Resurrezione

11 1 0

«Pronto? C'è nessuno lì?»
Non era possibile. Ziggy era morto. L'avevo visto morire io stessa... o non era così? Eppure non era possibile che fosse sopravvissuto alle ferite. Nessun essere umano avrebbe potuto farlo.
Oh, Dio, ti prego, no!
Nathan mi prese l'apparecchio dalle mani tremanti. Potevo sentire Ziggy che diceva: «Sei ancora lì? Non c'è nessuno?» all'altro capo della linea.
Anche lui lo sentiva. Mi coprii il naso e la bocca con entrambe le mani, guardandolo con occhi sgranati. Lentamente, si portò il telefono all'orecchio. Lo osservai in viso. Un attimo prima era in piedi davanti a me e reggeva il telefono ascoltando il figlio morto che lo implorava di dirgli qualcosa. Un attimo dopo le ginocchia gli cedettero, facendolo crollare al suolo. Stringeva il telefono come qualcuno in procinto di affogare si aggrappa a un relitto dopo un naufragio, incapace di credere alla propria fortuna, terrorizzato all'idea di perdere la presa sull'unica cosa che possa salvargli la vita.
Le implorazioni di Ziggy all'altro capo si interruppero. Il mio respiro ansimante sembrava accentuare il silenzio carico di tensione. Colsi il sussurro metallico della sua voce che diceva: «Papà?».
Nathan piegò le labbra in una smorfia o in un sorriso - difficile dirlo - mentre si copriva gli occhi con una mano e le sue spalle venivano scosse da singhiozzi silenziosi.
«Sono io» riuscì a mormorare con voce strozzata.
«Non piangere. Cristo, Nate, non piangere.» Anche se a volume ridotto, potevo udire Ziggy che lottava per seguire il suo stesso consiglio.
Le emozioni di Nathan erano così forti che non poteva impedire mi arrivassero a ondate attraverso il legame di sangue. Non avevo mai smesso di immaginare che cosa avrei provato se fosse ricomparso improvvisamente nella mia vita qualcuno che amavo e che credevo perso per sempre, per esempio i miei genitori. Un sollievo così intenso da penetrare in una montagna di dubbi, speranza offuscata dalla paura, un milione di domande che si formulavano alla rinfusa, fino a obnubilare del tutto la mente. Saperlo non era un dono ma un peso.
Barcollai all' indietro e mi lasciai cadere su una sedia.
Nathan tirò un respiro strozzato ma ancora non riusciva a parlare senza che la voce fosse velata dalle lacrime.
«Dove sei?»
Non udii la risposta, ma avvertii il brusco cambiamento nelle emozioni di Nathan. Era spaventato. Terrorizzato.
«Devi andartene subito da lì. Il Divoratore d'anime mi sta cercando. Non voglio che trovi te al mio posto.»
«Si trova nell'appartamento?» mormorai. Naturale che fosse andato lì. Ma perché non era mai tornato a casa prima?
«Non mi interessa se pensi di essere in grado di cavartela, vattene subito da lì!» ringhiò Nathan. Era un po' comico vedere come era ricaduto così velocemente nel ruolo di padre.
Un pensiero orribile mi si affacciò in un angolo della mente.
Qualcosa di vago e di terribile che non riusciva a emergere in superficie, come se io non fossi pronta ad affrontarlo. «Nathan...»
«Ti indicherò un posto dove possiamo incontrarci» disse al telefono, ignorandomi. «Che cosa significa che non puoi venire subito?»
«Nathan, c'è qualcosa che non va.» Tesi una mano verso di lui.
«Riappendi.»
Lui coprì il microfono con il palmo. «No che non riappendo!»
Riportando il telefono all'orecchio, dichiarò: «Resta dove sei, vengo a prenderti».
Rimasi a guardare con terrore crescente mentre richiudeva l'apparecchio senza un saluto. Non poteva dire arrivederci a suo figlio dopo avergli detto addio una volta per tutte. Voltandosi verso di me, annunciò, probabilmente in tono più burbero di quanto avesse intenzione: «Stai qui. Io devo andare a prendere Ziggy».
