Ferite

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Trapiantare il cuore da vampiro di Ziggy al posto di quello umano di Bill fu in assoluto la cosa più stupida che avessi mai fatto.
Ma si rivelò anche l'operazione più brillante. Ancor prima che avessi completato il lavoro, seguendo una tecnica che avevo improvvisato con un po' di buon senso, una copia del Manuale di Anatomia di Gray e una dose di preghiere e supposizioni, il cambiamento cominciò ad avviarsi anche negli altri organi.
Rimasi a osservare, inorridita e nello stesso tempo affascinata, mentre il sangue di vampiro incominciava ad affluire al cuore, rimettendo a posto le connessioni che avevo fatto frettolosamente tra vene e ventricoli. A differenza di un cuore umano, quello da vampiro era ricoperto di morbidi aculei e batteva a un ritmo proprio. Una lunga vena color porpora si allungò dal lato sinistro e sparì alla vista, passando oltre altri organi. Immaginai che si collegasse allo stomaco, come illustrato dai disegni de I Sanguinari.
Trattenendo un brivido al ricordo di quell'orribile illustrazione, continuai a osservare la trasformazione: il cuore umano rigenerò la parte mancante e, per una frazione di secondo, smise di battere. Le vene che lo connettevano a qualsiasi sorgente di sangue si staccarono e, basandosi solo sulla sua memoria cellulare, il cuore riprese a battere pur non avendo sangue da pompare. Era solo un battito fantasma, l'unica cosa umana che restava nel petto di Bill.
Davanti ai miei occhi il pericardio tornò al suo posto. Anche lo sterno si richiuse ma non così la pelle che lo ricopriva. Il potere taumaturgico del sangue di Ziggy si era fermato a quel punto. Dovetti praticare una sutura.
«Quando si risveglierà?» chiese Ziggy, mentre prendevo il guida ago.
Mi strinsi nelle spalle. «Non lo so. Io ci ho messo due mesi a trasformarmi, perché non mi nutrivo. Il processo non sarà completato finché non si nutre per la prima volta. Probabilmente dovresti darmi un po' del tuo sangue perché possa fargli una trasfusione e accelerare il processo.»
«Dovresti aprire un ospedale per vampiri» disse Max in tono ostile.
Per tutto il tempo era rimasto a guardare mentre operavo, intervenendo con commenti inutili e borbottando fra sé che ero pazza.
«Non c'è nessuno che possa fermarti con argomenti razionali o buon senso.»
Un ospedale per vampiri. Era un'idea da prendere in considerazione, ma la accantonai per quando fossi stata meno stanca.
«Ora devo andare ad accudire Nathan.»
«E io devo lavare il furgone, così nessuno verrà a chiederci spiegazioni del sangue e dei capelli che incrostano il radiatore.» Max sbatté la porta dietro di sé e scese le scale.
Lo lasciai andare. Il mio cervello era già abbastanza sovraccarico senza che vi aggiungessi una ulteriore discussione.
Nathan era esattamente come l'avevo lasciato, sdraiato sulle coperte del letto parzialmente fatto. Il liquido rosato che gli colava dalle ferite aveva inzuppato il lenzuolo in cui era avvolto; dovevo toglierglielo perché potesse guarire.
A un tratto rimasi allibita, rendendomi conto che mi ero occupata prima di Bill. Immagino che fosse stato il mio istinto professionale a spingermi a dedicarmi al malato più grave, fidandomi che Nathan non sarebbe morto nel frattempo. Era qualcosa che avevo fatto automaticamente perché non sarei mai stata capace di prendere una decisione se ci avessi riflettuto.
Se ci avessi riflettuto, non avrei mai trapiantato un cuore da vampiro in un essere umano semitrasformato.
Mettendo da parte questi pensieri, soprattutto perché non volevo che li udisse Nathan, presi una grossa ciotola in cucina e la riempii d'acqua calda. Poi raccolsi tutti i panni puliti che riuscii a trovare.
Per qualche miracolo, i vampiri che avevano messo sottosopra l'appartamento non avevano svuotato l'armadio della biancheria.
Probabilmente perché non c'era niente di divertente da rompere, immaginai.
«Ehi» dissi, accarezzando delicatamente Nathan su una spalla.
Aprì gli occhi a metà e mi fece un mezzo sorriso, ma non disse nulla.
«Adesso devo ripulire per bene la ferita. Vuoi qualcosa contro il dolore?»
