Infelice ritorno

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«Scusilo, dove è il deposito di pattino?»
«Terribile. La pronuncia è completamente sbagliata.»
Max si voltò dallo specchio e staccò le cuffie dalle orecchie, premendo il tasto pausa sull'iPod. «Sai una cosa? Le tue critiche non sono affatto incoraggianti. Siamo qui da tre settimane e ancora non posso parlare con nessuno. Non fa male cercare di imparare qualcosa di nuovo.»
Bella gli tese le braccia con un sorriso e Max attraversò la stanza per raggiungerla nel letto.
Le portefinestre che davano sul balcone erano aperte e lasciavano entrare il sole dei tardo pomeriggio. Max aggirò una pozza di luce sul pavimento, dimenticando come al solito che ormai non aveva più ragione di temerla. Respirando a fondo, passò sotto il raggio e scivolò tra le lenzuola fresche di bucato.
«Perché fai sempre così?» gli chiese lei con voce ancora impastata dal sonno. Dormiva quasi tutto il giorno, ma lui non poteva biasimarla. A quanto pareva, era normale che una donna incinta si sentisse stanca e sospettava che la cosa valesse ancora di più per una lupa incinta che si stava riprendendo da ferite quasi mortali.
«Non lo so» ammise, riportando lo sguardo alle finestre illuminate dal sole. «Ma non posso fare a meno di incrociare le dita.»
Il cambiamento da vampiro a creatura ibrida, mezzo vampiro e mezzo lupo mannaro - la parola lupide era mal vista in un clan di lupi mannari, per cui non la usava mai - era stato più graduale di quanto avrebbe voluto. La cosa peggiore era che non aveva potuto sapere quali tratti sarebbero rimasti finché non aveva completato la trasformazione. Dopo di che, un intero mondo di stranezze gli si era aperto davanti. Tra la crescita di peli sulle gambe e un sadico istinto a tirar giù i ciclisti dalle loro biciclette, l'avversione alla luce del sole era sparita.
Era stato per un fortunato incidente che l'avevano scoperto. Dal momento in cui erano arrivati in Italia, i parenti di Bella avevano messo in chiaro che non avrebbero fatto alcuna concessione alla sua natura di vampiro. E dato che tutta la famiglia viveva in una villa piena di verande, su una scogliera battuta dal sole, Max si era trovato confinato per tutto il giorno nella camera da letto di Bella. Solo quando una delle zie, armata di buone intenzioni, era entrata nella stanza mentre dormivano e aveva scostato le tende, inondando di luce il locale, si era reso conto che non doveva più preoccuparsi che quelle persone lo facessero morire carbonizzato.
Si era reso conto anche che ci sarebbe voluto ben più dell'amore di Bella per convincere la sua famiglia che era un tipo a posto. Da lì la decisione di studiare l'italiano per inserirsi meglio, ma anche per capire quello che dicevano su di lui.
Più importante ancora, aveva capito che non gli importava un accidente di quello che potevano cercare di fargli. Era veramente innamorato della donna che portava in grembo la sua bambina e, a parte il fatto di bere sangue e di trasformarsi in lupo durante il plenilunio, si sentiva molto più normale di quanto si fosse sentito da anni.
Affondò il viso nel collo di Bella e le posò un bacio sulla pelle ancora calda di sonno. Invece di accarezzargli la coscia e rotolare lontano da lui, come aveva fatto spesso nelle ultime settimane, lei stiracchiò il collo e aderì al suo corpo.
Dio, come l'amava. Capiva che la gravidanza poteva essere faticosa anche per una donna forte come lei, ma era passato molto tempo e in fondo lui era solo... non umano.
«Non stai alimentando le mie speranze solo per deluderle un'altra volta?» Le sorrise e le diede un morso scherzoso sulla guancia, ma contemporaneamente le fece sentire la propria erezione contro il fianco per mostrarle la propria eccitazione.
Bella rise, un suono stranamente delicato per una creatura cupa e tenebrosa come lei. «Se te lo dicessi rovinerei il divertimento.»
«Sei perversa.» Le passò una mano su tutta la lunghezza del corpo, sollevando un lembo della camicia da notte di raso bianco per rivelare la pelle olivastra delle cosce. Accarezzandola dal fianco al ginocchio, la guardò in viso per cogliere la minima reazione. «Senti qualcosa?»
Lei emise un gemito e annuì. Il sollievo gli gonfiò il petto.