Mentre mi oltrepassava senza attendere risposta, lo afferrai per un gomito. «Nathan, aspetta!»
«Cosa?» Si liberò dalla mia stretta.
Mi feriva vedere l'impazienza nel suo sguardo, sapendo che dovevo dirgli che sospettavo una trappola. «C'è qualcosa che non va. Perché non ci ha contattati prima?» Non ero sicura di credere che non fosse Ziggy, ma non ero nemmeno sicura del contrario. «Pensaci, ti prego!»
«L'unica cosa a cui pensare è che mio figlio è vivo!» Sparì di corsa verso l'ingresso.
Lo seguii, forzando le parole attraverso il respiro ansimante.
«Esatto! Perché credi che sia vivo? Quando morì Ziggy, c'erano altri due vampiri nella stanza, oltre a noi. Perché credi che adesso sia vivo?»
«Lo so questo!» Si girò di colpo, cogliendomi di sorpresa e facendomi inciampare. Non se ne accorse nemmeno, troppo preso dal tempo che stava perdendo. «Non credi che ci abbia pensato nel momento stesso in cui ho sentito la sua voce? Ma devo andare, Carrie. È mio figlio!»
Non potevo discutere su questo. Ma c'era ancora qualcosa che non mi convinceva. Perché proprio adesso, dopo tanto tempo? «Ti prego, non andare. Ci sono altri modi di mettersi in contatto con lui. Andare da solo, quando non sai dove sia stato finora o che cosa abbia fatto... è una follia, Nathan.»
«Credi che mi tradirebbe?» La sua espressione era più fredda di quanto potessi immaginare. «Credi che mio figlio sia pronto a pugnalarmi alla schiena?»
«Quello che credo» affermai, scegliendo con cura le parole, «è che sai bene quanto me che cosa può spingere a fare l'influenza di un Sire.
Cyrus non può essere stato; l'avrei visto quando l'ho trasformato.
Rimane il Divoratore d'anime. Hai detto tu stesso che ti ha convinto a compiere azioni contro la tua stessa volontà.»
La lotta tra la collera che scemava e l'accettazione durò pochi secondi nel suo sguardo. Pregai che vincesse il buon senso, ma qualche istinto primordiale di protezione gli strappò un'imprecazione dalle labbra mentre si precipitava fuori dalla stanza.
Sentii un'ondata di disperazione gonfiarsi dentro di me. Non volevo che andasse da Ziggy. Rischiava di farsi uccidere. E non volevo che un'altra persona entrasse nella sua vita.
Ti rendi conto di quello che stai pensando?, mi rimproverai. È suo figlio. Suo figlio!
Non mi importava. Tutto quello che mi importava era la tristezza lacerante che sentivo al pensiero che scegliesse qualcun altro al mio posto. Non sapevo da dove venisse e non cercai di giustificarla. Mi stavo comportando come una bambina. Lo sapevo, chiunque avesse conosciuto i miei pensieri deviati l'avrebbe capito, ma non riuscivo a smettere. E, più di ogni altra cosa, odiavo perdere il controllo.
Raggiunsi Nathan. Senza guardarmi, lui aprì l'armadio in cerca di armi. «Devo partire.»
«Partire?» chiesi, lanciando un'occhiata alle finestre schermate.
«Dopo che avrò preso un paio di cose. Non voglio andare disarmato.» Tirò fuori una balestra. «Vado da Ziggy.»
Lottai contro l'urgenza di dirgli ancora una volta di fermarsi.
Dovevo mettere un freno a quella ridicola gelosia.
Avevo già perso Nathan una volta, anzi, molte di più, e non volevo che succedesse ancora.
«Mi ha chiesto di incontrarlo. Torno a Grand Rapids. Ti direi di venire con me ma, come hai affermato tu, potrebbe essere...»
«Una trappola?» Distesi le mani che avevo puntato ai fianchi per non sembrare troppo aggressiva. «Credi che sia così?»
