Carne viva

8 1 0

La nuova residenza del Divoratore d'anime era molto al di sotto della tenuta precedente. Quella era un elegante edificio in mattoni con colonne di marmo, un prato ben tenuto e una schiera di accoliti. La costruzione che vedevo attraverso il binocolo aveva la vernice scrostata e le grondaie cascanti ed ero abbastanza sicura che l'erba non era stata falciata quanto sradicata da pneumatici d'auto e stivali.
«Il Divoratore d'anime vive qui?» sussurrai dal retro del furgone.
Non so perché parlassi a bassa voce. Avevamo parcheggiato a distanza di sicurezza, in un punto della strada da cui Ziggy ci aveva assicurato che potevamo osservare la proprietà senza essere notati.
Lui emise un verso, rigido sul sedile anteriore da cui aveva sfrattato Henry. «Già. Aveva bisogno di un posto dove nessuno avrebbe pensato di cercarlo mentre guariva.»
L'ultima volta che lo avevo visto aveva appena ucciso Cyrus. Ma aveva anche commesso l'errore di sostituire il proprio cuore con quello dell'Oracolo. Non era morto a causa del paletto nel petto, ma il cuore dell'Oracolo, bruciando dentro di lui, aveva provocato diversi danni. E Jacob Seymour aveva già distrutto la sua capacità di funzionare come un vampiro normale dopo aver cannibalizzato per anni altri vampiri. Non c'era da stupirsi che dovesse ancora guarire. A meno che...
«Come sta? Voglio dire, si è ripreso dopo quello che gli abbiamo fatto?» Speravo di sentir affermare che era ancora indebolito dall'attacco e che non avrei fatto fatica a occuparmi di lui, ponendo fine così al nostro problema.
Ma non mi feci illusioni quando vidi Ziggy stringersi nelle spalle. «È molto pericoloso, adesso. Si è nutrito delle sue creature. L'ultima è stata una donna del Nevada che era venuta qui credendo che volesse solo parlarle. Non so come certa gente possa essere così stupida.»
Doveva essere March, la maitresse del bordello per vampiri che avevo conosciuto durante il viaggio che avevo fatto per andare a salvare Cyrus. Non ero particolarmente dispiaciuta per lei. C'erano persone che mi facilitavano la vita morendo.
«Quindi dobbiamo cercare di stare alla larga da lui?» chiese Bill.
Risposi io. «Sì. Credo che il nostro piano debba essere il più semplice possibile. Faremo irruzione; io mi introdurrò nella casa e cercherò Nathan. Non c'è un altro posto dove possono tenerlo, vero?»
Ziggy scosse la testa. «Non me ne viene in mente un altro.»
«Allora entrerò e lo troverò. Se dovessi incappare in Dahlia o nel Divoratore d'anime, cercherò di correre in ritirata.» Una scintilla di speranza mi si accese nel petto. «A meno che tu pensi che non siano qui.»
«No, ci sono.» Ziggy prese il binocolo, perlustrò velocemente la zona e me lo tese. «Guarda, gli umani sono in giro. Quando Jacob non è in casa, sono richiusi nel granaio per precauzione, nel caso uno di loro torni in sé e cerchi di fuggire. Se il Divoratore d'anime, Dahlia o io, quando vivevo qui, eravamo in casa e qualcuno cercava di fuggire, non facevamo altro...»
«Ho afferrato l'idea» lo interruppi per non sentire il resto. «Bene.
Così gli umani sono in giro, il Divoratore d'anime è in casa e noi andiamo a riprendere Nathan. Un momento vale l'altro.»
Ziggy e Bill scesero dal furgone, poi aprirono il portello posteriore per me e Max. Radunammo velocemente le armi.
Avevo scelto le mie in funzione della velocità. Un paletto in ogni tasca posteriore dei jeans, un paio di fiale di acqua santa in un portadocumenti che tenevo appeso al collo. L'avevo infilato in una busta di plastica, nel caso in cui una delle fiale si fosse rotta, e tenevo il tutto sotto la T-shirt. Avevo nascosto un pugnale in una gamba dei pantaloni. Non avevo una vera custodia per tenerlo a suo posto, così mi ero accontentata di fissarlo alla pelle con il nastro adesivo.