In un primo tempo, l'incidente d'auto di diverse settimane prima aveva lasciato un'insensibilità nella parte inferiore del corpo. I medici che l'avevano esaminata in Italia avevano affermato che quella mancanza di sensibilità avrebbe potuto essere permanente e Max, stupido com'era, si era preoccupato che non fosse più in grado di avere rapporti sessuali. Non voleva certo essere condannato a una vita senza sesso.
Per fortuna avevano già scoperto che quello non sarebbe stato affatto un problema.
Allargandole delicatamente le gambe, le sollevò la camicia da notte fino alla vita. Con gesti frenetici, si slacciò i pantaloni per permetterle di accarezzarlo con le sue mani morbide e calde. «Devo venire dentro di te» mormorò con voce roca.
Al suo cenno di assenso, la penetrò lentamente, stringendo i denti per trattenersi. Ci volle tutta la sua forza di volontà per ignorare le preghiere di lei di fare più in fretta. Non voleva che finisse presto dopo aver aspettato tanto. Ancora pochi istanti e sarebbe stato a casa, avvolto nella sua dolcezza; tutto quello che ci voleva era un'infinita pazienza...
Una voce e un colpo violento alla porta interruppero tutto brutalmente.
...Infinita pazienza e una terribile esplosione che disperdesse i brandelli di tutti i suoi parenti acquisiti nella pittoresca campagna italiana.
«Oh, no» mormorò Bella, più delusa dall'interruzione che costernata dalle parole che arrivavano dalla porta. «Mio padre ha bisogno di vederti.»
«Adesso?» Dicevano che l'italiano era una lingua dolce e romantica.
Non avrebbero nemmeno dovuto esistere le parole capaci di allontanarlo da un imminente piacere sessuale.
Bella gli rivolse un cenno di simpatia e Max si ritirò con riluttanza, ricordando a se stesso che gli adulti non piangono. «Bene. Digli che arrivo subito.»
Una cosa che aveva imparato della vita in collettività era che, quando il pater familias chiamava, si rispondeva, oppure... be', non esisteva un oppure. Si rispondeva e basta.
Bella gridò qualcosa alla porta e i colpi cessarono.
«Fai in fretta. Ultimamente non è di buon umore.»
«Mi chiedo come mai» brontolò lui, rimettendole a posto la camicia da notte. Indugiò un istante con la mano sul suo stomaco, un tempo piatto, mentre ora si stava gonfiando leggermente. Era difficile immaginare che dentro ci fosse un intero essere vivente, anche se minuscolo come il gamberetto che aveva visto nell'ecografia.
Si alzò e allacciò i jeans, augurandosi che l'erezione si calmasse rapidamente. Niente irrita qualcuno più dell'evidenza fisica che stavi per fare sesso con sua figlia.
«Hai bisogno di qualcosa prima che vada?»
Bella si lisciò la camicia da notte, accarezzandosi il ventre.
«Mandami mia cugina. Mi piacerebbe fare due passi.»
Max inarcò un sopracciglio.
«Due giri di ruota, se preferisci» disse con una risata, gettandogli contro un cuscino mentre usciva dalla stanza.
Fuori lo aspettava un uomo asciutto dalla carnagione scura, con una T-shirt sbiadita. Era uno dei membri di basso rango del clan, utilizzato per inviare messaggi. Di solito i corrieri non erano imparentati con la famiglia oppure erano dei membri in disgrazia; Max si chiedeva quanto tempo ci sarebbe voluto prima che finisse anche lui a fare piccole commissioni. «Vai a chiamare una delle cugine di Bella. Vorrebbe un po' di compagnia.»
L'uomo disse qualcosa che sembrava affermativo e se ne andò per la sua strada, lasciandolo al compito ingrato.
Non che non gli piacesse padre di Bella. Dopotutto gli aveva dato un rifugio sicuro e gli aveva permesso di stare accanto all'amata. Solo per quello meritava la sua gratitudine eterna. Il problema era che aveva intenzione di approfittarne all'infinito. Aveva anche messo in chiaro che Max era lì solo in via sperimentale e che avrebbe potuto essere sbattuto fuori a calci in qualsiasi momento.
La casa - la tana, come la chiamava il clan - era il tipo di posto che gli faceva rimpiangere di non aver amministrato meglio il suo patrimonio, in modo da averne una tutta per sé. Non che il suo attico a Chicago fosse squallido, ma quel posto lo faceva sembrare una catapecchia piena di gatti randagi.
Costruita sulle rive italiane del lago di Lugano, si presentava come una villa lunga e bassa.
All'interno era molto vasta, come se quello che si vedeva dal vialetto d'ingresso fosse solo la punta di un iceberg scavato nella scogliera. Il più delle volte non si poteva dire di essere sottoterra, perché le finestre si affacciavano sul lago, ma il piano inferiore era privo di aperture e le pareti erano di pietra grezza.
