Rapimento

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Grand Rapids non era una città ospitale per un vampiro.
Ziggy accese un'altra sigaretta e sbirciò l'orologio dietro il banco.
Visto che in quel posto non sprecavano certo le luci, avrebbero almeno potuto investire in un orologio con le lancette fluorescenti o qualcosa del genere.
Si era pentito di essersene andato in quel modo. Nate probabilmente pensava che fosse infuriato con lui. Forse lo era, ma non ne era certo. Jacob poteva essere così subdolo da metterti in testa dei pensieri quando meno te ne accorgevi e lasciarli lì perché ci inciampassi prima o poi.
Per gran parte del tempo, Ziggy non era sicuro di avere più una sola idea originale. Forse veniva tutto da Jacob, che gli riempiva la mente per farlo impazzire, mentre tutto quello che voleva lui era sistemare le cose con Nate e tornare a una vita normale.
Ma chi decideva che cosa era normale? Tornare dalla morte era forse normale? E come si fa a sistemare le cose con qualcuno quando sai che per lui sarebbe meglio se tu fossi morto? Quando ti ha addirittura lasciato morire?
Imprecò e mandò giù l'ultimo sorso di birra. Non gli piaceva, ma per il momento lo aiutava a non pensare alla fame. Il barista lo guardò in tralice quando gli tese il bicchiere vuoto perché lo riempisse. Non si era lasciato ingannare dal documento falso di Ziggy, ma non sembrava il tipo da sollevare una discussione per una sciocchezza, specie quando il bar era vuoto come quella sera.
La porta si aprì cigolando. Era un suono terribile e poteva significare che uno dei sicari prezzolati di Jacob stava strisciando lì dentro.
Senza farsi notare, Ziggy posò la mano sul coltello da caccia che portava all'interno della giacca, poi si rilassò quando il tipo alle sue spalle emise un fischio ironico.
«Wow. Niente male.» Bill sedette sullo sgabello accanto a lui e fece cenno al barista. «Seven and seven per me e un altro di qualsiasi cosa stia bevendo per il mio amico qui.»
Il barista, che sarebbe potuto sembrare Babbo Natale se non fosse stato per la polo macchiata e per lo stuzzicadenti che gli pendeva da un lato della bocca, gli lanciò la stessa occhiata sospettosa che aveva riservato a Ziggy. Forse era solo una persona diffidente di natura.
Dopotutto non era la zona migliore della città e la città era infestata da vampiri.
«A meno che tu non stia pensando di andare a mangiare un boccone» disse Bill, piegando gli angoli della bocca. «Nel qual caso preferisco restare qui.»
Ziggy non rispose. Era divertente vedere il tipo arrovellarsi notando che la sua battuta cadeva nel vuoto.
«Ehi, era solo uno scherzo.»
«Ci ero arrivato.» E non lo degnò di un sorriso.
Rinunciando all'argomento come se scottasse, Bill girò il capo verso il piccolo televisore sospeso nell'angolo della parete. Era sintonizzato su un qualche canale sportivo. Si vedevano uomini in giacca e cravatta che parlavano di statistiche che non avevano alcun significato se non per alcune persone. «I Tigers se la stanno cavando bene quest'anno, vero? Sono già in vantaggio...»
«Non mi piace il baseball.» Ziggy mandò giù una lenta sorsata.
«lo tengo per i Sox, comunque. Bianchi, non rossi. Ma nessuno dei due sta andando così bene quest'anno.»
«Che cosa diavolo ci fai qui?» Ziggy si girò sullo sgabello e lasciò che la giacca si aprisse perché l'altro potesse scorgere il coltello all'interno. «Ti ha mandato Nate?» Notando che non batteva ciglio, dovette ammettere che era un tipo tosto. Aveva cercato persino di reagire quando l'aveva morso. Uno così meritava rispetto.
Vide che beveva un sorso del drink prima di rispondere.
«No, non è stato lui. Non sono venuto qui a cercare te. È l'unico posto aperto in un arco raggiungibile a piedi.»
«Non sei andato abbastanza lontano.» Praticamente si poteva vedere il bar dalla finestra della camera da letto di Nate. Dunque non era possibile che Bill non fosse venuto in missione spia.