Speravo di non doverlo usare, non tanto perché era l'ultima risorsa, ma perché mi avrebbe fatto male strappare il nastro.
Ziggy e Bill portavano armi più pesanti. Il primo impugnava la pesante ascia di Nathan e portava la balestra legata alla schiena. Non potei fare a meno di ricordare la prima notte in cui l'avevo incontrato.
Muori, vampiro! aveva gridato, attaccandomi proprio con quell'ascia Sembrava che fossero passati degli anni. Era difficile credere che fosse solo questione di mesi.
Da parte sua, Bill aveva la pistola e un paio di coltelli che ero quasi sicura avesse preso dal cassetto della cucina. Entrambi avevano dei paletti in ogni tasca disponibile e altri, sospettavo, nascosti sotto i vestiti.
Max era armato di paletti e aveva liquidato le altre armi sostenendo di non averne bisogno.
«Ci vedranno arrivare dal vialetto» disse Ziggy, tendendo a Henry un paletto e un pugnale. Speravamo che avrebbe saputo che cosa farsene.
«Bene, se ci vedranno comunque, tanto vale fare un'entrata a effetto» affermò Bill. «Risalite sul furgone. Vi porterò dentro.»
«Cerca di tirarne sotto qualcuno» dissi, augurandomi che non ci facessimo uccidere in un incidente d'auto prima di rischiare la vita nell'assalto alla casa.
«Lo farò» mi assicurò mentre ci ammassavamo all'interno del veicolo.
Il motore tornò in vita e Bill fece davvero un'entrata ad effetto.
Ignorando il vialetto, lanciò direttamente il furgone sulla vegetazione bassa ai lati della strada.
«Elemento sorpresa» gridò superando il rumore dei rami schiacciati.
Era chiaro che si stava divertendo.
«Abbiamo bisogno del furgone per tornare indietro» gli gridò Max mentre io mi aggrappavo al retro dei sedili.
Serrai le palpebre mentre passavamo in mezzo a due alberi.
Quando li riaprii, lo specchietto retrovisore dal lato del guidatore se n'era andato.
All'improvviso un piccolo manipolo di servi umani si radunò in un campo e non ebbero il tempo di togliersi dalla strada. Udii i loro corpi che urtavano contro il telaio del furgone. Mi ricordava il modo in cui i soffioni di tarassaco battevano contro il fondo della mia macchinina rossa mentre la facevo sfrecciare attraverso il cortile da bambina.
«Qui va bene» gridò Ziggy, aprendo il portello e saltando giù con l'ascia spianata.
Bill approfittò della copertura fornita dal furgone per sparare qualche colpo dal posto di guida. Non l'avevo nemmeno visto aprire il finestrino.
Mi tappai le orecchie con le mani, pensando che non avrei recuperato mai più l'udito. Ben presto ci trovammo circondati da un anello di esseri morti o gravemente feriti.
Ziggy ci fece scendere dal retro. «Ne stanno arrivando altri. Dal granaio» disse, aiutandomi a saltare giù. Bill ci raggiunse e ricaricò l'arma.
Guardai verso la casa, che era il mio obiettivo. Eravamo a un centinaio di metri di distanza e raggiungerla sembrava impossibile.
Altri umani accorrevano da quella direzione, insieme ad alcuni vampiri. Potevo riconoscerli dal fatto che non indossavano abiti sporchi e laceri. «Bill, tu mira a quelli puliti; probabilmente sono vampiri.»
«Okay.» Cercò di colpire alcuni degli umani che si avvicinavano dal granaio, ma erano troppo lontani. Non potevamo fare altro che aspettare che si gettassero su di noi.
Henry era in piedi accanto a me, con un paletto in una mano e un pugnale nell'altra. «Henry, segui me e... Max.»
«Ucciderò chiunque cerchi di sbarrarti la strada» giurò il mio amico.
Bill mi guardò per un minuto, con la mano sulla pistola, e dichiarò con voce tirata: «Ti copriremo le spalle. Tu pensa solo a introdurti nella casa».