«Mio figlio è vivo e io vado da lui.» Il suo sguardo era duro e mi sfidava a contraddirlo.
Non reagisco bene alle sfide. «Non essere stupido! Nathan, quanto tempo è passato? Perché non si è messo in contatto con te prima d'ora? Sai bene che, se vai da lui, andrai incontro a morte certa. Non stai riflettendo!»
«No, il problema è che non sto pensando a te! » Gettò a terra la balestra che rimbalzò con un frastuono metallico sul pavimento di marmo. «Sei seccata perché per un momento la mia attenzione non è fissa su di te. Sono stato concentrato su di te fin dal primo giorno in cui ti ho incontrata! Per quanto tempo ancora dovrei dipendere da te perché tu possa punirmi?»
«Punirti?» chiesi, allarmata dal tono stridulo della sua voce.
«Perché dovrei punirti?»
«Non lo so! Ma da quando sei venuta a Chicago con Max non hai fatto altro che punirmi. Mi spiace, va bene? Ti basta per mettere fine alla tua stupida vendetta? Mi spiace di non essere riuscito ad amarti a prima vista, di non aver saputo rinunciare al ricordo di mia moglie e all'amore per mio figlio. Mi spiace di non essere riuscito a raccogliere i miei pezzi con i tuoi tempi!»
«Non è di questo che stiamo parlando!» Lo seguii mentre faceva irruzione in cucina e fermai la porta un istante prima che mi sbattesse in faccia. «Che cosa ti ho fatto?» Si girò con il viso distorto dalla collera. «Sei andata a letto con Cyrus! Non sono un idiota e posso leggere nella tua mente. Hai dormito con lui mentre io ero posseduto, poi sei andata a Chicago perché pensavi che avessimo bisogno di tempo per riflettere. E quando sono tornato da te, pronto a dirti che ti amavo e che volevo stare con te, te ne sei andata e l'hai trasformato!»
«Non avevo scelta!» Lo scontro era diventato come un perverso intervento chirurgico che scavava nel tessuto cicatriziale per vedere fino a che punto si estendesse. Credevo che avessimo finito di litigare su Cyrus, ma il ritorno improvviso di Ziggy sembrava aver riaperto tutte le vecchie ferite.
Sapevo quello che mi avrebbe risposto ancor prima che rinunciasse le parole. «L'hai fatto perché volevi farlo. Ti senti così persa e disperata quando non sei il centro della vita di qualcuno e faresti qualsiasi cosa per riavere la sua attenzione. Mi hai tirato continuamente in due direzioni opposte, pregandomi di stare con te e respingendomi, e così hai catturato il tuo pubblico.» Abbassò la voce, che risuonò di una calma letale nel silenzio della stanza. «Ti ho aiutata quando non poteva farlo nessun altro. Ti ho aiutata durante la tua trasformazione. Ti ho aiutata quando mi hai voltato le spalle per andare da Cyrus e ho pagato con la vita di mio figlio. Ti ho aiutata perfino a piangere il suo assassino. Non ti ho mai chiesto niente in cambio, ma sono sicuro che non me l'avresti dato nemmeno se te l'avessi chiesto. Così adesso sposto l'attenzione da te per andare a prendere mio figlio e portarlo qui, dove sarà al sicuro con me. Puoi essere gelosa quanto vuoi, puoi anche odiarmi, ma non ti darò nient'altro.»
Andò alla porta disarmato, guidato solo da una furia cieca e dalla determinazione e uscì.
Volevo corrergli dietro e gridargli contro, ma non per metterlo in guardia contro il pericolo o per rivendicare di aver ragione. Perché... quando aveva nominato Cyrus avevo sentito riaprirsi il legame di sangue che avevo avuto con lui. Non c'era nessuno dall'altro lato.
Cyrus era morto, perso in quel mondo azzurrognolo dove vanno i vampiri. Era un dolore quasi fisico, come un nervo reciso che tenti di connettersi con la parte mancante. Sommandosi a tutto lo stress che avevo accumulato, mi buttò a terra. Dovetti aggrapparmi alla parete per non cadere. Era tutto sbagliato, surreale.