Sedettero in silenzio per un po'. Ziggy si voltò verso il banco e fissò il fondo del bicchiere in attesa che l'altro se ne andasse. Niente da fare.
Bill bevve un altro sorso e disse: «Allora, hai la ragazza, Ziggy?».
Perfetto. Trasparente come una lastra di vetro. Dopo la compagnia di persone come Dahlia e Jacob, era un cambiamento rinfrescante. «Non vado molto d'accordo con le ragazze. E scommetto che lo sapevi già.»
«Ne avevo avuto il sospetto. Ho intuito in questo tipo di cose.» Non sembrava per niente imbarazzato. Semplicemente... In ogni caso era un piacevole cambiamento rispetto alla gente che andava in paranoia se indovinavi i loro giochetti mentali. Non distolse nemmeno lo sguardo mentre chiedeva: «Allora, nessun... amico speciale?».
Ziggy non voleva ridere, ma si concesse un tenue sorriso. «Sei piuttosto diretto.»
«Come un volo senza scalo.» Rise, poi aggiunse in tono nervoso: «È una battuta anche questa: diretto... senza scalo».
«Già, ci ero arrivato.» Ziggy spense la sigaretta e ne tirò fuori un'altra. «Così sei un fan dei vampiri?»
La domanda riuscì a innervosire leggermente Bill. Bene. Significava che era a posto. Balbettò un po' mentre iniziava a rispondere. «No... solo un donatore di sangue Organizzo un paio di altri donatori e trattengo una parte del loro profitto.»
«Allora ti approfitti dei vampiri?»
«Io preferisco ritenermi un protettore di donatori, ma fa lo stesso.»
Scrollò le spalle.
Questa volta Ziggy si concesse una risata. «Protettore di donatori.
Questa è divertente.»
«Non voleva essere una battuta.» Bill prese l'accendino di Ziggy e lo aprì contro la coscia, accendendolo con un solo gesto prima di porgergli la fiamma.
Okay, niente male, concesse il giovane mentre si chinava ad accendere. «Allora, da quanto tempo lo fai? chiese raddrizzandosi. «Il protettore di vampiri, non il trucco dell'accendino.»
Bill emise un mugolio mentre rifletteva e finalmente disse: «Ho iniziato a trentadue anni, quindi adesso sono circa otto anni».
«Ci vuole un po' per organizzare le cose, immagino.
Fece un rapido calcolo mentale. «Non dimostri la tua età. Sei sicuro di non bere il sangue dei tuoi clienti, ogni tanto?»
«Ehi, grazie.» Sembrava sinceramente compiaciuto da complimento.
«Tu non mostri più di diciott'anni. Quanti ne hai?»
«Non dirlo al barista, ne ho solo venti.» Ziggy era meno compiaciuto di sentire che sembrava un ragazzino. L'eternità sarebbe stata insopportabile se avesse dovuto ripartire con una nuova identità ogni cinque anni.
Bill rise e gli restituì l'accendino facendolo scivolare sul banco. «No, volevo dire in tutto. Quanti anni hai in tutto?»
«Venti.» Sostenne a testa alta il suo sguardo confuso. «Sul serio.
Sono stato trasformato di recente.»
«Wow.» Parve riflettere per qualche istante.
Una fiammella di delusione si accese sul volto di Ziggy. Ora sarebbe stato solo un ragazzino agli occhi di quell'uomo, il che era un peccato. Gli piaceva essere trattato da adulto e negli ultimi tempi non erano in molti quelli disposti a prenderlo sul serio. Spostando la conversazione su altro, chiese: «Che cosa facevi prima di iniziare a proteggere i donatori? Eri nell'esercito o qualcosa del genere?».
Bill sorrise prima di bere un altro sorso di drink e non era il sorriso indulgente che si rivolge a un ragazzino. «Ero nei Marines.»
«Quindi sei una macchina da combattimento?» A Ziggy non piacevano particolarmente i militari. La casa di Jacob era sempre circondata da tipi del genere e lui aveva cominciato a considerarli dei domestici; questo abbassava leggermente di status Bill ai suoi occhi.
Ed era un bene, perché l'avrebbe lasciato in posizione di vantaggio se avesse dovuto nascere qualcosa. Non che lo volesse. Gli esseri umani sono cibo, non amici, gli diceva sempre Jacob.