Il padre di Bella teneva le sue riunioni in quell'area della casa e, dato che non c'erano ascensori, Max dovette scendere otto rampe di scale per raggiungere il luogo dell'incontro.
Lo studio del capobranco era una specie di sala del trono ricavata nella roccia, non si sarebbe potuto dire se fosse una caverna naturale o se fosse stata aperta con l'esplosivo nei fianchi della montagna. I mobili erano pratici e moderni, in stile europeo, ma l'umidità trasudava dalle pareti e l'aria che si respirava aveva l'odore di un sotterraneo. Le colonne di marmo che fiancheggiavano l'ingresso erano l'ultimo ornamento.
Max diede il suo nome alle due guardie alla porta e attese di essere introdotto.
«Ah, Maximilian.» Il capobranco era in piedi al centro del locale, vestito con un abito di buon taglio, e si sforzava di mostrarsi lieto di vedere il fidanzato vampiro della figlia.
Lupide, ricordò a se stesso Max, prima di cancellare quella parola dal suo vocabolario, come gli aveva consigliato Bella. Ibrido vampiro-lupo mannaro.
«Capobranco» esordi, «volevi vedermi?» Nonostante la formalità dell'incontro, Bella lo aveva avvertito che all'interno del clan si davano tutti del tu. Questo semplificava la vita a Max, che non si era ancora abituato alle forme di cortesia dell'italiano.
Un sorriso educato si dipinse sul volto del lupo mentre attraversava la stanza per venirgli incontro. Aveva una forte somiglianza con Bella e nello stesso tempo era completamente diverso.
Gli occhi a mandorla erano gli stessi, anche se lei li aveva dorati e lui neri come carbone. I capelli erano scuri come quelli della figlia, ma stavano imbiancando alle tempie ed erano ondulati. Entrambi si muovevano con quella grazia leggera che Max aveva erroneamente pensato fosse una caratteristica di tutti i lupi.
«Volevo proprio vederti» disse il lupo, avvicinandosi.
«E chiamami Julian. Siamo una famiglia, adesso, non è così?»
«Sì, certo» convenne lui. Avrebbe detto di sì a qualsiasi cosa, perché contraddire il capobranco significava essere bandito, ed essere bandito significava essere separato da Bella, per sempre. Non era disposto a correre quel rischio.
Julian annusò l'aria. Il suo viso si indurì per un istante, prima di indossare nuovamente una maschera di finta amicizia. «E... come sta mia figlia?»
Era una piccola soddisfazione perversa sapere che aveva sentito il suo odore su di lui; era come agitare una bandiera olfattiva che diceva: È mia, adesso. Ma Max mantenne un'espressione neutra. «È felice. Credo più felice di quanto sia stata da molto tempo.»
«Verrò subito al punto, allora.» Non l'aveva nemmeno invitato a sedersi. «Devi tornare negli Stati Uniti. Domani stesso.»
Per poco Max non si soffocò con il torrente di imprecazioni che gli salirono in gola. Tutto quello che riuscì a replicare fu: «Perché?».
Julian scosse il capo con un sorriso di simpatia.
«Non per sempre. Non disperare. Ma la bambina che mia figlia porta in grembo è un'arma, come mi hai detto. Ed è molto probabile che il tizio che vuole quell'arma venga a reclamarla.»
Maledizione. Naturalmente il Divoratore d'anime era ancora in circolazione. Ed era sempre un malvagio bastardo. Avrebbe cercato di mettere le mani sulla bambina. «Ho degli amici negli Stati Uniti che si stanno occupando di tutto questo pasticcio.»
«Maximilian, posso essere franco con te?» Come se, fino a quel momento, non lo fosse stato...
Max si preparò a quello che sarebbe seguito, con la netta sensazione che non gli sarebbe piaciuto.
«Tu non sei uno di noi. Mia figlia nutre un sentimento per te e qualsiasi cosa ci sia fra voi è sufficiente a guadagnarti la mia indulgenza. Ma la mia preoccupazione per la sicurezza di Bella prevale su qualunque preoccupazione per la sua felicità.» Unì le punte delle dita e le portò davanti alle labbra, come se stesse riflettendo.
«Non ti ricorderò la responsabilità che ho nei confronti del branco, né le conseguenze che potrebbe subire la mia gente se il Divoratore d'anime venisse a cercare la bambina.»