«No.» Sembrava che avesse la gola riarsa e mi rimproverai per non avergli portato qualcosa da bere. «No, tienilo da parte... per quando... ne avremo veramente bisogno.»
«Se non ne abbiamo bisogno adesso, non voglio immaginare in quali altri circostanze...» Lentamente, scostai il lenzuolo che lo copriva. «Ti farà male, se si è incollato.»
«Forse griderò.» Se non fosse stato così gravemente ferito ed esausto, sarebbe potuta sembrare una battuta, ma capii che non era così quando continuò: «Ho pensato che dovessi saperlo».
Dovetti sforzarmi di non piangere mentre guardavo quello che gli avevano fatto. «Non potrei biasimarti.»
«Mi dispiace tanto, Carrie.» A quel punto Nathan cominciò a piangere e, prima che potessi chiedermi che cosa intendesse, me lo mostrò nella mente.
Dahlia. Vidi la piccola stanza dove avevo trovato Nathan, lo vidi legato al letto ma non nello stesso modo in cui l'avevo trovato.
Giaceva sulla schiena, con la pelle bianca ancora intatta, tesa sui fasci muscolari. E c'era anche la strega, che bruciava qualcosa in un piatto metallico accanto al letto. Il fumo era denso e dolciastro.
Salì sul letto accanto e baciò Nathan, passandogli le mani sul petto.
Lui non oppose resistenza, anche se vidi un lampo di confusione nei suoi occhi annebbiati dalla droga.
Allontanai quell'immagine, ricacciando Dahlia nel retro della mia mente. «Non devi scusarti. Ti ha fatto un incantesimo. Non potevi combatterla.»
Mi guardò con un'espressione confusa che lentamente si tramutò in orrore. E tramite il legame di sangue lo vidi fare il collegamento tra quello che sapevo della strega e quello che le avevo fatto. Le sue labbra si muovevano, ma udii appena le parole che gli uscirono dalla bocca. Invece sentii attraverso il legame di sangue, chiaro come una sentenza di morte: Divoratrice d'anime.
Che me ne fossi resa conto o no, lo sapevo. Sapevo quello che stavo facendo quando avevo prosciugato il sangue di Dahlia. E sapevo perché avessi sentito la sua voce nella mia testa, così chiara che era come una parte di me che facevo fatica a ignorare. Ero una divoratrice d'anime, era inutile negarlo.
Così non lo feci, tuttavia mi rifiutai di parlarne.
Finii di rimuovere il lenzuolo ed esaminai le ferite. Sollevai i lembi di pelle, facendolo sussultare dal dolore, ma dovevo vedere se stava guarendo e a che punto era. La carne stava cercando di ripararsi, anche se c'erano troppi tessuti da ricostruire.
Immersi un panno nell'acqua e cominciai a pulire la ferita come meglio potevo. Volevo rimuovere almeno le fibre di tessuto e il sangue incrostato. Se non altro, quello non avrebbe peggiorato le sue condizioni.
«Perché l'hai fatto?» mi chiese. Per uno che era stato quasi scuoiato vivo, non era molto preoccupato per se stesso. Forse era un modo per ignorare il dolore che lo faceva tremare in tutto il corpo.
Non risposi subito, mi concentrai nel mio lavoro. Avvertendo il suo moto di impazienza, gli inviai tutte le risposte che avevo attraverso il legame di sangue. Non sapevo perché l'avevo fatto; non sapevo nemmeno che cosa stavo facendo. Ero solo un essere pieno di difetti, imprigionato in un corpo che possedeva troppo potere senza alcuna bussola che lo guidasse.
«L'hai fatto perché la odiavi» disse quando il torrente si arrestò.
«Puoi ingannare te stessa, non me. La odiavi talmente che volevi farle qualcosa che non avresti più potuto disfare.»
«Hai ragione.» Immersi il panno nell'acqua ormai rosata e lo strizzai. «La odiavo, ma non è stata una vendetta pianificata, d'accordo? Non mi sono tormentata per giorni cercando di formulare un piano e non sono andata lì con l'intenzione di... divorare la sua anima. Sono andata lì per riportarti indietro.»
Allungò il braccio, scarnificato solo sul lato anteriore, e mi sfiorò il viso. «Avresti dovuto lasciarmi li.»
Gli scostai la mano, senza preoccuparmi di fargli male.