Bill rivolse uno sguardo nervoso al televisore, poi al barista e infine al drink. Il linguaggio del corpo era molto eloquente; non voleva parlare di quello che era stato. «Già. Cioè, no. Non ho mai partecipato a un vero combattimento. Era tutto un po' troppo strutturato per me.»
«È per questo che hai lasciato?» Ziggy fece un tiro dalla sigaretta e batté la punta sul portacenere.
«Lasciato non è il termine esatto.» Abbassò lo sguardo e si sfregò il collo. «Sono stato... Diciamo che mi hanno chiesto educatamente di andarmene. I miei servizi non erano più richiesti.»
«Ah.» Ziggy aveva sentito il termine giusto, probabilmente da una delle guardie di Jacob. Ma, in un modo o nell'altro, non gliene importava. «Non credo che potrei. Non sono abituato a prendere ordini.»
«Direi anch'io che avresti i tuoi problemi. Io sono stato silurato perché non riuscivo a tenere la bocca chiusa Per esempio, se pensavo di conoscere un modo più efficace per fare qualcosa, ne parlavo al mio superiore, che me lo chiedesse o meno. E non era proprio quello che volevano loro.»
«Loro vogliono solo una rotella in un ingranaggio.
Ziggy sapeva come ci si sentiva. A volte gli capitava anche con Jacob. Gli pareva di essere solo un altro impiegato. Si schiarì la gola.
«Senti, non sei obbligato a stare qui con me. Non ho intenzione di fuggire.»
«Ehi, io sono un ostaggio quanto te. Forse dovrebbero legarmi a un termosifone o a qualcosa di simile.» Dal tono della voce, sembrava proprio la verità. «Ma non sono venuto qui perché pensavo che volessi fuggire.»
Non era strano stare lì ad ascoltare un tipo - e per di più un tipo che gli piaceva - dire che non era lì per un secondo fine?
Naturalmente Bill non aveva detto quello. Aveva detto che non era venuto lì perché pensava che sarebbe fuggito. Forse era venuto perché l'aveva mandato Nate. Forse era solo annoiato o era un alcolista. Forse era proprio un fan dei vampiri ed era bravo a nasconderlo. Forse era venuto lì a cercarlo, ma per una ragione completamente diversa.
«Non sto cercando di rimorchiarti.»
Ziggy lo fissò. «Mi hai letto nella mente?»
«No» rispose con una risata. «Leggo le tue espressioni. Gesù, hai avuto delle relazioni difficili in passato o qualcosa del genere?»
«Qualcosa del genere. Cambiamo argomento.» Ziggy si alzò, spense la sigaretta e gettò qualche moneta sul banco. Poi si avviò verso la porta, senza sapere se volesse che Bill andasse al diavolo o lo seguisse.
L'altro rimase seduto. «Non devi fare il duro con me. Cioè, so che dovrei essere impressionato, ma la parte dell' inavvicinabile stanca presto.»
Ziggy cancellò il sorriso dalle labbra prima di voltarsi a guardarlo.
«Non capisco di cosa stai parlando.»
Dalla sua risata, era difficile affermare se fosse seccato o no. «Sto dicendo di smetterla di recitare la parte del ribelle a cui non importa niente e di essere quello che sei realmente per qualche minuto. Se scopriamo che nessuno dei due vuol fare del sarcasmo sull'altro, potremmo anche andare d'accordo.»
Questa volta Ziggy non nascose il sorriso. «Credevo che andassimo già d'accordo.»
«E io che pensavo stessimo solo provando le battute di una commedia romantica scadente...» Bill indicò la sedia. «Siediti. C'è ancora tempo prima del coprifuoco.»
Così sedettero a parlare. Parlarono e parlarono e ogni volta che Ziggy provava l'istinto di essere se stesso lo seguiva. E ogni volta che Jacob - no, il Divoratore d'anime; faceva meno male pensarlo così - cercava di intrufolarsi nella sua mente e riempirla di strane insicurezze, convincendolo che nessuno l'avrebbe mai amato e rispettato oltre al suo Sire, lui riusciva a respingerlo.