Mi precipitai in camera da letto e fissai indignata le tende, il letto, il televisore. Come osavano esistere tutti quegli oggetti quando io ero sommersa dal dolore? Come osavano le tende cadere con tanta perfezione, muovendosi con grazia all'aria del condizionatore?
L'ultima volta che ero venuta a Chicago ero con Max e curavo il mio cuore infranto per Nathan. Anche allora ero piena di rimpianti.
Rimpiangevo la connessione interrotta con Nathan, rimpiangevo ancora la perdita della mia vita normale. Ed era stato proprio lì, in quella stanza, che avevo chiamato Cyrus e avevo sentito la sua voce.
Non l'avrei sentita mai più. Mai più avrei sentito il suo accento raffinato che faceva suonare il mio nome come una preghiera peccaminosa. Non avrei più sentito il contatto del suo corpo. Ma era molto di più di una relazione sessuale. Non avrei più potuto fare le cose che desideravo quando era vivo. Volevo sedermi e sognare un futuro con lui senza pensare che fosse perverso. Volevo restare tra le sue braccia e sentirmi al sicuro, non sempre sulla difensiva.
E volevo Nathan. Non avrei mai smesso di desiderare una vita con lui. Ero così divisa tra direzioni opposte, volevo tante cose che non potevo avere, che non avrei mai potuto avere nemmeno in circostanze ideali. E questo mi faceva infuriare come non mai.
Il dolore e la collera crebbero dentro di me, facendomi spalancare la bocca in un grido silenzioso. Il peso che mi stringeva il petto lasciò uscire solo un sottile lamento acuto. Il lamento crebbe con il crescere del dolore, fino a diventare un grido. Mi aggrappai alle tende, tirandole. Si strapparono troppo facilmente e allora mi rivolsi al letto, aprendo e chiudendo spasmodicamente le mani prima di posarle sul piumino. Lo strappai, lacerandolo tra le dita, strappai coperte e lenzuola dal materasso. E intanto gridavo, con un'oppressione al petto e il cuore a pezzi. Non sarebbe finita mai. Ero sicura che avrei sentito per sempre quella sensazione orribile.
Le mani mi tremavano per la forza delle emozioni che erano state scatenate. Permetti la fronte sul tappeto e sentii il mio stesso fiato asciugare le lacrime che mi rigavano le guance. C'era ben più del mio dolore. Le parole di Nathan mi avevano ferita. Non perché le avesse pronunciate con rabbia, ma perché quello che aveva detto era tutto vero. Ero davvero egoista. Ero davvero gelosa. Non me n'ero mai resa conto così profondamente.
Quella notte ero stata con Cyrus nel furgone perché ero davvero disturbata dalla sofferenza di Nathan mentre era posseduto dal suo Sire? O l'avevo fatto perché, in qualche angolo buio del mio cuore, sapevo che sarebbe migliorato e che tutto quel pasticcio si sarebbe risolto? E quando le cose tra Nathan e me non si erano risolte, ero fuggita con Max e per poco non ero andata a letto anche con lui. E quando Nathan sembrava finalmente disposto a darmi quello che credevo di volere, avevo trasformato uno dei suoi peggiori nemici nella mia creatura e l'avevo portato nella sua casa.
Per tutto quel tempo l'avevo accusato di non capire, l'avevo incolpato di complicarmi la vita. Dio mio, non mi ero mai presa la responsabilità delle mie azioni? Mai, in tutta la mia vita?
Mi afferrai la testa fra le mani e lasciai scorrere le lacrime, tormentandomi con i ricordi della gentilezza di Nathan in risposta al mio egoismo. Quando ero fuggita da lui, era venuto a cercarmi.
Quando avevo distrutto ancora una volta tutto quello che c'era tra noi, lui era stato disposto a ricostruire. E io ne avevo abusato, chiedendo sempre di più e cercando di spingerlo al punto di rottura.