«Che cosa facciamo di quelli?» chiese Ziggy, indicando con un cenno del capo le creature che si stavano avvicinando.
Bill si strinse nelle spalle. «Immagino che ci butteremo nella mischia e ci ricopriremo di gloria.»
La cosa dovette sembrare ragionevole a tutti, perché fu sufficiente uno scambio d'occhiate e un attimo dopo ci gettammo a testa bassa contro la massa, che sembrava cresciuta di numero.
L'ascia di Ziggy volò sopra la mia spalla sinistra e uno schizzetto di sangue mi colpì sulla guancia.
«Scusa» lo sentii gridare, anche se non era necessario che alzasse la voce per farsi sentire. Gli unici rumori erano quelli che producevamo noi. Le creature erano silenziose; non gridavano, non facevano battute, solo un grugnito occasionale quando uno di loro cadeva. Era un silenzio inquietante perché ci si aspetta che una battaglia sia rumorosa, come nei film. Tutto quello che sentivo era l'ondeggiare ritmico della scure di Ziggy e i colpi della pistola di Bill.
Il primo che cercò di colpirmi, un uomo esile con un paio d'occhi che sembravano sporgere dal viso sporco, mancò il bersaglio. Lo afferrai per un braccio e lo inchiodai al suolo, sentendo il rumore dell'articolazione della spalla che cedeva.
«Non sono stati ancora nutriti» disse Ziggy e io mi voltai in tempo per vedere che ruotava la testa di una donna sul collo fino a staccargliela. Rabbrividii e tornai a concentrarmi sul mio obiettivo: la casa.
Un altro essere umano mi afferrò a una gamba. Abbassai lo sguardo e vidi una ragazza tutta pelle e ossa, con i capelli sottili a chiazze sulla cute screziata del cranio. Mi chiesi se si aggrappasse a me in cerca d'aiuto o per fermarmi, ma non dovetti interrogarmi a lungo prima che mi affondasse i denti nel polpaccio. Mi liberai con un calcio e allontanai un'altra creatura che cercava di mordermi il braccio.
«Hai ragione, non sono stati ancora nutriti!» Colpii alla gola una donna anziana, sperando che non fosse la dolce nonnina di qualcuno.
«Attenti a non farvi succhiare il sangue!» gridò Max e lo vidi colpire al viso una delle creature con tanta forza che la mascella si staccò completamente, finendo in mezzo al campo. Effettivamente non aveva bisogno di armi perché, a quanto pareva, i lupi mannari erano molto più forti dei vampiri.
Bill gridò, io mi voltai e lo vidi puntare la canna della pistola contro la testa bionda di una creatura che gli aveva addentato il braccio.
Premette il grilletto, provocando un'esplosione spettacolare di materia grigia, ossa e sangue prima che il corpo crollasse privo di vita, i denti ancora affondati nella carne.
«Stai attento a non colpire te stesso, per l'amor del cielo!» gli gridò Ziggy, calando la scure sul dorso di una creatura che aveva già atterrato con una ginocchiata all'inguine. «Carrie, corri!»
Mi voltai verso Henry, che attendeva pazientemente al mio fianco.
«Perché diavolo te ne stai qui impalato?»
Una creatura lo afferrò, trascinandolo all'indietro, ma lo abbandonò quando si rese conto che non aveva sangue... Ma, anche sotto attacco, Henry non reagì.
«Henry!» lo chiamai quando fummo separati nella confusione.
«Uccidi tutti quegli umani!»
Non ci fu bisogno d'altro. Improvvisamente il golem si lanciò in mezzo alla mischia come una macchina da guerra. Era come una danza macabra; afferrava un umano, lo attirava a sé, gli affondava il pugnale nel ventre e risaliva verso l'alto come se stesse aprendo una busta. L'odore intenso delle viscere aperte saturava già l'aria dopo che ebbe sventrato la seconda creatura.
«Carrie, attenta!» gridò Bill, riportandomi alla realtà.