Bill era davvero un tipo in gamba. Sapeva storie divertenti sui vampiri, sui militari, su qualunque cosa. Anche le storie che non erano divertenti lo erano perché c'era qualcosa in lui... be', era un tipo spiritoso.
Già, era proprio grande. Tanto che il coprifuoco venne troppo presto, e quella era una bella seccatura.
E quando tornarono all'appartamento, la porta in cima alle scale era chiusa, e anche quella era una bella seccatura.
«Ho la sensazione che sia chiusa più per motivi di privacy che di sicurezza» osservò Bill con una risatina Vedendo l'occhiata di Ziggy, si schiarì la gola e si finse contrito.
«Scusa, a nessuno piace pensare che suo padre faccia del sesso.»
Se non altro il negozio non era chiuso a chiave. Ziggy fece entrare Bill e gli indicò l'angolo in fondo, dietro gli scaffali rovesciati. «Il mio vecchio letto dovrebbe essere nel magazzino sul retro. Puoi dormire lì se vuoi essere un po' più comodo.»
«E tu dove andrai?» chiese Bill mentre si facevano strada tra i rottami. «Vagherai per le strade come un vampiro meditabondo?»
«Non ho intenzione di fuggire, se è questo che pensi replicò, risentito.
«Ti ho già detto che non lo penso. Solo che mi sembra triste andare in giro per una città dove non c'è più niente di aperto dopo una certa ora, quando puoi stare in buona compagnia qui.»
«Mi piace stare da solo.» Ziggy gli voltò le spalle, diretto verso la porta.
«Okay, ho capito. Tu te ne andrai in giro e in qualche modo io riuscirò ad aprire questo lucchetto.» Allungò una mano verso di lui.
«Dammi una di quelle spille di sicurezza che hai sugli stivali.»
Nate non aveva mai chiuso con il lucchetto il magazzino. Ma probabilmente era un bene che l'avesse fatto, a giudicare da come era conciato il negozio.
Tenendo a freno l'irritazione crescente, Ziggy disse: «Ho un'idea migliore». Afferrò il lucchetto e lo strappò con violenza, insieme alla piastra metallica della porta. Il legno si piegò leggermente dove era stata attaccata l'intera struttura. L'operazione richiese meno di un secondo e lui era piuttosto compiaciuto di sé finché non vide l'espressione di Bill, divisa tra stupore e paura.
«Il mio Sire è piuttosto forte e io bevo il suo sangue, così...»
Rendendosi conto che non era la cosa migliore da dire, chiuse la bocca ed entrò nel magazzino.
«Perché non ha chiuso a chiave anche il resto?» chiese Bill mentre Ziggy trovava il cordone che accendeva la lampadina polverosa.
«Non lo so, una volta era così, ma le cose cambiano.»
Cose come Carrie. Cose come morire. Come morire perché Carrie ha lasciato che Cyrus ti staccasse quasi la testa dal collo.
Bill chiuse la porta per quanto si poteva, ora che il legno era stato piegato. «Bene, mi adatterò. Non sei obbligato a restare.»
«No, va bene. Non è che abbia di meglio da fare.» I vampiri di New York o di Chicago erano fortunati; lì i locali restavano aperti fino a tardi. Ma immaginava che avrebbe potuto andargli peggio. Avrebbe potuto vivere in Alaska.
Bill passò la mano su uno degli scaffali polverosi come se volesse testarne la solidità. «Hai già mangiato, vero...?»
«Gesù.» Ziggy si appoggiò alla parete e chiuse gli occhi. L'ultima cosa di cui aveva bisogno era che Bill temesse di essere visto come un possibile buffet.
«Sto solo giocando sul sicuro. Sai, mi hai già morso una volta» disse sulla difensiva.
Ziggy rise e sentì l'amaro fino in gola. Naturale che non si fidasse di lui. Perché avrebbe dovuto? Perché un qualsiasi essere umano avrebbe dovuto fidarsi di lui?
Non sono come noi, gli sussurrò alla mente la voce di Jacob. Tu meriti qualcuno che sia alla tua altezza.
Gli costò un grosso sforzo non rispondere. Per poco non gli salirono le lacrime agli occhi e piangere era l'ultima cosa che voleva fare davanti a quell'uomo.