Alla fine c'era arrivato. Avevo spinto troppo e lui si era tirato indietro. Si era buttato a testa bassa in una trappola perché io ero troppo concentrata nel mio dramma per aiutarlo nel suo.
Il citofono suonò, facendomi rialzare la testa di scatto. Corsi nell'ingresso, premetti il pulsante e parlai, senza curarmi di quanto suonasse disperata la mia voce. «Nathan?»
«No, sono Bill.» Sembrava imbarazzato per me. «Ho lasciato qui il refrigeratore. Posso salire a prenderlo?»
«Si, certo.» Chiusi la comunicazione, facendo galoppare la mente.
Ero sicura che Nathan si fosse gettato in una trappola. Era venuto il momento di smettere di essere egoista.
Era venuto il momento di essere io a salvarlo.
«Allora?» Dahlia batté il piede per terra. Indossava quelle stupide scarpette con le piume di struzzo, come se fosse una star del cinema degli anni Trenta.
Ziggy chiuse il telefono. «Vuole che ci incontriamo in un posto sicuro.»
Lei sbuffò, sollevando un cuscino del divano che era stato sventrato. Probabilmente da un coltello. Forse da artigli. Il pensiero di quei mostri che erano arrivati e avevano messo sottosopra l'appartamento...
Per Ziggy era stato già abbastanza difficile tornare lì. Ma era stato ancora peggio vedere il posto che chiamava casa sin dall'infanzia abbandonato e distrutto. E la presenza di Dahlia gli dava l'impressione di tradire Nathan ancor prima di averlo fatto.
Non è un tradimento, pensò con rabbia, respingendo le lacrime che gli salivano agli occhi. Non era un tradimento. Aveva la parola di Jacob. Tutto quello che doveva fare era portare da lui Nathan, solo per parlare. Nessuno gli avrebbe fatto del male. E poi lui avrebbe ottenuto la libertà e tutto sarebbe tornato al suo posto.
Solo che ora era anche lui un vampiro. Per Nathan sarebbe stato più semplice.
«Questo posto aveva un aspetto migliore l'ultima volta che sono stata qui.» Dahlia ripose il cuscino e sedette sul divano. «Sai, quando cercai di uccidere tuo padre.»
«Giusto. Mi ricordo.» Strinse le mani a pugno. Era un po' di tempo che voleva ucciderla, ma soffocò la collera. Lo rendeva un mostro e lui era già stato il piccolo mostro di Jacob per troppo tempo.
«Andiamocene.»
«Come? Non vuoi sederti e abbandonarti ai ricordi? Rivedere le tue vecchie cose?» Fece una pausa per guardarsi intorno nella stanza.
«Oh, peccato...» disse con un gesto drammatico. «Non è rimasto un granché.»
Non era capace di ferirlo come credeva, ma non aveva senso discutere con lei. «Stai zitta e andiamocene.»
«No, sono curiosa. Mi chiedo quanto ci abbia messo a sistemarla nella tua stanza dopo che te n'eri andato.» Fece una risata sarcastica.
«Dimmi, non sei geloso di lei? Non ti aspetterai che creda che non hai mai avuto un'infatuazione per tuo padre?»
Le strinse le mani alla gola prima che potesse fare una mossa.
Poteva anche essere una strega, ma la magia non funzionava bene quando avevi la testa staccata dal collo, e lui era decisamente più forte. «Se lo dici ancora, ti uccido.» La scaraventò attraverso la stanza come se fosse una bambola di stracci. C'erano dei vantaggi ad avere un Sire potente. Vantaggi che avrebbe preferito non conoscere.
Dahlia sputò un fiotto di sangue e si ripulì la bocca mentre si rialzava. «Jacob non te lo permetterebbe mai. Puoi anche essere il suo favorito, ma io possiedo poteri magici. Ha bisogno di me.»