«Bel ringraziamento. Bill ha rischiato di morire. Tutti noi abbiamo rischiato di morire. Non potresti mostrare almeno un po' di gratitudine?»
«E perché? Tanto morirò comunque.» Non era impazzito e non stava nemmeno discutendo. Stava solo constatando un dato di fatto.
«No, forse no.» Non riuscivo a pensare a un modo per guarirlo o per alleviare il suo dolore, non potevo nemmeno vivere senza di lui.
«Troverò il modo di farti guarire. Per ora lascia che ti bendi. E smettila di parlare di morte Ne ho passate troppe per riportarti indietro.»
Nonostante la sofferenza, rise. «Non ti sembra di essere un po' egoista?»
«Il mio egoismo è quello che ti salverà» gli ricordai.
Poi mi rimisi al lavoro in silenzio perché non c'era nient'altro da dire e parlare non avrebbe fatto altro che stancarlo.
Quando ebbi terminato, andai in cucina e presi la pellicola per alimenti. Avevo bisogno di qualcosa per coprire la ferita, che non attaccasse e mi permettesse di cambiare la medicazione. Portai il rotolo in camera da letto e passando dal soggiorno, lanciai un'occhiata a Ziggy, che sedeva accanto alla sagoma addormentata di Bill.
Tagliai la pellicola in pezzi grandi abbastanza da arrivare da un lato all'altro del petto di Nathan e li fissai con il nastro adesivo, continuando così fino ai fianchi. Da lì in poi non sapevo bene come procedere. La gambe erano state scarnificate fino al ginocchio. Le avvolsi nella pellicola e quindi mi dedicai alle altre parti ancora esposte.
Qualsiasi fosse la ragione, Dahlia non aveva fatto niente ai suoi genitali. Ci ha provato, mi comunicò Nathan attraverso il legame di sangue. Ci ha provato, ma non ha avuto il fegato di andare fino in fondo.
Non volevo sapere. «Sto pensando a cosa fare per i fianchi...» Il bianco dell'osso spuntava nel punto in cui Dahlia aveva inciso troppo a fondo, strappando il muscoli. «Proverò a metterti un paio di slip.
Forse si incolleranno, in ogni caso non potrai muoverti molto.»
«Non ho intenzione di correre la maratona» borbottò, socchiudendo gli occhi per la stanchezza. «Fai quello che devi.»
Andai a uno dei cassetti che erano stati rovesciati quando l'appartamento era stato messo sottosopra e trovai un paio di mutande pulite. La fascia in vita avrebbe esercitato troppa pressione sulle aree prive di pelle, così usai le forbici per tagliarla via. Feci lo stesso con l'elastico attorno alle gambe e tagliai uno dei lati per infilargliele più facilmente. Dopo che ebbi fatto ruotare Nathan per mettere a posto l'indumento, un po' come si ruota un malato per cambiargli le lenzuola, fissai il lato aperto degli slip con il nastro adesivo. Il risultato era una versione in cotone bianco del perizoma di Tarzan.
«Sei troppo buona con me» disse Nathan, stringendomi un polso mentre sistemavo il tessuto in modo che non tirasse sulla ferita.
Le sue parole non mi ricompensarono del fatto che avrebbe preferito essere lasciato a morire, tuttavia attenuarono leggermente l'impatto.
Gli scaldai un po' di sangue - dovevamo razionare le scorte e trovare il modo di procurarcene dell'altro al tramonto - e gli feci ingoiare qualche pillola contro il dolore, ma lui rifiutò qualsiasi altra cosa.
«Resta con me finché non mi addormento» mi pregò e io lo feci.
Salii sul letto accanto a lui e cercai un posto dove posare la mano senza fargli male. Alla fine intrecciai le dita alle sue e lui me le strinse prima di cadere un'altra volta nell'incoscienza.
«Che cosa diavolo è successo?»
Ziggy rialzò il capo e cercò di liberare la mente da sonno. La luce del soggiorno era rosata e dava alla stanza un'aria stranamente familiare. L'aveva vista centinaia di volte in quel modo.
Ma non l'aveva mai vista così sottosopra, con tanti strumenti insanguinati, e non si era mai svegliato con quel canale aperto nella testa. Salve, salutò mentalmente.
Bill gli rispose ad alta voce. «Ehi... che cos'è successo?»
«Mmh...» Come si fa a dire a qualcuno che è diventato... un vampiro?