«Ehi, tutto a posto?» Un attimo dopo Bill era accanto a lui e lo guardava con espressione preoccupata.
«Sì, sto bene.» Si asciugò la fronte con il palmo e si avviò verso la porta. Guardando la mano, vide del rosso.
Fantastico. Stava sudando sangue.
«Non so se sono stato chiaro» disse Bill, in tono sommesso ma sicuro di sé. «Tu mi piaci. Nonostante il fatto che mi abbia morso. Questo non significa che mi aspetti qualcosa. Volevo che lo sapessi.»
Ziggy deglutì a fatica mentre sentiva i suoi passi avvicinarsi. Una mano calda e piena di vita gli toccò la spalla. Poi, senza chiedere il permesso o dare una sorta di preavviso di quello che aveva intenzione di fare. Bill gli fece girare il capo verso di sé e lo baciò.
E lui si rese conto di non essere stato baciato da... da prima della sua morte.
Non era un bacio timido e delicato. Gli ricordava quei baci dei film che aveva sempre pensato facessero male. Ora sapeva che non era affatto così. Ti facevano sentire dannatamente bene.
L'unico ragazzo che aveva baciato era stato Jeremy ed era andata a finire molto male. Ma Jeremy era stato solo un'avventura passeggera, una specie di test per vedere se era davvero gay. Lui non era veramente interessato a Ziggy e Ziggy non era veramente interessato a lui. Bill invece sembrava seriamente interessato.
Quella era la parte migliore. Oh sì, anche le sue mani tra i capelli e la sua lingua in bocca lo erano. Ma sapere che l'altro teneva veramente a lui, al di là del sesso, lo rendeva qualcosa di più di un bacio. Lo rendeva in qualche modo una conferma.
Peccato che finì in fretta. Bruscamente. Bill si tirò indietro, lasciandolo sconcertato e deluso.
«Hai sentito?» Fissò la porta del rifugio come se potesse vedere attraverso. «Mi è parso di aver sentito...»
Poi lo udì anche Ziggy. Era Carrie. E stava gridando.
Stavamo scendendo in negozio quando accadde. Forse eravamo ancora troppo drogati dal sesso per essere vigili e questo fu il nostro errore. Eravamo sul marciapiede; Nathan mi teneva un braccio intorno alla vita e camminavamo sciolti e rilassati per coprire i pochi metri fino agli scalini che conducevano in negozio, quando avvertimmo il loro odore nell'aria.
Una dozzina di disgustosi umani al servizio del Divoratore d'anime uscirono dal vicolo, come mostri in agguato in un film horror. Nathan alzò lo sguardo al tetto e io lo imitai: altri si raccoglievano lassù.
«Carrie, aggrappati a me» disse con voce stranamente calma mentre mi stringeva fra le braccia. Non mi rimase altra scelta che aggrapparmi alle sue spalle e serrare le palpebre mentre lui superava d'un balzo la balaustra di ferro e atterrava sulle scale.
Rotolammo entrambi e ogni scalino mi colpiva in una nuova parte del corpo. Sfondammo la porta in fondo e io fui la prima a rimettermi in piedi. Mi affrettai a chiudere con il catenaccio mentre Nathan gemeva sul pavimento.
Naturalmente la porta non era più sicura come un tempo. Il vetro, mandato in frantumi mesi prima, era stato sostituito con strati di cartone. Il nastro adesivo che teneva al loro posto aveva perso gran parte della presa quindi quello che ci separava da quei mostri era praticamente un pezzo di cartone tenuto su dalla mia spalla.
«Aiuto!» gridai, senza sapere chi sarebbe potuto accorrere. Max dormiva nel rifugio, così battei il piede sul pavimento con più forza che potevo, mentre Nathan si rialzava e andava verso la botola.
La porta del magazzino si spalancò e ne uscirono Ziggy e Bill, quest'ultimo con la pistola spianata. Non ero mai stata più felice di vedere qualcuno che mi puntava contro un'arma da fuoco.
Poi due mani scheletriche ma incredibilmente forti schiacciarono il cartone da entrambi i lati e mi afferrarono il tessuto della T-shirt al centro della schiena, trascinandomi all'interno del buco lasciato dal vetro rotto.