«Questa è bella, Dahlia. Non mi permetterebbe di ucciderti perché sei uno strumento utile? Devi essere davvero piena di te stessa. Perché non ti permette di uccidermi?» Jacob le rivolgeva la parola solo per darle ordini da quando aveva rinunciato alle sue stupide pozioni. E lei lo odiava per quello. «Muovi il sedere. Ce ne andiamo.»
Lei si fece strada tra le macerie dei libri e dei mobili distrutti.
«Bene. In ogni caso non c'è niente che mi interessi, qui.»
Ziggy le aprì la porta e resistette all'impulso di farle scendere le scale a calci.
L'auto li stava aspettando; l'autista era appoggiato alla portiera. Per la prima volta, Ziggy si stupì di quanti servitori umani incontrava tutti i giorni senza sapere nemmeno il loro nome. Non li aveva mai degnati di un'occhiata né si era mai chiesto come mai fossero finiti a lavorare per dei vampiri.
«Hai intenzione di aprirmi la portiera o di startene lì a contemplare quell'uomo come se volessi mangiartelo?» Dahlia lo spinse da parte e afferrò la maniglia. «A volte sei davvero disgustoso, sai?»
Non la ucciderò. Non la ucciderò. Lui ripeté il mantra per tutto il tragitto, tenendo la fronte contro il vetro freddo del finestrino.
Grand Rapids gli sembrava deserta e aliena sapendo che Nathan non era più lì. Se n'era andato. Anche dopo il messaggio che gli aveva fatto pervenire tramite Max. Sto tornando a casa. Aspettami. Sarò lì tra cinque giorni. Come poteva essere più chiaro? Sapeva che Max non era il tipo da dimenticare qualcosa di così importante. Avrebbe detto almeno qualcosa come: «Ehi, a proposito, tuo figlio non è morto».
Così, sapendo che lui era vivo e conoscendo Jacob, perché Nathan non l'aveva aspettato?
Dahlia continuava a sputare scemenze. Non smetteva mai di far lavorare la bocca. In sua presenza faceva sempre battute sugli omosessuali, ma lui riusciva facilmente a spegnere l'interruttore. Era riuscito anche a metterla a tacere per giorni, una volta, dicendole che era stato a letto con Cyrus e che quello faceva di lei la prima vampira che fosse stata l'amante di un omosessuale. Quando girava intorno a Jacob, però, era tutta miele. Era un tratto della sua pazzia, pensava lui. Era facile essere una persona diversa con differenti persone quando avevi una personalità multipla in testa.
Era un trucco che avrebbe dovuto imparare anche lui. Soprattutto con Jacob.
L'auto proseguì lungo la circonvallazione e girò a destra nel punto in cui diventava una strada a due corsie. Oltrepassarono delle villette con piscine all'aperto e dondoli in giardino. Lì ci vivevano delle persone, ci vivevano dei bambini. Così vicini al male, ignari della sua presenza.
Ziggy represse un brivido al pensiero di quella gente e della fine che avrebbero fatto se a Jacob fosse venuto il capriccio di giocare con loro.
Prima o poi l'avrebbe fatto. Aveva sempre bisogno di giochi nuovi.
«Vieni, gioca con me, figliolo» diceva in tono suadente e il gioco era sempre qualcosa che lo faceva sentire sporco e usato.
«Ehi, non mi stai ascoltando» sibilò Dahlia, serrando le labbra. «Sei la persona più noiosa del pianeta.» Lui sbuffò. «Con chi stavi parlando?»
La strega borbottò qualcosa di incomprensibile. Si sarebbe preoccupato di più se fosse suonato come un incantesimo. Jacob le aveva imposto delle regole ferree riguardo agli incantesimi tuttavia, come Dahlia sottolineava spesso in quelle situazioni, Jacob non si trovava lì insieme a loro.
Imboccarono una strada sterrata, fiancheggiata da canne di palude, che mettevano in guardia il viaggiatore di non allontanarsi dalla carreggiata se non voleva finire in un fosso.
La casa arredata in cui si erano trasferiti non era bella come la vecchia tenuta. Ma, dato che là c'erano stati degli infiltrati, il Divoratore d'anime temeva che potesse succedere ancora; era paranoico.