«L'hai appena fatto, genio.» Bill cercò di mettersi a sedere con un gemito e Ziggy lo aiutò.
«Il petto ti farà male per un po', immagino. Carrie ha dovuto...» Non voleva entrare nei particolari. Ripensandoci, era stata una follia anche solo provarci. «Se non altro ha estratto il pugnale.»
«Era quello, allora? Non riesco a ricordare. Tutto quello che so è che qualcosa mi ha colpito. Se dici che era un coltello, avrebbe dovuto fare più male. Ho sempre immaginato che me ne sarei accorto, se fossi stato pugnalato!»
Si strinse nelle spalle, fece una smorfia e ruotò una spalla per alleviare il dolore. «Così, dalla voce che ho sentito nella mia testa mentre stavi pensando, immagino di essere diventato un vampiro...»
Ziggy annuì.
«Figlio di puttana.» L'espressione era a metà fra il divertimento e la furia omicida. «Questo spiega perché ho tanta sete!»
«Ti porterò del sangue.» Si alzò ma si bloccò sentendo la sua mano sul braccio.
«No, dell'acqua. Non credo di essere ancora pronto.» Quando finì di parlare, allentò la stretta e lo lasciò andare come se fosse qualcosa di sporco.
Grandioso. Andò in cucina, riempì un bicchiere d'acqua e glielo portò in silenzio.
Mentre lo osservava berlo tutto d'un fiato, dovette trattenersi per non dirgli che non gli avrebbe fatto bene. Poteva bere anche l'oceano, ma niente lo avrebbe rimesso in salute tranne il sangue. Sperava di non dover arrivare al punto di confessargli che era questione di vita o di morte.
«Così adesso ho un legame di sangue con te, giusto?» Bill si asciugò le labbra e mise da parte il bicchiere. «Non è così che lo chiamate?»
«Sì.» C'era una punta di durezza nella voce di Ziggy, in risposta al gelo delle parole dell'amico. «Noi vampiri lo chiamiamo così.»
«Okay, smettiamola!» sbottò Bill, facendo vibrare l'aria di collera trattenuta. Si schiarì la gola e distolse lo guardo, cercando visibilmente di calmarsi. «Perché l'hai fatto?»
«Non mi sembrava giusto lasciarti morire.» Non c'era altra spiegazione. Nessuna scusa. Nessuna dichiarazione d'amore. A volte, i momenti più sdolcinati dei film sono quelli che vorresti nella vita reale.
Bill sbuffò e si guardò intorno nella stanza, come se qualcosa dovesse essere diverso ora che era stato trasformato. «Non ti sembrava giusto lasciarmi morire, ma ti è sembrato giusto trasformarmi in vampiro senza sapere se era quello che volevo?»
Dannazione. Messa in quel modo, sembrava una carognata. «Se non altro sei vivo. Non è che portassi una fascetta al polso con su scritto: Non trasformatemi in vampiro.»
«Hai ragione! Questo è il tipo di cose che sai di una persona quando la conosci molto bene!» Si batté i pugni sul petto e fece una smorfia, poi abbassò lentamente le mani e fissò Ziggy, come se potesse trasmettergli tutto proprio dolore.
Lui si alzò lentamente, cercando di imitare Nate durante una discussione sull'ora di rientrare a casa. «Senti posso capire che tu sia sconvolto. Purtroppo mi sono trovato in una situazione in cui potevo solo lasciarti morire, il che sarebbe stato irreversibile, oppure cercare di salvarti.»
«Irreversibile? Perché, essere un vampiro non è irreversibile?» Bill diede un calcio al tavolino rovesciato, un angolo si scheggiò e una gamba volò sul pavimento ricoperto di sporcizia.
«No, non lo è.» Ziggy si chinò a raccoglierla. «Fammi sapere quando sei pronto.»
Rimasero a guardarsi, entrambi congelati. Una vena pulsava sul collo di Bill, ma era l'unico segno che avesse paura.
Quello, e le emozioni che infuriavano attraverso il legame di sangue. Ziggy aveva pensato che fosse un legame molto potente vissuto dalla parte della discendenza ma non era niente in confronto a quello che provava come Sire. Tuttavia si mantenne impassibile e riuscì perfino a inarcare un sopracciglio mentre faceva passare da una mano all'altra la gamba di legno.