Nathan scattò in avanti e mi afferrò le braccia, ma io lo respinsi.
«La maglia» ansimai, mentre il collo rischiava di strangolarmi. Lui lacerò il tessuto, che venne risucchiato attraverso il buco insieme al cartone.
Max salì di corsa le scale; era a torso nudo e aveva jeans slacciati, ma impugnava un paletto. Guardò me, che ero rimasta in reggiseno, poi la folla di esseri avidi di sangue che si accalcava alla porta e gridò: «Coprite la finestra!».
Non aveva più importanza. Prima che potessi togliermi di mezzo, la porta scricchiolò sotto il loro peso cadde; come in una scena al rallentatore, le creature si gettarono su di noi.
Non c'era il tempo di fermarsi a riflettere. Cominciai subito a lottare.
Il primo che mi capitò non era armato. Era una donna di mezz'età, con i capelli tinti che mostravano la ricrescita e la pelle cascante. Le unghie, sporche e spezzate, mi affondarono nelle spalle mentre mi tirava verso di sé per mordermi.
Nonostante l'enorme pressione, sollevai le braccia e le afferrai la testa, le orecchie, qualsiasi cosa pur di distrarla. e tirai. Mi rimasero in mano due manciate di capelli insanguinati prima che si rendesse conto di quello che era successo e mi lasciasse andare. Indietreggiò barcollando, ma i suoi occhi erano vuoti mentre tornava all'attacco.
Afferrai uno dei tavoli ribaltati che servivano per esporre articoli magici e lo tenni davanti a me. La donna girò su se stessa in cerca di una presa migliore e riuscì a imprigionarmi il polso, costringendomi a lasciar cadere il tavolo, ma inciampò e cadde all'indietro. Mi buttai su di lei e feci del mio meglio per immobilizzarla; appena ebbe lasciato la presa, mi rialzai barcollando prima che un altro inciampasse su di noi.
La finta bionda non si rialzò ma continuò ad aprire e chiudere la bocca, con il corpo scosso da spasmi. Una delle gambe del tavolo le usciva tra la fronte e il naso, un'altra dall'addome. L'estremità scheggiata che le spuntava dalla testa era umida e appiccicosa di frammenti d'osso e brandelli di carne.
Sentii un'ondata di vomito salirmi in gola. Mi stavo allontanando dalla scena quando un altro paio di mani mi ghermì. Chiunque mi avesse afferrata mi sollevò sopra il proprio capo e mi scagliò contro il banco. Vidi il ripiano incrinato della vetrina prima di colpirlo, ma era troppo tardi. Mi ci schiantai contro, sentendo le ferite di mille schegge di vetro che esplodevano tutt'intorno a me.
Tuttavia mi fornì un vantaggio perché, quando mi rialzai in piedi, avevo un'arma. Un'arma che mi tagliava il palmo e mi faceva scorrere il sangue lungo il braccio, ma pur sempre un'arma. E quando la creatura che mi aveva assalita, un giovane magro, dai capelli neri e unti che gli ricadevano sugli occhi, si avvicinò per finire il lavoro, gli conficcai un grosso pezzo di vetro appena sotto la gabbia toracica e lo trascinai verso l'alto con tutte le mie forze, sperando di non tagliarmi le dita. Ma conoscete vecchio detto riguardo a un oggetto in movimento... la cosa che si muove più velocemente provoca il danno peggiore. L'uomo si accasciò al suolo vomitando sangue e la mia mano ne uscì solo leggermente peggio di prima.
Mi voltai e vidi Bill che si dava da fare a sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Aveva un brutto taglio in fronte e un morso fresco sul braccio, però si comportava come una perfetta macchina per uccidere. Pensai ai miei piani per combattere il Divoratore d'anime.
Avevamo bisogno dei Marines!
Anche Max non se la stava cavando male. Con mia delusione, non si era trasformato in lupo, ma combatteva a pugni nudi contro il tipo che l'aveva bloccato inizialmente con una presa di testa.
Stavo per ributtarmi nella mischia quando notai Ziggy e l'orrore mi fece gelare ancora di più il sangue nelle vene.