Un altro essere umano si stava lanciando su di me. Provai un senso di malessere vedendo quanto era giovane; avrà avuto sedici anni e in circostanze normali sarebbe stata spaventata a morte. Ma non erano circostanze normali e lei non era decisamente una ragazza normale. I suoi occhi esprimevano solo una fame bestiale e un desiderio di distruzione. Mi afferrò entrambe le braccia e tirò; ringraziai Dio che non avesse ancora mangiato, altrimenti non avrei avuto più bisogno di maniche. Cercai di non pensare a Cyrus, la prima volta che l'avevo conosciuto, e al piacere perverso che avrebbe provato vedendomi distruggere quella povera ragazza, però non avevo dubbi che fosse al di là di ogni possibilità di recupero.
Sollevai un piede e le diedi un calcio senza curarmi di dove colpivo; poi, dato che non riuscivo a raggiungere il pugnale, estrassi un paletto e glielo affondai nel petto. Nella mia mente vidi quello che succedeva all'interno: pelle, tendini, cartilagini che cedevano sotto la punta di legno acuminata. Vidi il suo cuore pulsante e continuai ad affondare finché la mia mano seguì lo squarcio creato dal legno e venne risucchiata all'interno del suo petto. La creatura roteò gli occhi, mostrando solo il bianco, e il sangue le sgorgò dalla bocca e dal naso.
Ritirai la mano, inorridita e piena di vergogna, e la lasciai cadere.
Attraverso la sete di sangue che mi annebbiava la vista, scorsi la casa davanti a me. Dovevo raggiungerla al più presto, prima di fare qualcos'altro di cui mi sarei pentita.
Per guadagnare tempo, cominciai a scagliare da parte gli esseri umani, lasciandoli a Max e a Henry, e mi lanciai in avanti. Per una frazione di secondo mi sentii un po' in colpa ad abbandonare i miei amici al combattimento, ma a mano a mano che mi avvicinavo alla meta una strana eccitazione si impadronì di me, facendomi sentire più forte e pronta a tutto.
Quella era Dahlia, intuii immediatamente.
Non so se pensasse di attirarmi incontro alla morte.
Forse lei e il Divoratore d'anime aspettavano appena dietro il vecchio portone e mi avrebbero uccisa nello stesso istante in cui avessi varcato la soglia. Ma, qualsiasi motivo avesse per intrufolarsi nella mia mente, mi fece ricordare un dettaglio cruciale.
Usando un incantesimo che avevo improvvisato, immaginai la parola indietro uscire dalla mia bocca con la forza di una tempesta di vento. Le creature vennero respinte abbastanza a lungo da lasciarmi il tempo di gridare: «Ricordate di usare quell'incantesimo!». Vidi il volto di Ziggy illuminarsi sotto una maschera di sangue.
Mentre mi voltavo verso la casa, udii finalmente una delle creature gridare e il rumore della carne strappata come se fossero le pagine di un libro.
A quel punto, corsi più velocemente che potei. I polmoni mi bruciavano e le gambe mi dolevano mentre salivo gli ultimi scalini dell'ingresso, ma non potevo permettermi di fermarmi. La porta non era chiusa a chiave quindi abbandonai ogni pretesa di segretezza.
Dahlia sapeva che ero lì. Se era dentro, mi avrebbe sentita.
«Nathan!» gridai, e in un angolo della mia mente rimasi impressionata dal tono disperato della mia voce. «Nathan, dove sei?»
Carrie, esci di qui!
Per la prima volta, dopo troppo tempo, udii i pensieri attraverso il legame di sangue. Il mio Sire era in preda alla paura e al dolore. Ed era debole, più debole di quanto l'avessi mai sentito.
«Non me ne vado senza di te!» gridai, scrutando l'ampio corridoio in cerca di altre creature o di altri vampiri. «Dimmi dove sei!»
La casa era costruita come una vecchia fattoria de Sud, anche se non so come fosse finita nel mezzo del Michigan. La sala d'ingresso era lunga, con una scalinata che conduceva al primo piano. Oltre, potevo vedere la porta che dava sul retro. In una calda giornata d'estate con entrambe le porte aperte a lasciar entrare la brezza, si poteva vedere attraverso tutta la casa.