Non aveva idea di quello che avrebbe fatto se Bill non avesse ceduto. Se avesse detto: «Avanti, impalami», non sarebbe stato capace di farlo. Avrebbe ucciso anche se stesso, in tutti i sensi. E poi? Bill sarebbe rimasto comunque in collera con lui e Ziggy avrebbe perso ogni rispetto per se stesso e non avrebbe più avuto un posto dove andare.
Magnifico: adorava le situazioni di stallo, in cui tutti finivano per essere infelici.
Bill serrò le labbra in una linea sottile e respirò a fondo prima di lasciar cadere le spalle, sconfitto. «Non voglio morire.»
«Allora è un bene che ti abbia salvato la vita.» Ziggy gettò da parte la gamba del tavolo e andò in cucina, dove prese l'ultima sacca di sangue dal frigorifero. Eseguì tutte le operazioni come un automa.
Versarlo nel bollitore, mettere il coperchio, accendere il fuoco, trovare una tazza: il tutto ascoltando i movimenti di Bill nel soggiorno.
Non era facile, con tutte quelle emozioni aggrovigliate che gli arrivavano attraverso il legame di sangue.
La collera era la più pesante, ma c'era anche la paura in differenti sfumature. Paura per quello che sarebbe potuto succedere adesso che era diventato uno di loro. Paura di non riuscire a bere sangue umano per sopravvivere. Paura di essere respinto.
Ziggy provò a esaminare l'ultima. Quello che Bill temeva era che la relazione che sperava di avere con lui fosse troppo impegnativa e che uno dei due si sarebbe fatto prendere dal panico, rovinando tutto nel peggior modo possibile. Avrebbe preferito mantenere il rapporto più leggero per un po', per innamorarsi gradualmente e costruire un legame che significasse qualcosa. Ma ora quella possibilità non esisteva più perché tra loro c'era un legame artificiale che non desiderava.
Chiuse gli occhi e si strinse la radice del naso, cercando di riflettere senza essere sentito. Ma sapeva che non sarebbe riuscito a nascondere niente per molto tempo. Aveva parecchia esperienza a tagliare fuori il suo Sire, ma non la sua discendenza. Quello si sarebbe rivelato praticamente impossibile; solo immaginare di chiudere propri pensieri a Bill lo faceva star male.
«Ascolta» disse, senza curarsi di andare in soggiorno Sapeva che lo avrebbe ascoltato ugualmente. «Per quanto mi riguarda, tutta questa faccenda del legame Sire-discendenza non significa niente. È successo, semplicemente. Ma non mi aspetto niente da te; possiamo andare avanti come prima. In realtà sarebbe meglio, perché mi spaventa a morte l'idea di essere legato a te per sempre.
Respirò a fondo. «Sapere che, anche se le cose non funzionassero tra noi, tu avresti sempre il mio cuore.»
I passi di Bill si avvicinarono alla soglia e nello stesso tempo un'onda di diffidenza si trasmise attraverso il legame di sangue. «Vedi, è proprio questo il problema. Tu dici una cosa simile e io cosa posso fare? E se affermassi che non provo la stessa cosa? Ti sentiresti ferito e io dovrei cercare di rimediare, visto che sei tu che mi hai reso un vampiro.»
«Non mi sentirei ferito. Non stavo parlando del cuore in senso romantico, ma in senso fisico.» Abbassò lo sguardo per non vedere la sua espressione inorridita. «Il tuo era rovinato, così Carrie l'ha dovuto sostituire con il mio.»
«Tu mi hai dato...»
Si allontanò barcollando e Ziggy lo seguì a pochi passi di distanza.
Quando vide che si lasciava cadere sul divano, rimase in piedi.
Quello che voleva fare veramente era sedersi accanto a lui, posargli il capo sulla spalla e baciarlo. Fare qualcosa che lo facesse sentire come solo poche ore prima, quando giacevano su una pila di coperte nel magazzino, senza parlare, accontentandosi di toccarsi e di godere di tutto quello che era nuovo per loro. Faceva male pensare che fosse finito; gli provocava un dolore al petto, nel punto in cui avrebbe dovuto esserci il suo cuore.
Bill alzò lo sguardo con gli occhi cerchiati di rosso. «Io non posso credere che tu abbia fatto una cosa simile.»
«Be', non l'ho fatto io. È stata Carrie.» Si pentì subito del suo tono difensivo e arrogante. «Voglio dire... non potevo lasciarti morire.»