Superarono un ponticello coperto che scricchiolò come se fosse sul punto di aprirsi e far affondare l'auto. Era buio pesto e quello era probabilmente un bene. Ziggy preferiva non vedere in quali condizioni fosse il legno, perché sapeva che avrebbe dovuto passare ancora di lì.
Proseguirono lungo una strada dissestata che tagliava in due la palude.
La casa, una fattoria cadente in stile coloniale, splendeva bianca alla luce della luna. Due salici facevano pendere i loro rami davanti, come due cadaveri vestiti a festa.
«Odio questo posto» disse Dahlia e Ziggy si sentì quasi solidale con lei prima che aggiungesse: «È così lontano dai negozi».
«Già, proprio quello che mi manca di più.» L'auto si fermò davanti al portico in rovina e lui non aspettò che l'autista gli aprisse la portiera. Scese e salì gli scalini, facendo risuonare gli stivali sul legno marcio.
«Dove stai andando?» Dahlia era rimasta accanto all'auto, con una mano posata sul fianco robusto.
«Dentro. L'opposto di fuori, dove è pieno di zanzare.» A sottolineare le sue parole, ne schiacciò una che sembrava interessata al suo collo; non era sicuro che il suo sangue l'avrebbe resa un vampiro, dal momento che erano già molto simili. «Devo riferire a Jacob quello che succede e chiedergli il permesso di portare con me qualcuno di loro.»
«Voglio venire anch'io» replicò lei con voce petulante. Tu non sei capace di controllarli come me.»
«Non se ne parla nemmeno.»
Lei lo guardò con espressione minacciosa. «Bene, sentiremo l'opinione di Jacob.»
Ziggy sospettava quale sarebbe stata. Che per niente al mondo Dahlia si sarebbe avvicinata alla sua creatura. Ziggy gli aveva già riferito che cosa aveva fatto a Nathan in passato. «Okay, andiamo a chiederglielo.»
«No. Ci andrò da sola.» Fece un sorriso soddisfatto e indicò con un cenno del mento dietro la casa. «Tocca a te nutrirli stanotte.»
Lui avrebbe voluto che il brivido che gli salì lungo la spina dorsale fosse dovuto al freddo. Ma non era così. Non c'era niente che gli pesasse di più di tornare in quel granaio sporco e puzzolente. «Bene.
Esprimi il mio rammarico a Jacob. Lo farai?»
Certo che l'avrebbe fatto, quella strega. Nutrire le bestiole lo avrebbe tenuto occupato abbastanza a lungo perché lei potesse sedersi in grembo a Jacob e blandirlo con lusinghe e promesse di ogni tipo di perversioni: così avrebbe ottenuto che accettasse il suo aiuto nel ritrovare Nathan.
Il granaio era a una conveniente distanza dalla casa, non troppo lontano per i vecchi proprietari quando dovevano andarci in inverno, non troppo vicino perché l'odore degli animali arrivasse in casa. Ma quelli che c'erano ora erano una specie molto diversa di animali e in certi giorni il loro fetore si diffondeva appestando tutto. Lui poteva sentire la puzza di marcio e di sporco e l'odore stantio dei rifiuti.
Erano svegli e inquieti dietro le pesanti porte scorrevoli. Fece fatica ad aprirle perché il legno si era gonfiato a causa dell'umidità. A volte riusciva ad aprirle senza farsi sentire, non quella notte. Quella notte si erano disposti a semicerchio intorno alla porta, con i loro panni sudici e gli occhi che brillavano nei volti non lavati.
Sussultarono vedendolo estrarre il coltello dalla tasca, poi si rilassarono quando si arrotolò le maniche. Praticò un taglio nel polso e tese il braccio. Accorsero da ogni parte, come uno sciame, lottando per nutrirsi del suo sangue.
Facendosi forza, lui mormorò: «Avanti, prendete».

Lo scontro finaleRead this story for FREE!