Ziggy non aveva un'arma. Non ne aveva bisogno. In un battito di ciglia lo vidi afferrare una donna, girarle la testa di lato e squarciarle la gola coi denti per poi sputare un brandello di carne mentre lei cadeva a terra, morti praticamente all'istante. Un'altra creatura si gettò su di lui che mirò dritto al suo petto e poi ritirò il pugno insanguinato. Poi ci furono un collo rotto e una testa staccata, con la spina dorsale che fuoriusciva dal cranio.
Se fosse stato in preda a una furia primitiva, se avesse mostrato una qualche emozione mentre uccideva, non mi sarei preoccupata tanto. E se non mi fossi preoccupata non mi sarei distratta e quella distrazione non mi sarebbe costata Nathan.
Non ero mai stata impalata prima. E immagino che tecnicamente non mi avrebbe uccisa, dato che il mio cuore non si trovava nel mio petto ma in una cassetta di metallo. Ma quando la creatura - come aveva potuto essere così rapida e silenziosa? - mi affondò nel petto il legno acuminato, credetti di morire. Pregai di morire. Abbassai lo sguardo, inorridita, al legno spesso che mi fuoriusciva dal petto e la vista mi si annebbiò. Il dolore si fece dieci volte più intenso, come mi succedeva sempre da bambina quando mi guardavo le ginocchia escoriate, caddi all'indietro mentre dei piccoli lampi neri di agonia mi ottenebravano la vista.
«Carrie!» gridò Nathan e subito dopo udii una lotta. Si lanciò sulla creatura che mi aveva afferrato ma questa lo respinse come se fosse stato una mosca. Lui cadde sulla schiena e altri due avanzarono, gettando da parte le armi improvvisate.
Rimasi a guardare inorridita mentre uno di loro lo colpiva con un pugno che lo fece volare per la stanza. Atterrò con un rumore terribile contro una delle vetrine rotte e rimase inerte dopo aver cercato per un istante di sollevarsi sulle mani. Scivolò al suolo. Il sangue formava una pozza sulle assi di legno sotto di lui, una scia rosso acceso che mostrava il percorso della sua caduta.
Mi rialzai in piedi e cercai di raggiungerlo, ma l'uomo che mi aveva colpita mi trattenne. Il suo odore disgustoso, che venisse dai vestiti sudici e logori o dal suo corpo, mi provocò un conato di vomito.
Max si diresse verso i due che si erano stretti intorno a Nathan, ma fu rigettato indietro come un giocattolo rotto. Bill riuscì a colpirne uno ma, come gli altri a cui aveva sparato, poté solo rallentarlo. La creatura con la ferita d'arma da fuoco al collo gorgogliò versando sangue dalla bocca, però riuscì ugualmente a portarsi alle spalle del suo aggressore e a bloccarlo.
Ziggy ebbe maggiore fortuna. Una delle creature gli sferrò un colpo che evitò facilmente e un altro fece un goffo tentativo di fermarlo.
Immediatamente scattò l'allarme nella mia testa. Il Divoratore d'anime ci aveva inviato una squadra di serie B, oppure non erano lì per ucciderci. Erano venuti a prendere Nathan.
Lottai ancora contro il mio assalitore e feci l'unica cosa che mi venne in mente: gridai aiuto più forte che potei.
«Povera piccola, ha bisogno di aiuto?» La voce alle mie spalle riaccese la collera e la disperazione dentro di me.
Dahlia avanzò nella stanza, picchiettando le lunghe unghie laccate di nero su un rotolo di plastica. Lo spiegò rivelando una cerniera lampo. Era un sacco per il trasporto dei cadaveri.
Ebbe la sfrontatezza di passarmi vicino e darmi una leggera pacca in testa. Le sputai in faccia.
Tutto il divertimento sparì dal suo viso. Tirò fuori un fazzoletto nero - tutto in lei era coordinato - e si pulì ostentatamente il viso. Una striscia di fondotinta chiaro rimase sul tessuto. «Spezzale un braccio.»
Il mostro spiccò un balzo sul mio polso e l'osso si ruppe istantaneamente sotto la sua mano. Rimasi a guardare, troppo annichilita per provare dolore, mentre l'estremità scheggiata dell'ulna fuoriusciva dalla pelle.