«Ma il tuo cuore... se dovesse succedermi qualcosa, moriresti anche tu?» Aveva parlato come se fosse impensabile che qualcuno potesse fare una cosa simile per lui.
Sedendo sul divano, Ziggy gli sfiorò timidamente il viso. «Non volevo tenderti una trappola. Ma eri lì, praticamente morto... Forse è stato egoista da parte mia, in ogni caso non potevo lasciarti andare senza sapere se...» Si fermò prima di fare qualcosa di veramente stupido come mettersi a piangere. Dovette fare uno sforzo per far uscire le parole che gli si erano incastrate in gola. «... se eri davvero la cosa più bella che mi fosse mai capitata.»
A quel punto Bill lo prese tra le braccia e Ziggy udì il proprio cuore battere nel suo petto. Quando le loro labbra si sfiorarono, la sensazione non fu la stessa del giorno prima. Era come se avessero perso molte delle cose divertenti che fanno parte di una storia d'amore appena iniziata. Forse, con il tempo, avrebbero potuto recuperarle.
E di tempo ne avevano in abbondanza.
Il sole si stava appena levando quando Max fece ritorno all'appartamento. Il refrigeratore che aveva con sé era pieno; qualcuno doveva pur provvedere alle necessità pratiche quando tutti gli altri sembravano giocare agli scienziati pazzi.
Ancora non se la sentiva di salire di sopra però, aveva bisogno di qualche momento tutto per sé.
E aveva bisogno di Bella. La nostalgia era quasi soffocante mentre scendeva le scale che conducevano al negozio. Maledizione, aveva bisogno di lei. Non solo in senso fisico; aveva bisogno di parlarle più a lungo dei pochi minuti rubati al cellulare.
Dietro il banco, individuò la botola che conduceva al rifugio sotterraneo e chinò il capo per scendere i pochi scalini. Il posto non era male per un lupo mannaro. Un vampiro avrebbe dato fuori di testa in un paio di giorni ne era sicuro, ma lo spazio angusto soddisfaceva il suo bisogno primario di tana.
C'era perfino un piccolo lavandino, alimentato da tubo. Non era esattamente un bagno, ma finora Max non aveva fatto niente per ripulirsi dopo la battaglia. Lo riempì, si sfilò la T-shirt e la immerse nell'acqua, cercando di togliere il grosso dello sporco dal tessuto prima di lavarsi. Quando si sentì un po' più pulito, risciacquò i vestiti e lasciò ad asciugare sul bordo. Si sarebbe occupato di gettare l'acqua sporca dopo aver riposato un po'.
Quando si sdraiò, si aspettò di sprofondare subito nel sonno. Ma il sacco a pelo su cui era disteso non aveva un buon odore e la sua mente non riusciva a calmarsi. Pensò di telefonare a Bella, poi ricordò di aver lasciato cellulare nell'appartamento e non si sentiva pronto ad affrontare l'inevitabile dramma che avrebbe incontrato di sopra.
Incominciava a domandarsi se ci sarebbe mai stato un momento nella sua vita in cui avrebbe potuto frequentare quelle persone senza farsi coinvolgere in qualche terribile crisi.
Erano cambiate così tante cose dall'ultima volta in cui era stato lì!
Era come se, adesso che aveva finalmente Bella tutta per sé, odiasse quello che lo teneva lontano da lei. E non era per niente salutare.
Non lo era nemmeno dover combattere continuamente per restare vivo. Doveva esserci una soluzione intermedia.
Proprio sopra la sua testa, uno squillo gli ricordò, con la stessa gioia di un drogato che trovi una dose dimenticata, che il negozio di Nathan aveva un apparecchio telefonico.
Si avvolse nel sacco a pelo e risalì dalla botola, quindi attese che il telefono smettesse di suonare prima di staccare il ricevitore.
L'interminabile processo di connettersi a un operatore internazionale, trovare la linea libera, far arrivare la chiamata alla stanza di Bella e trovarla miracolosamente sveglia e sola fu un po' più sopportabile, visto che non dovette ripetere l'operazione tre o quattro volte a causa della cattiva ricezione del suo cellulare.
Quando la voce di Bella arrivò all'altro capo della linea, roca e seducente, per poco non svenne dal sollievo.
La aggiornò rapidamente sugli ultimi avvenimenti e lei accolse le notizie senza battere ciglio, come era nella sua natura. Poi, senza esitazione, dichiarò: «Mio padre ti ha trovato un sostituto».