L'hai appena fatto, pensò Max, irritato. «Capisco le tue preoccupazioni, tuttavia Jacob non può servirsi della bambina finché non è diventato un dio. La vuole per il suo destino, ma immagino che questo destino non si manifesterà prima che abbia l'età... prima che abbia almeno tre anni, giusto? Nel frattempo non capisco in che modo potrebbe essere utile a Bella la mia partenza, proprio quando ha più bisogno di me. Non c'è nessuno nel branco che lotterebbe più strenuamente di me per difenderla.»
Il volto di Julian si fece di pietra. «Non credo che questo sia corretto.»
Max non era venuto lì per discutere, ma era determinato a non lasciare Bella. «No. Se devo andare, lei viene con me.»
«Maximilian, non sarebbe una separazione permanente.» Rise, come se fosse stato chiaro fin dall'inizio e lui fosse troppo stupido per capirlo. «Se affermi che questo vampiro non avrà alcun interesse su mia nipote finché non sarà diventato un dio, ti credo. Ma voglio che ti assicuri che non raggiunga questo obiettivo. Se lui viene sconfitto e tu sopravvivi, allora sarai il benvenuto.»
Così stavano le cose, dunque. Veniva spedito via nella speranza che non tornasse. «Non sono più un vampiro. Sono un lupo mannaro, un ibrido» si affrettò ad aggiungere prima che il capobranco lo bollasse come un outsider. «Come fai a sapere che qualcuno mi vorrà ancora come alleato nella lotta contro il Divoratore d'anime?»
Julian allargò le mani e sorrise, come se sapesse di aver incastrato la sua vittima in un angolo. O, meglio ancora, come se gliel'avessero servita su un piatto d'argento. «Sono certo che saprai trovare il tuo posto in questa lotta. Fra l'altro, non sei stato tu a dire che faresti qualsiasi cosa pur di difendere mia figlia?»
Max non aveva risposte.
«Il tuo aereo partirà domani mattina. Cerca di essere delicato nel dare la notizia a Bella.» E se ne andò, lasciandolo in quella caverna, con il peso del compito addosso.
Come diavolo faceva a dire a Bella che suo padre lo mandava a morire?
D'altra parte, pensò Max mentre tornava infuriato in camera, è impossibile che Nathan e Carrie non siano coinvolti nella cosa. E se Julian ha preso questa decisione proprio ora, vuol dire che qualcosa si sta muovendo.
Non poteva starsene in disparte e lasciare che i suoi amici portassero a termine da soli quello che avevano iniziato insieme. Non poteva neppure lasciare Bella, però.
Naturalmente sapeva quello che gli avrebbe detto se ne avesse parlato con lei. Vai dove c'è bisogno di te e aiuta i tuoi amici. Vai e dimostra di essere il guerriero che si suppone tu sia. Era un buon motivo per tacere. Un motivo per non tenerglielo nascosto era, però, che la rispettava.
Dannazione! Non aveva senso, considerando che solo pochi mesi prima non avrebbe chiesto di meglio che infilarle un cacciavite in un orecchio... Ma ora era la madre di sua figlia e l'amore della sua vita.
Perfino i ricordi del suo Sire avevano incominciato a sbiadire da quando si era reso conto di amare Bella. Doveva dirle perché sarebbe partito, non poteva mentirle.
Arrivò davanti alla loro stanza proprio mentre due delle zie stavano uscendo. Gli lanciarono uno sguardo furtivo mentre entrava e una sussurrò qualcosa a bassa voce, probabilmente lamentandosi che non avesse bussato, nel complesso però sembravano sollevate. A quanto pareva, il suo allontanamento era stata una decisione di gruppo.
Bella era sul balcone, ancora in camicia da notte, avvolta in un accappatoio di spugna. I lunghi capelli neri erano sciolti e le ricadevano ai lati del viso e sulle spalle in una morbida cascata.
«Il vento che viene dal lago è freddo» esordì Max.
Lei non trasalì alla sua comparsa improvvisa. «Mi piace stare al sole. E il freddo non mi dà fastidio.» Si strinse le braccia attorno al ventre in un gesto protettivo e gli sorrise. «Lei è al caldo qui dentro.»
Ma non sarà molto contenta se sua madre muore di polmonite, pensò. Tenne per sé quella considerazione, perché non voleva passare quegli ultimi momenti insieme a litigare. «Senti, devo parlarti di una cosa.»
«Oh?» Bella gli indicò l'altra sedia reclinabile vicina alla balaustra.
Max la prese e la spostò accanto a quella di lei. Gli sembrava di non essere mai abbastanza vicino. L'idea di svegliarsi lontano, senza il suo meraviglioso sorriso, il suo calore e il suo profumo pulito... Mise da parte quei pensieri tetri. «Sai che lui è ancora là fuori.»