Sfortunatamente era notte e, anche se potevo intuire la disposizione delle stanze, non potevo sapere se qualcuno era in agguato nell'ombra.
Andiamo, devi dirmi dove sei, pensai, in parte per Nathan e in parte per infondermi coraggio. Non ci fu riposta. Forse l'avevano drogato e faceva fatica a rimanere cosciente.
Naturalmente avrebbe potuto essere molto peggio. Pregai che fosse solo drogato.
Mi infilai in una porta sulla destra. Era una grande sala da pranzo, con i resti di una cena ancora sul tavolo. L'odore soffocante del cadavere mi fece lacrimare gli occhi e chiudere la gola. Un grosso coltello da cucina era conficcato nel viso; il corpo era stato fatto a pezzi e parzialmente scuoiato. Non potevo dire se si trattasse di un uomo o di una donna, ma quell'infelice creatura era stata nutrita meglio di quella specie di zombie che erano diventati gli esseri umani là fuori. Alla luce della luna che entrava dalla finestra, gocce di grasso rappreso brillavano sul tavolo e le parti più carnose del cadavere tremolarono mentre camminavo sulle assi di legno del pavimento. Mi tirai il collo della T-shirt sul naso e mi avvicinai alla porta che presumevo conducesse in cucina.
Qui non c'erano avanzi; in realtà non c'era niente del tutto, a eccezione di un paio di tazze incrostate di sangue nell'acquaio. Tornai indietro.
Di nuovo nell'ingresso, valutai le possibilità di trovare qualcuno nelle stanze che si aprivano sul lato sinistro e le soppesai a fronte del rischio di trovarmi intrappolata, se gli esseri umani all'esterno fossero venuti a cercarmi.
Non lo faranno. Non hanno il permesso di entrare in casa.
Nathan era tornato cosciente.
Dove sei? Cercai di mantenermi calma, nonostante il panico che sentivo. Ti prego, Nathan, non posso farcela da sola.
Vattene da qui, insistette, poi la connessione si interruppe nuovamente.
Volevo gridare per la frustrazione. Invece corsi verso la porta vicino ai piedi delle scale, che conduceva in un piccolo soggiorno arredato con mobili rotti. Da lì, guidata dalla miracolosa comparsa di un fascio di luce che filtrava da un'altra porta, entrai in una camera illuminata dalle candele e, legato a un piccolo letto, scorsi Nathan.
Provai uno strano senso di sollievo. Avrei preferito vederlo in ben altre condizioni. Giaceva sullo stomaco, con le braccia allungate sopra la testa e i polsi legati alla testiera in ferro battuto. I piedi non erano incatenati ma non cercava di muoverli. C'erano dei segni sulla sua schiena, lunghe strisce sottili che indicavano l'uso di una frusta o di uno staffile.
Il mio sguardo, sicuramente guidato da Dahlia, si posò su un vecchio mobile da toeletta ai piedi del letto. Lì appoggiato c'era uno staffile, un'arma micidiale con lunghe strisce di cuoio alla cui estremità era stata legata una serie di oggetti che sembravano di confezione casalinga Vidi almeno due lame di rasoio prima di distogliere gli occhi pieni di lacrime.
«Nathan» mormorai, avvicinandomi. Il sangue sulla sua schiena era ancora umido; i tagli non si erano ancora rimarginati. O Dahlia era stata lì da poco, oppure le ferite erano troppo gravi perché potesse guarire. Non sembra messo cosi male, cercai di rassicurarmi.
Mi inginocchiai, combattendo contro la nausea. Normalmente l'odore del sangue di Nathan mi sarebbe stato di conforto, tuttavia non quando impregnava tutte le lenzuola e il materasso sotto di lui.
«Oh» mormorai, allungando la mano per sfiorargli la schiena nei pochi punti in cui la pelle era ancora integra. La voce mi uscì come un singhiozzo.
Lui girò il capo verso di me, gli occhi gonfi e pesti. Le palpebre tremolarono come se cercasse di sollevarle e ci riuscì un poco. «Sei davvero qui?»