Dahlia stese il sacco accanto a Nathan e sollevò una delle sue braccia per poi lasciarla ricadere al suolo.
«È vivo?» gridai, pestando i piedi in un inutile tentativo di richiamare la sua attenzione. «Voglio sapere se è vivo!»
Con una risata, si portò alla bocca la mano insanguinata e tirò fuori la lingua per assaggiare il sangue.
Ululando di rabbia, mi lanciai su di lei ma la rottura del braccio mi aveva logorato le forze e le ginocchia mi cedettero. Rimasi impotente nelle mani della creatura che mi teneva prigioniera e non potei fare altro che guardare mentre Dahlia faceva rotolare Nathan nel sacco e chiudeva la zip.
«Voi due, prendetelo!» ordinò e uno dei due esseri che teneva bloccato Max lo colpì con un randello alla nuca, una, due volte, finché rimase saggiamente giù.
I due si fecero avanti e afferrarono il sacco che conteneva Nathan.
«Vi prego, ditemi solo se è vivo!» implorai mentre sparivano oltre la porta.
Dahlia tirò su col naso mentre mi oltrepassava per seguirli.
«Uccideteli» ordinò.
Mentre le creature si preparavano a eseguire il suo ordine, Ziggy gridò: «Jacob ti farà fuori quando saprà quello che hai combinato!».
«Chi credi che mi abbia mandata?» chiese, poi si bloccò sui suoi passi e si voltò con un sorriso malvagio. «Inoltre non ricordo di averti visto qui. Non vivo, almeno. Devono averti ucciso prima del mio arrivo. Che tragico incidente.»
«E io? Ti ricordi di me, baby?» ansimò Max da terra. «Una volta andavamo d'accordo.»
Dahlia fece esplodere una risata di pura malvagità. «Non eri così bravo.»
Un attimo dopo se n'era andata. Non ci sarebbe stata più possibilità di patteggiare. Una volta mi aveva detto che non tutto era bianco o nero come lo vedevo io, che il male era una forza della natura. Così come non si può ragionare con un tornado che devasta una città, così non si poteva ragionare con Dahlia quando devastava una vita.
La mia unica consolazione era che, quando avevano portato via Nathan, non avevo avvertito quell'orribile sensazione che avevo provato alla morte di Cyrus: lo spezzarsi del legame di sangue che ci aveva uniti. Anche solo per quello, sapevo che dovevo combattere.
Non potevo lasciare che quelle creature ci uccidessero. Non avevo bisogno di un'arma. Con Dahlia così vicina che potevo avvertire il suo potere, mi resi conto che ne possedevo già una. Chiusi gli occhi e sono sicura che gli altri lo videro come l'anticipazione di un colpo mortale Ricordai il modo in cui la strega usava la formula Luce per illuminare un ambiente e come le riuscisse facile. Ricordai come Nathan mi aveva insegnato a visualizzare quello che volevo ottenere quando avevamo usato l'incantesimo di invisibilità.
La parola fiamma mi balzò in mente come se fosse scritta all'interno delle mie palpebre. Ma non volevo illuminare l'ambiente.
Volevo che bruciasse.
Nella mia mente, la parola si srotolò con un ruggito, come un'esplosione all'interno del mio cervello. Aprii gli occhi e la parola mi uscì dalle labbra, così incandescente che pensai le avrebbe ustionate.
E con la parola arrivarono le fiamme. Mi uscirono dalla bocca come mani protese, attaccando immediatamente gli stracci delle creature e la loro pelle. Gli esseri gridarono e caddero, consumati dalle fiamme prima di toccare il suolo, mentre Max Ziggy e Bill chinavano il capo cercando di allontanarsi.
Qualcosa nel sangue di Dahlia rispondeva al fuoco, mi resi conto mentre le fiamme si spegnevano intorno a noi.
Quando avevo consumato il suo sangue, quella notte nella casa, avevo assorbito parte del suo potere. Uno scoppio di energia, incandescente come fiamma, mi attraversò; mi precipitai verso la porta inciampando in un cadavere fumante.
Ma quando raggiunsi la cima delle scale era troppo tardi.
Una limousine nera si stava allontanando lungo la strada, portandoci via Nathan per consegnarlo nelle mani del suo Sire.

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