto e magro, che indossava una tunica color porpora identica a quella degli altri, ma nessuna maschera oscurava il suo viso dal profilo aquilino.
Un paio di baffi sottili, neri e unti come i capelli impomatati, tremolavano sopra le labbra sottili che si muovevano in un borbottio silenzioso. Era davanti a un altare rivestito da un drappo nero e sollevava degli oggetti, spostandoli da una parte all'altra.
Dietro l'altare, un grande seggio di legno intagliato, simile a un trono, era posizionato sotto una lampada a olio con un'unica fiamma, appesa al soffitto.
«Quello è il negromante» mormorò Cyrus, indicando l'uomo.
«Sarà lui a compiere il rituale?» domandai, ricordando troppo tardi che sarebbe stato meglio contraffare la mia voce.
Il negromante sollevò una spada e la lama luccicò in modo sinistro nella luce dorata della stanza.
«Sì» rispose in maniera meccanica Cyrus. «E quella è la lama che mi spaccherà il cuore e decreterà la mia morte.»
Volevo rassicurarlo che avrei fatto tutto il possibile per tenerlo al sicuro, ma era troppo rischioso che qualcuno potesse sentire. Ostentai un tono indifferente. «Sembra un po' esagerata.»
La porta alle nostre spalle si chiuse con un tonfo mentre il rintocco inquietante di una vecchia pendola batteva la mezzanotte da qualche parte nella stanza.
Cyrus cercò la mia mano, nascosta tra le pieghe voluminose della manica, e me la strinse con forza. La porta sul retro, che un tempo si apriva sul corridoio e ora dava accesso direttamente all'antro cavernoso, si aprì stridendo sui cardini per far entrare Jacob Seymour.
Il Divoratore d'anime.
Il respiro mi si bloccò in gola, poi cercò di uscire in una risatina nervosa che lottai duramente per reprimere. Era la prima volta, per quanto potevo ricordare, che indossava abiti moderni. Ultramoderni, in realtà. Un completo monopetto nero, dalla linea elegante, e scarpe nere perfettamente lucidate. I lunghi capelli quasi bianchi gli scendevano dritti sulle spalle e una corona d'alloro dorato gli cingeva il capo.
Non so che cosa fosse più ridicolo, se il fatto che avesse abbandonato i suoi abiti medioevali proprio la notte in cui sarebbero stati più appropriati, o la corona d'alloro, comunque mi morsi il labbro per trattenermi dal ridere.
La sua apparizione provocò un brivido di eccitazione tra la folla, che lo applaudì freneticamente. Lui fece un rigido inchino prima di sedere sul grande trono dietro l'altare. La sua espressione era grave, ma io vidi l'angolo della bocca fremere in un sorriso scaltro.
«Mio Dio. Ha intenzione di uccidere queste persone» mormorai, mentre l'unico cuore che mi era rimasto accelerava i battiti dal terrore.
Compresa te, scoppiò a ridere deliziata Dahlia nella mia mente.
Cyrus mi diede uno strattone alla mano e si portò un dito alla maschera d'oro, dove avrebbero dovuto esserci e labbra, per farmi segno di tacere.
Un lugubre ululato risuonò all'esterno, coprendo i rumori della celebrazione. Il Divoratore d'anime si alzò in piedi e per poco non rovesciò la lampada a olio. Rimasi momentaneamente delusa che non l'avesse fatto; la sua immolazione accidentale avrebbe risolto molti dei miei problemi, a quel punto. Il suo viso era una maschera tirata di collera.
Lo sapeva, intuii. Sapeva che una resistenza sarebbe stata inevitabile.
Un altro ululato mi fece rizzare i capelli sulla nuca. I licantropi erano arrivati.

Lo scontro finaleRead this story for FREE!