«Come, scusa?» Meglio per lei che avesse capito male, altrimenti avrebbe preso un volo per l'Italia così rapidamente che Julian non avrebbe potuto fermarlo.
Lei rise, come se tutta la faccenda fosse divertente.
Non sei arrabbiato con me, vero? Non gli ho nemmeno rivolto la parola. Ma, secondo mio padre, questo tizio è più che disposto ad accettare come sua la mia figlia illegittima. Credo che sia un cugino di secondo grado, così, se avessimo degli altri figli, sarebbero membri della famiglia a tutti gli effetti.»
«È disgustoso.» Max non poté fare a meno di ridere Bella non l'avrebbe mai tradito con un cugino di campagna pieno di pulci. Tuttavia gli ribolliva il sangue all'idea che il suo futuro suocero fosse così sicuro della sua morte imminente. «Digli di non contarci, perché tornerò di sicuro.»
«Gli dirò che sei in perfetta forma, sia di mente che di corpo» ridacchiò.
Max fece un sospiro. «Be', non proprio. Non so bene se sia colpa della mente o del corpo, forse di entrambi ma sto diventando pazzo senza di te.»
«Ti capisco. Anche tu mi manchi. Non voglio che pensi che non apprezzi tutto il tempo che ho passato con te, però quello che mi manca di più in questo momento è...»
«Credimi, lo so.» Non poteva sentirglielo dire o sarebbe esploso. Si sentiva già eccitato alla sola idea di fare sesso con lei. «Non pensiamoci per il momento.»
Passarono diversi secondi prima che lei rispondesse Poi, molto chiaramente, emise uno di quei gemiti di gola che faceva sempre quando... Oh, Gesù, non era possibile...
«Bella, non è divertente.» Prese il sacco a pelo nel pugno e lo strinse forte. «Non è affatto divertente.»
«Non sei solo?» sussurrò all'apparecchio, terminando con un sospiro.
«Sono solo, ma non sono nel posto adatto.» Se avesse potuto metterle le mani addosso in quel momento, non sapeva se avrebbe fatto sesso con lei o se l'avrebbe uccisa. «Sono nel negozio.»
«Perché non dovrebbe essere un posto adatto?» Emise un altro gemito, poi fece le fusa. «Oh, mi sto toccando. Max.»
«Già, l'avevo immaginato.» Cercò di non pensare a quello che avrebbe voluto farle. Guardò la porta rotta e la tenue luce del sole all'esterno. Poteva scendere qualcuno a quell'ora? Di tanto in tanto si udiva un'auto che passava per la strada, per il resto niente.
Oh, andiamo! Come puoi prendere in considerazione una cosa simile? Sesso al telefono? Per l'amor del cielo! Se hai bisogno di un motivo per non farlo, pensa a quanto sia scontato e fuori moda.
Bella gemette ancora e lui si portò la mano alla base del membro in erezione. «Sono qui con te, baby» disse con voce roca e ottenne una risata di gola dall'altro capo della linea.
«Ti piace?» chiese lei in tono innocente.
Oh, sì. Max mosse le dita, immaginando i muscoli di lei che si contraevano e si distendevano ad accoglierlo. «Non è bello come con te.»
«Vorrei che fossi qui» mormorò, facendo eco ai suoi pensieri. «Su di me. Dentro di me.»
«Baby, se fossi dentro di te in questo momento, non resisterei due secondi.» Già così si sentiva sul punto di esplodere.
«Nemmeno io» ansimò. «Oh, Max... io... io...» Le parole si spensero in un lamento acuto e lui mosse più velocemente la mano, facendo quasi cadere il microfono mentre veniva.
«Max?» chiese pochi secondi dopo Bella con voce arrochita. «Sei ancora lì?»
«In un certo senso.»
«Sono molto stanca» mormorò in tono di scusa. «Ma, prima che riappenda, voglio dirti che tu e io non siamo i soli a pensare che mio padre stia prendendo le decisioni sbagliate. Non posso dirti di più per il momento, però sento che presto sarò in grado di aiutarti.»
«Che cosa intendi? Non farai niente di stupido o di pericoloso, vero?» Era più un avvertimento che una domanda, in ogni caso lei lo ignorò. «Non posso dirti altro per ora. Ti prego, fidati di me. Ti amo.»
«Anch'io ti amo» replicò, ma lei aveva già riappeso.

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