Bella trattenne il fiato un istante, tuttavia si riprese prima di emettere un suono e finse di non aver capito. «Chi?»
Meglio buttare fuori tutto d'un fiato. «Il Divoratore d'anime. È ancora in circolazione e sta cercando di portare a termine il rituale che lo farà diventare un dio.»
«Che cosa c'entriamo noi?» La voce aveva una nota dura, come se volesse cancellare il passato. «Non sei più uno di loro. La cosa non ti riguarda.»
Le sorrise e le scostò una ciocca di capelli dal viso. La prima volta che l'aveva vista, aveva i capelli raccolti così severamente da tirare la pelle sugli zigomi. La faceva sembrare molto più dura alla gente che non la conosceva. Adesso Max la conosceva e poteva leggere le emozioni che si alternavano sotto la superficie apparentemente tranquilla. Aveva paura per lui e per la loro bambina e sembrava giovane e vulnerabile, esattamente come era.
«Hai ragione. Non sono più completamente uno di loro, lo sono per metà» le ricordò, posando una mano sul rigonfiamento dell'addome. «E anche lei lo è. Non voglio correre il rischio che qualcuno degli uomini del Divoratore d'anime venga qui a prenderti. Torno negli Stati Uniti per risolvere la questione.»
Bella alzò il viso di scatto per guardarlo negli occhi. «Vuoi lasciarmi qui?»
«Non posso trascinarti in una zona di guerra, mi spiace.» Distolse gli occhi per posarli sulla superficie scura del lago. «Se non vado e lui riesce a diventare un dio, dovrò proteggerti da lui. Se vado e riesco a sconfiggerlo, invece, sarò lontano da te ma tu sarai al sicuro.»
«È stato mio padre a metterti in testa quest'idea» disse in un tono che non ammetteva replica.
Per un attimo Max fu tentato di affermare: Sì, tuo padre è un bastardo e mi manda a combattere il Divoratore d'anime, ben sapendo che ci sono buone probabilità che non torni. A che cosa sarebbe servito? Lui sarebbe partito ugualmente, avrebbe rischiato di morire e Bella si sarebbe trovata in conflitto con l'unica persona in grado di proteggerla. Non che la collera potesse impedire a Julian di vegliare su di lei; probabilmente sarebbe stata virtualmente prigioniera per il resto della sua vita e questo era qualcosa che Max non poteva accettare.
«Non è stato lui. Abbiamo parlato e abbiamo raggiunto insieme questa conclusione.» Gli rivoltava lo stomaco far apparire corretto quel lupo, ma andò avanti ugualmente. «Fra l'altro sai che Nathan e Carrie sono ancora coinvolti. Avranno bisogno di me.»
«Se sono ancora vivi» replicò Bella, poi la sua espressione si addolcì. «Scusa, non volevo esprimere ad alta voce un pensiero negativo. Tuttavia tu non sai dove siano né come si sia conclusa la loro missione. E non puoi fare tutto da solo.»
Sedettero in silenzio, fissando la superficie piatta del lago, interrotta solo dalla cresta bianca di qualche onda occasionale. Il vento si era rinforzato e faceva svolazzare i capelli di lei, frustandole il viso.
«Rientriamo» disse Max e, prima che potesse protestare, la sollevò tra le braccia.
«Hai ragione. Devi andare» mormorò quando la depose sul letto.
«Abbandonare i tuoi amici nel pericolo andrebbe contro tutti i tuoi principi. E andrebbe contro tutti i miei principi stare con qualcuno che non facesse questo per le persone a cui tiene.»
Lui si stese al suo fianco e le prese le mani; le dita mancanti e le cicatrici che le segnavano sembravano grottesche accanto alla perfezione della sua pelle. «Sono felice che tu abbia tanta fiducia in me. Perché preferirei di gran lunga restare con te.»
Lei si portò le sue mani alle labbra e gli posò un bacio su entrambi i palmi. «No. Andrai dove i tuoi amici hanno bisogno di te.» E quando vide che stava per replicare, aprì la bocca e gli risucchiò un dito all'interno, avvolgendolo con la lingua. Rise udendo il suo mugolio e lo lasciò andare per accarezzargli il petto e sollevargli orlo della T-shirt.
«Riprendiamo da dove siamo stati interrotti?» chiese Max, cercando di trattenere la speranza. «Perché, se non è così, sei crudele.»
I suoi occhi dorati brillarono mentre gli infilava le dita nella cintura dei jeans. «Non posso lasciarti partire senza un saluto adeguato.»
Max non poteva dire di non essere d'accordo.

Lo scontro finaleRead this story for FREE!