«Sì, sono davvero qui.» Gli sfiorai i capelli, appiccicosi, e sentii il cuoio capelluto ricoperto di croste. «Tornerai a stare bene, ti tireremo fuori.»
«No!» Cercò di scuotere la testa ma riuscì solo a fare un movimento patetico che gli strappò un gemito di dolore. «No» ripeté in tono più sommesso, «non puoi spostarmi.»
«Bill è qui, Ziggy è qui. Mi aiuteranno loro a trasportarti.» Non gli parlai di Henry, non c'era tempo di spiegare e non volevo che sprecasse energie ad arrabbiarsi con me.
Le funi che gli legavano i polsi non erano strette in nodi complicati.
Se avesse voluto, avrebbe potuto liberarsi da solo. Mi chiesi perché non ci avesse provato e subito mi rimproverai. Era debole e ferito, anche se una parte di me non riusciva a compatirlo più di tanto; avevo visto di peggio, ben di peggio.
Lo liberai e le mani ricaddero inerti sul letto. Lanciò un grido quando il movimento lo fece sobbalzare.
«Che cosa c'è?» chiesi, con l'improvvisa sensazione che la situazione fosse molto più grave di quanto avessi inteso.
«Non muovermi» implorò, ma io non potevo ascoltarlo. Se era ferito gravemente, avevo bisogno di saperlo.
«Mi dispiace, ma devo.» Gridò ancora quando feci scivolare una mano sotto di lui. Non l'avevo mai visto così distrutto dal dolore.
«Ruota su un fianco, per favore. Non riesco a sollevarti.»
«No» singhiozzò, ma cercò effettivamente di aiutarmi quando gli infilai l'altra mano sotto il busto e tentai delicatamente di voltarlo sulla schiena.
Le lenzuola erano incollate al petto e allo stomaco.
Dovetti staccarle a fatica, rivelando i tessuti così pieni di sangue che non riuscivo a capire quale fosse l'origine della ferita. Quando fu sdraiato sulla schiena, privo di sensi per lo sforzo, presi una delle candele che c'erano sul comodino per fare più luce. Guardai in giro nella stanza alla ricerca di un interruttore, ma non notai nulla; forse quella casa non aveva nemmeno l'elettricità.
Con gesti esitanti sollevai la candela, allargando il cerchio di luce che gettava sul letto. E rimasi allibita davanti a quello che vidi.
Nathan era stato scuoiato. Non c'era altra parola per dirlo. Dalla clavicola fino alle ginocchia, non si vedevano altro che i fasci muscolari e, in qualche punto, le ossa Cercai di trattenere la bile che mi saliva in gola, ma non ce la feci. Piegandomi in due, vomitai sul pavimento, sulle mie scarpe. Non potevo sopportare di vedere il mio Sire ridotto in quel modo, in ogni caso dovevo trovare modo di portarlo fuori di lì e salvargli la vita.
Le lacrime mi rigavano le guance quando finalmente trovai il coraggio di esaminarlo più attentamente. Nelle lezioni di anatomia patologica, si incomincia a esaminare un cadavere dall'esterno, per poi procedere verso l'interno. Mi tornò alla mente la sensazione del bisturi che pratica un'incisione sulla pelle, dividendola in larghe strisce che possono essere rimosse, e per poco non vomitai ancora.
Quanto tempo c'era voluto? Per quanto tempo avevi sofferto? Il dolore doveva essere inimmaginabile.
Il peggio era che Dahlia non aveva terminato. Sembrava che fosse arrivata all'altezza delle ginocchia e poi si fosse stancata, solo per ricominciare dal petto e lavorare sui muscoli. Le costole erano esposte.
I due cuori erano visibili dietro la cassa toracica insanguinata. I polmoni, il fegato, tutti gli organi interni erano rimasti senza protezione.
Non so come e perché avevo deciso che Dahlia era la colpevole, ma non ero mai stata così sicura di qualcosa in vita mia. Ti piace il mio lavoro?»
Quando udii alle mie spalle la sua voce, spavalda e soddisfatta, che confermava i miei sospetti, mi gettai su di lei.

Lo scontro finaleRead this story for FREE!